{"id":14020,"date":"2014-05-08T00:00:00","date_gmt":"2014-05-07T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/imagazine.it\/?p=14020"},"modified":"2014-05-08T00:00:00","modified_gmt":"2014-05-07T23:00:00","slug":"cantando-sulle-macerie","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/cantando-sulle-macerie\/","title":{"rendered":"Cantando sulle macerie"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\" class=\"ui-droppable\"> \tLa letteratura occidentale nasce con un poema di guerra: l\u2019<em>Iliade<\/em>. La poesia lirica muove i suoi primi passi a Sparta, in ambito militare, con i versi di Tirteo nel VII secolo a.C.: \u00ab\u00c8 bello, cadendo in prima fila, morire \/ quando un uomo valoroso lotta per la sua patria\u00bb. Scultura e pittura raffigurano da sempre battaglie e violenza. Perch\u00e9 l\u2019arte, diceva Pablo Picasso, \u00ab\u00e8 uno strumento di guerra offensiva e difensiva contro il nemico\u00bb. Una definizione perfetta anche per la musica, che nella Prima Guerra Mondiale ebbe un ruolo decisivo. Da riscoprire oggi, per far risuonare le note della pace.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" class=\"ui-droppable\"> \t<strong>Note per la patria<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" class=\"ui-droppable\"> \t\u00abIl Piave mormorava \/ calmo e placido al passaggio \/ dei primi fanti, il ventiquattro maggio\u00bb: l\u2019incipit della <strong><em>Canzone del Piave <\/em><\/strong>\u00e8 diventato patrimonio nazionale, da Nord a Sud. Il testo, con la sua potente forza evocativa, \u00e8 un vero capolavoro nel suo genere, fin dai primi movimenti: \u00abL\u2019Esercito marciava \/ per raggiungere la frontiera, \/ per far contro il nemico una barriera\u2026 \/\/ Muti passaron quella notte i fanti: \/ tacere bisognava, e andar avanti!\u00bb. C\u2019\u00e8 l\u2019ardore, il senso del dovere, la suspense che fa ben sperare. Poi, come in ogni romanzo di formazione che si rispetti, arrivano i rovesci tragici: \u00abMa in una notte trista si parl\u00f2 di tradimento, \/ e il Piave udiva l\u2019ira e lo sgomento\u2026 \/ Ahi, quanta gente ha vista \/ venir gi\u00f9, lasciare il tetto, \/ per l\u2019onta consumata a <strong>Caporetto<\/strong>!\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" class=\"ui-droppable\"> \tUn nome che richiama a una tragedia scolpita nella memoria: come 11 settembre, per Caporetto non c\u2019\u00e8 bisogno di specificare. E cos\u00ec il canto prosegue, con scene di fuga, sbando generale, pianti. Finch\u00e9 arriva il riscatto: \u00ab\u201cNo!\u201d disse il Piave, \u201cNo!\u201d dissero i fanti, \/ \u201cMai pi\u00f9 il nemico faccia un passo avanti!\u201d \/\/ Si vide il Piave rigonfiar le sponde, \/ e come i fanti combatteva le onde\u2026 \/ Rosso col sangue del nemico altero, \/\/ il Piave comand\u00f2: \/ \u201cIndietro va, straniero!\u201d\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" class=\"ui-droppable\"> \tE gi\u00f9 con la rassegna di citt\u00e0 ed eroi simbolo dell\u2019Irredentismo: \u00abIndietreggi\u00f2 il nemico \/ fino a <strong>Trieste<\/strong>, fino a Trento, \/ e la Vittoria sciolse le ali del vento! Fu sacro il patto antico: \/ tra le schiere furon visti \/ risorgere <strong>Oberdan<\/strong>, <strong>Sauro<\/strong>, <strong>Battisti<\/strong>\u2026\u00bb. Infine, tutto si ricompone: \u00abSicure l\u2019alpi\u2026 Libere le sponde\u2026 \/ e tacque il Piave: si placaron le onde\u2026 \/ Sul patrio suolo, vinti i torvi Imperi, \/\/ la Pace non trov\u00f2 \/ n\u00e9 oppressi, n\u00e9 stranieri\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" class=\"ui-droppable\"> \tDi questo quadro dove tutto si tiene, per\u00f2, sfugge sempre un particolare: la canzone, scritta dal maestro <strong>Ermete Giovanni Gaeta<\/strong>, \u00e8 dell\u2019estate del 1918, quando il conflitto sta finendo e occorre far dimenticare gli orrori di quella che, per molti, \u00e8 la fine della storia umana. Ben altre, invece, sono le parole e le note che per anni si sono levate dai fronti della Grande Guerra.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" class=\"ui-droppable\"> \t<strong>Censura e clandestinit\u00e0<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" class=\"ui-droppable\"> \t\u00c8 una torrida mattina dei primi di agosto quella che fa da scenario, nel 1916, ai movimenti delle truppe italiane impegnate nei pressi di <strong>Gorizia<\/strong>. Dopo lunghi mesi di scontri con le truppe austriache asserragliate fra il <strong>Calvario <\/strong>e il <strong>Sabotino<\/strong>, il comando italiano decide di sferrare l\u2019attacco finale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" class=\"ui-droppable\"> \tMitizzata dalla futura propaganda postbellica, la presa della citt\u00e0, fra il 9 e il 10 agosto, coster\u00e0 la vita a 1.759 ufficiali e 50.000 soldati italiani, nonch\u00e9 a 862 ufficiali e 40.000 soldati austriaci. E il conteggio ufficiale, che distingue fra i detentori di stellette e i militi semplici, non potrebbe spiegare meglio la visione della guerra che allora accomunava i comandi di tutti gli schieramenti. In questo delirante macello di innocenti qualcuno, per\u00f2, inizia a ribellarsi, dando sfogo alla propria rabbia in un canto intitolato <strong><em>O Gorizia, tu sei maledetta<\/em><\/strong>:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" class=\"ui-droppable\"> \t<em>La mattina del cinque di agosto \/ si muovevano le truppe italiane \/ per Gorizia e le terre lontane \/ e dolente ognun si\u00a0<\/em><em>part\u00ec. \/\/ Sotto l\u2019acqua che cadeva a rovescio \/ grandinavano le palle nemiche; \/ su quei monti, colline e gran valli \/ si moriva dicendo cos\u00ec: \/\/ \u201cO Gorizia, tu sei maledetta \/ per ogni cuore che sente coscienza; \/ dolorosa ci fu la partenza \/ e il\u00a0<\/em><em>ritorno per molti non fu. \/\/ O vigliacchi che voi ve ne state \/ con le mogli sui letti di lana, \/ schernitori di noi carne umana, \/ questa guerra ci insegna a punir. \/\/ Voi chiamate il campo d\u2019onore \/ questa terra di l\u00e0 dai confini; \/ qui si muore gridando:\u00a0<\/em><em>assassini! \/ maledetti sarete un d\u00ec. \/\/ Cara moglie che tu non mi senti, \/ raccomando ai compagni vicini \/ di tenermi da conto i bambini, \/ ch\u00e9 io muoio col suo nome nel cuor. \/\/ O Gorizia, tu sei maledetta \/ per ogni cuore che sente coscienza; \/ dolorosa ci fu la partenza \/ e il ritorno per molti non fu\u201d.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" class=\"ui-droppable\"> \tCensurato con il pugno di ferro dalle gerarchie, diventer\u00e0 il simbolo di una coscienza pacifista, cantato in clandestinit\u00e0 per non correre il rischio di provvedimenti disciplinari durissimi, quando non della fucilazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" class=\"ui-droppable\"> \t<strong>Il morale delle truppe<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" class=\"ui-droppable\"> \tGiuseppe Ungaretti, Ernest Hemingway, Scipio Slataper, Giani e Carlo Stuparich, Clemente Rebora, Rudyard Kipling, Arthur Conan Doyle, H.G. Wells, Corrado Alvaro, Gabriele D\u2019Annunzio, Carlo Emilio Gadda, Camillo Sbarbaro, Aligi Sassu: sul fronte del Friuli Venezia Giulia, durante la Grande Guerra, \u00e8 come se la grande letteratura italiana e occidentale si sia data appuntamento. Ne sono nati romanzi, racconti e poesie che oggi sono patrimonio stabile della cultura moderna.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" class=\"ui-droppable\"> \tEppure, esistono pagine altrettanto toccanti di cui non conosceremo mai gli autori: piccole canzoni nate dal dolore che, a distanza di un secolo, ci fanno ripiombare nel fango delle trincee.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" class=\"ui-droppable\"> \tA <strong>Piedimonte<\/strong>, in quello che per tutti diventa il \u00abCalvario d\u2019Italia\u00bb, un\u2019anima malinconica compone un breve canto fra lo strepitare delle mitragliatrici: \u00abHo perso la voce \/ sul <strong>Podgora<\/strong>\u2026 \/\/ Ho perso la voce \/ a fare l\u2019amore \/ con un castagno secco \/ sull\u2019aurora\u2026\u00bb. Chiss\u00e0 dov\u2019\u00e8 nata, invece, la triste elegia di <strong><em>Furlans<\/em><\/strong>: \u00ab<em>Di chel sanc che \u00e0n men\u00e2t vie \/ dal Lusinz al m\u00e2r lontan, \/ un r\u00ecu lunc par qualchi mie, \/ l\u2019\u00e8 sanc nestri, sanc furlan. \/\/ O furlan, fra tantis penis, \/ pe fam\u00e8e, pal tet piardut, \/ mi\u00e8z il sanc das nestris venis \/ i grav\u00f2ns nus \u00e0n bevut<\/em>\u00bb (\u00abDi quel sangue che hanno portato via, \/ dall\u2019Isonzo al mare lontano, \/ un fiume lungo diverse miglia, \/ \u00e8 sangue nostro, sangue friulano. \/ O friulano, fra tante pene, \/ per la famiglia, per il tetto perduto, \/ mezzo del sangue delle nostre vene \/ i letti ghiaiosi hanno bevuto\u00bb). Spaccati di vita che testimoniano un morale piuttosto basso fra le truppe: agli ufficiali pi\u00f9 illuminati appare evidente che \u00e8 arrivato il momento di fare qualcosa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" class=\"ui-droppable\"> \tL\u2019idea del generale Antonio Cascino \u00e8 affascinante e geniale: chiamare sul fronte goriziano l\u2019amico <strong>Arturo Toscanini<\/strong>, il pi\u00f9 grande direttore d\u2019orchestra di tutti i tempi. Ed \u00e8 il Maestro stesso a raccontare i fatti al figlio Walter, milite sul Carso giuliano, in una lettera del 31 agosto 1917: <em>\u00abVenerd\u00ec 24 fui chiamato dal generale\u00a0<\/em><em>Cascino di portarmi la mattina seguente sul Monte Santo fresco conquistato\u2026 e cos\u00ec feci. Vi rimasi quattro giorni. Abbiamo suonato in faccia agli Austriaci e cantato\u00a0<\/em><em>gli inni nazionali &#8211; ho assistito a diversi attacchi al San Gabriele e sono sceso a Quisca scontento di non aver visto effettuare anche quest\u2019altra conquista\u00bb<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" class=\"ui-droppable\"> \tToscanini aveva fatto in tempo a conoscere Giuseppe Verdi e a suonare per lui, era amico di Wagner e Puccini, ma era soprattutto colui che, a soli diciannove anni, da semplice violoncellista aveva sostituito il fischiatissimo direttore d\u2019orchestra durante l\u2019esecuzione dell\u2019<em>Aida <\/em>a Rio de Janeiro, il 30 giugno 1886, chiudendo lo spartito e conducendo l\u2019intera opera a memoria: un mito in carne e ossa. Ora, eccolo sul fronte a dirigere una banda militare per dare nuovo slancio ai soldati italiani: qualcosa che oggi non riusciamo neanche a immaginare. Non baster\u00e0, purtroppo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" class=\"ui-droppable\"> \tCaporetto, il 24 ottobre 1917, porta con s\u00e9 ben altra musica: l\u2019Italia \u00e8 allo sbando. Toscanini, in quei giorni a <strong>Corm\u00f2ns<\/strong>, congeda la sua orchestra e ripara a Mestre, portandosi dietro il figlio Walter, convalescente a causa di una ferita. Eppure, la sua attivit\u00e0 non si interrompe: il tour sui fronti di guerra, condotto in assoluta beneficienza, lo porta anzi a dilapidare quasi tutto il suo patrimonio. La notizia della fine del conflitto, nel novembre 1918, lo raggiunge alla Scala di Milano durante le prove per il <em>Mefistofele <\/em>di Arrigo Boito e gli regala uno squarcio di felicit\u00e0. Non poteva sapere che, solo ventuno anni dopo, il mondo sarebbe precitato in una follia ancora pi\u00f9 terribile.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La musica nella Grande Guerra<\/p>\n","protected":false},"author":28,"featured_media":14021,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"dwc-title":[],"dwc-content":[],"footnotes":""},"categories":[37],"tags":[],"class_list":["post-14020","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-cultura-e-spettacolo"],"rttpg_featured_image_url":{"full":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/5327-1.webp",510,319,false],"landscape":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/5327-1.webp",510,319,false],"portraits":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/5327-1.webp",510,319,false],"thumbnail":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/5327-1-150x150.webp",150,150,true],"medium":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/5327-1-300x188.webp",300,188,true],"large":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/5327-1.webp",510,319,false],"thumblist":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/5327-1.webp",300,188,false],"thumbrelated":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/5327-1.webp",500,313,false],"meccarouselthumb":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/5327-1.webp",474,296,false],"gridsquare":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/5327-1.webp",391,245,false],"tileview":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/5327-1.webp",300,188,false],"1536x1536":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/5327-1.webp",510,319,false],"2048x2048":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/5327-1.webp",510,319,false],"newsup-slider-full":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/5327-1.webp",510,319,false],"newsup-featured":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/5327-1.webp",510,319,false],"newsup-medium":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/5327-1.webp",510,319,false],"tptn_thumbnail":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/5327-1.webp",250,156,false],"sow-carousel-default":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/5327-1-272x182.webp",272,182,true]},"rttpg_author":{"display_name":"redazione","author_link":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/author\/redazione\/"},"rttpg_comment":0,"rttpg_category":"<a href=\"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/category\/cultura-e-spettacolo\/\" rel=\"category tag\">CULTURA&amp;SPETTACOLO<\/a>","rttpg_excerpt":"La musica nella Grande Guerra","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/14020","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/users\/28"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=14020"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/14020\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/media\/14021"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=14020"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=14020"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=14020"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}