{"id":14572,"date":"2014-07-30T00:00:00","date_gmt":"2014-07-29T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/imagazine.it\/?p=14572"},"modified":"2014-07-30T00:00:00","modified_gmt":"2014-07-29T23:00:00","slug":"creare-occupazione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/creare-occupazione\/","title":{"rendered":"Creare occupazione"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\"> \tGli scandali epocali invadono la scena politica ed economica, la produzione industriale e i consumi privati non danno segnali di ripresa, cos\u00ec come l\u2019occupazione. Le cosiddette riforme strutturali fanno fatica a passare attraverso la cruna dell\u2019ago di burocrazie amministrative autoreferenti e spesso colluse con parentopoli e tangentopoli di vecchia e nuova generazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"> \tLa BCE (Banca Centrale Europea) prova a intervenire con nuove misure per scongiurare scenari deflazionistici. E il debito pubblico continua a crescere, di 46 miliardi ad aprile raggiungendo vetta 2.146 miliardi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"> \tEppure c\u2019\u00e8 sempre chi vuol edulcorare la situazione rappresentandola nella versione del bicchiere mezzo pieno: gli scandali e la corruzione si riducono a una questione di ladroni; la produzione industriale cresce dello zero virgola, miglior risultato dal 2010; le riforme sono una questione di giorni, al massimo di qualche mese. Il debito pubblico aumenta, ma a tassi decrescenti e comunque \u00e8 colpa dello spread \u2013 ancorch\u00e9 compresso \u2013 in quanto il deficit strutturale \u00e8 tra i pi\u00f9 contenuti in Europa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"> \tEdulcorare non serve, anzi crea ulteriore disorientamento e accresce il senso di impotenza tra la gente. Su alcune questioni per\u00f2 parlano i fatti. Dal 2001 al 2013 l\u2019Italia ha perso 120.000 imprese del settore manifatturiero con 1 milione 160 mila addetti in meno. Un crollo pari a un calo del 25%: \u00e8 come se un quarto della base produttiva fosse scomparso. In alcuni settori si \u00e8 quasi dimezzata (tra questi elettronica, elettrodomestici, auto, tessile e legno). Il declino della manifattura italiana viene da lontano, dagli anni \u201890, ma da pi\u00f9 parti si sostiene che le politiche ultra-restrittive sui conti pubblici hanno provocato ulteriori gravi danni al tessuto industriale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"> \tQueste politiche ultra restrittive non si sono per\u00f2 concretizzate in una riduzione della presenza pubblica nell\u2019economia n\u00e9 in un calo del debito pubblico. Quindi quando si parla di <em>austerity <\/em>di cosa si parla? Di <em>austerity <\/em>delle famiglie o dello Stato?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"> \tL\u2019aumento della spesa pubblica, che \u00e8 continuato negli anni della crisi, ha provocato uno squilibrio nei conti pubblici. Uno squilibrio che famiglie (e imprese) devono colmare per non fare fallire lo Stato sotto l\u2019eccessivo deficit.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"> \tIl deficit si crea quando le uscite sono superiori alle entrate. Un po\u2019 come quando il reddito di una famiglia \u00e8 inferiore alle spese familiari. \u00c8 come se una famiglia che vede il reddito familiare ridotto del 10 per cento, diciamo da 1.000 a 900 euro al mese, continuasse a spendere 1.000 euro: il deficit aumenter\u00e0 fino a 1.200 euro all\u2019anno.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"> \tUna famiglia che cerca di gestire al meglio il proprio budget mensile, non aumenterebbe le proprie spese, ma cercherebbe di contenerle per non creare deficit. Cosa hanno fatto invece gli Stati europei durante la crisi? Hanno aumentato la spesa pubblica e per spendere pi\u00f9 soldi pubblici hanno chiesto ai cittadini di stringere la cinghia. Una crisi nella crisi, dettata proprio dall\u2019incapacit\u00e0 della \u201cfamiglia europea\u201d di ridurre e di riqualificare le spese pubbliche.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"> \tOvviamente sono anche aumentate le spese per gli interessi: se una famiglia vede ridotte le proprie entrate e invece di tagliare le spese, le aumenta, chi gli presta i soldi ha meno fiducia e gli aumenter\u00e0 il tasso d\u2019interesse. Ma \u00e8 tutta colpa dei tassi d\u2019interesse? No, perch\u00e9 sono aumentate anche le altre spese. Quale famiglia adotterebbe una politica del genere? Quale famiglia quando vede il proprio reddito diminuire, comincia a spendere ancora pi\u00f9 soldi?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"> \tUna crisi nella crisi, generata adottando una politica di <em>public spending <\/em>nell\u2019illusione di uscire dalla crisi economica senza riforme, e affondando ancora di pi\u00f9 le economie sotto il peso di un deficit cumulato (che diventa poi debito). Mi rendo conto che comparare il ruolo della famiglia con il ruolo dello Stato pu\u00f2 sembrare fuorviante e prestarsi a obiezioni. Perch\u00e9 lo Stato dovrebbe comportarsi come una famiglia? In realt\u00e0 la sua ragion d\u2019essere starebbe proprio nel creare le condizioni per la promozione delle unit\u00e0 sociali pi\u00f9 piccole e deboli che da sole non sono in grado di ottenere, creare un mercato del lavoro che non penalizzi l\u2019occupazione, sostenere il reddito oltre la congiuntura economica, redistribuire il reddito tra le varie fasce sociali, garantire livelli minimi di diritti (diritti politici, istruzione, salute, sicurezza).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"> \tQuale famiglia non si indebiterebbe per sostenere i membri che hanno perso il lavoro? E se tutte le famiglie tagliassero le spese (consumi) per pareggiare il reddito ridotto, non si troverebbero di fronte a una spirale di impoverimento senza fine?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"> \tCome spesso accade, prospettive parziali possono far perdere il senso complessivo delle cose. In realt\u00e0 una famiglia che si indebita per mantenere lo stesso livello di spesa rispetto a una famiglia che si indebita per investire nel creare occasioni di lavoro per i propri membri, genera condizioni e ricadute personali e sociali assai differenti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"> \tIn realt\u00e0 la spirale negativa si realizza se si aumentano le spese correnti riducendo le spese per investimenti. In questi anni di crisi queste ultime si sono ridotte di oltre un terzo sia nel settore pubblico che nel settore privato. Ci\u00f2 che conta allora non \u00e8 solo la quantit\u00e0 della spesa ma la sua qualit\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"> \tIn altri termini potremmo dire che ridurre la spesa corrente significa recuperare efficienza, ovvero mantenere condizioni di vita dignitose con meno risorse (dal risparmio energetico alla riduzione degli sprechi, al cambiamento dei modelli di consumo), mentre riqualificare e riallocare la stessa spesa verso investimenti a elevata produttivit\u00e0 economica e sociale significa migliorarne l\u2019efficacia (migliori infrastrutture, occupazione sostenibile, competitivit\u00e0 del tessuto economico).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"> \tVa quindi cambiato l\u2019approccio e i criteri con cui il settore pubblico alloca le risorse dei cittadini, selezionando e dosando gli investimenti in funzione di obiettivi socialmente ed economicamente rilevanti. La questione assume importanza specifica nel momento in cui la Giunta regionale del Friuli Venezia Giulia ha avviato il percorso e la concertazione su \u201cRilancimpresa\u201d, il piano di sviluppo del settore manifatturiero della nostra regione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"> \tIl Piano propone come linee fondamentali di sviluppo l\u2019innovazione, l\u2019internazionalizzazione, il rilancio degli investimenti in tecnologia, lo sviluppo delle opportunit\u00e0 della \u201cgreen economy\u201d, l\u2019applicazione strategica dei principi della responsabilit\u00e0 sociale d\u2019impresa. Il Piano si propone sia di potenziare gli strumenti operativi per fronteggiare le situazioni di crisi sia di attivare interventi per il rilancio del settore industriale: azioni per una nuova manifattura competitiva; attrazione di nuovi investimenti; semplificazione nelle procedure.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"> \t\u201cSi vogliono privilegiare gli investimenti, rispetto a ricerca e sviluppo. Negli anni appena passati \u2013 ha dichiarato l\u2019assessore regionale alle Attivit\u00e0 produttive <strong>Sergio Bolzonello <\/strong>\u2013 in carenza di linee di credito e disponibilit\u00e0 finanziarie, le imprese non hanno investito nei processi produttivi. Ora occorre che le aziende mettano invece mano al rinnovo di apparecchiature e macchinari\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"> \tQuesta rinnovata attenzione al rilancio di una politica industriale per lo sviluppo regionale non pu\u00f2 che essere accolta con soddisfazione e rinnovata speranza. Dalle dichiarazioni dell\u2019Amministrazione Regionale emerge infatti, opportunamente, che il rilancio passa attraverso una nuova stagione di investimenti e di politiche orientate a una migliore qualificazione e canalizzazione degli stessi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"> \tIn generale si possono individuare 3 tipologie di investimenti:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"> \t1) <strong>quelli che migliorano le performance operative delle aziende<\/strong>. Si tratta di investimenti di sostituzione e rinnovamento del capitale fisso delle imprese oppure di prodotti obsoleti;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"> \t2) <strong>quelli che migliorano l\u2019efficienza<\/strong>. Sono gli investimenti che migliorano la competitivit\u00e0 delle imprese che operano in settori prevalentemente maturi, per ridurre i costi e i prezzi, migliorando la produttivit\u00e0 e liberando risorse per impieghi alternativi;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"> \t3) <strong>quelli che creano nuovi prodotti e nuovi mercati<\/strong>. Questi investimenti combinano l\u2019innovazione tecnologica con il cambiamento dei modelli di business per raggiungere nuovi mercati e clienti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"> \tI primi due tipi di investimenti, pur necessari, non sono sufficienti a creare una ripresa occupazionale significativa. Anzi, tecnologie o prodotti sostitutivi cannibalizzano quelli esistenti, mentre il recupero di efficienza in pochi casi crea opportunit\u00e0 di nuovo lavoro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"> \tSi fanno le cose meglio con meno risorse. Un esempio recente \u00e8 l\u2019introduzione della fattura elettronica nei rapporti di fornitura tra le imprese e l\u2019Amministrazione Centrale dello Stato. Si stima che quando sar\u00e0 estesa a tutta la PA porter\u00e0 risparmi nell\u2019ordine di 60 miliardi di euro all\u2019anno, liberando risorse che potranno anche essere reinvestite, ma nel breve-medio periodo non creer\u00e0 sicuramente nuova occupazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"> \tSono gli investimenti in nuovi prodotti\/mercati che creano lavoro all\u2019interno dell\u2019impresa e all\u2019esterno, lungo le filiere produttive del suo ecosistema. Questi richiedono un\u2019allocazione importante e concentrata di capitale per conseguire le masse critiche che possono introdurre tecnologie che riducono i costi e modelli di impresa innovativi e orientati alla crescita.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"> \t\u00c8 il mix di risorse allocate a questi tre tipi di investimenti e il loro effetto cumulato nel tempo che definiscono la struttura produttiva di una economia territoriale e dei settori industriali che ne determinano le performance di mercato, finanziarie e occupazionali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"> \tNel predisporre \u201cRilancimpresa\u201d ci si potrebbe chiedere perch\u00e9 le imprese si sono orientate a fare prevalentemente, quando li fanno, investimenti nei primi due tipi di innovazione. Ad avviso di chi scrive \u00e8 una questione di cruciale importanza. \u00c8 una problematica complessa non riconducibile alla sola scarsit\u00e0 della risorsa capitale o di un eccessivo orientamento ai risultati finanziari di breve periodo. Nelle dichiarazioni degli Amministratori della Regione sembra che ci sia consapevolezza dell\u2019altezza della sfida. Attendiamo le soluzioni.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Economia e innovazione<\/p>\n","protected":false},"author":28,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"dwc-title":[],"dwc-content":[],"footnotes":""},"categories":[6],"tags":[],"class_list":["post-14572","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-societa"],"rttpg_featured_image_url":null,"rttpg_author":{"display_name":"redazione","author_link":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/author\/redazione\/"},"rttpg_comment":0,"rttpg_category":"<a href=\"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/category\/societa\/\" rel=\"category tag\">SOCIET\u00c0<\/a>","rttpg_excerpt":"Economia e innovazione","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/14572","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/users\/28"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=14572"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/14572\/revisions"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=14572"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=14572"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=14572"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}