{"id":13665,"date":"2014-03-24T00:00:00","date_gmt":"2014-03-23T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/imagazine.it\/?p=13665"},"modified":"2014-03-24T00:00:00","modified_gmt":"2014-03-23T23:00:00","slug":"gli-anni-spezzati","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/gli-anni-spezzati\/","title":{"rendered":"Gli anni spezzati"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\" class=\"ui-droppable\"> \t<strong>Voci dalla trincea<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" class=\"ui-droppable\"> \t\u00abA fine maggio 1916, la mia brigata \u2013 reggimenti 399\u00b0 e 400\u00b0 &#8211; stava ancora sul Carso. Sin dall\u2019inizio della guerra, essa aveva combattuto solo su quel fronte. Per noi, era diventato insopportabile. Ogni palmo di terra ci ricordava un combattimento o la tomba di un compagno caduto. Non avevamo fatto altro che conquistare trincee, trincee e trincee. Dopo quella \u201cdei gatti rossi\u201d, era venuta quella \u201cdei gatti neri\u201d, poi quella \u201cdei gatti verdi\u201d. Ma la situazione era sempre la stessa. Presa una trincea, bisognava conquistarne un\u2019altra.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" class=\"ui-droppable\"> \tTrieste era sempre l\u00e0, di fronte al golfo, alla stessa distanza, stanca. La nostra artiglieria non vi aveva voluto tirare un sol colpo. Il Duca d\u2019Aosta, nostro comandante d\u2019armata, la citava ogni volta, negli ordini del giorno e nei discorsi, per animare i combattenti\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" class=\"ui-droppable\"> \tInizia cos\u00ec il capolavoro di <strong>Emilio Lussu <\/strong><strong><em>Un anno sull\u2019Altipiano<\/em><\/strong>, memoriale duro e senza censure della sua esperienza sul fronte di Asiago nella Prima Guerra Mondiale, scritto fra il \u201836 e il \u201837 al sanatorio di Clavadel, in Svizzera, terra d\u2019esilio per molti antifascisti negli anni del regime mussoliniano. Prima di Asiago, la scena si apre dunque sul <strong>Carso monfalconese<\/strong>, in mezzo alle trincee prese e ricostruite come in un beffardo ritornello: molte sono visibili ancora oggi all\u2019interno del <strong>Parco Tematico della Grande Guerra<\/strong>, esteso alle spalle di <strong>Monfalcone <\/strong>su circa 4 km2 e strutturato in tre diversi itinerari. Il primo si inerpica sulla <strong>ridotta di Quota 121<\/strong>, il punto pi\u00f9 alto del Carso da cui si ammira un panorama mozzafiato, che spazia dalla Slovenia alla pianura friulana e all\u2019Adriatico, con Trieste ad occhieggiare sull\u2019altro lato, all\u2019epoca dei fatti una meta tanto vicina quanto irraggiungibile: un feticcio agitato dal comando italiano per rinfocolare le speranze di un esercito mandato al macello per conquistare pochi metri di terreno.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" class=\"ui-droppable\"> \tUna volta sottratto agli austriaci dopo un intero anno di attacchi (dall\u2019estate del \u201815 all\u2019agosto del \u201816), Quota 121 divenne la prima linea italiana di fronte alle postazioni nemiche spostatesi a <strong>Quota 77<\/strong>, presso il lago di Pietrarossa. Ma oltre alle strutture murarie, alle postazioni per le mitragliatrici e alle caverne usate come ricovero, il vero patrimonio di questo luogo, comune a tanti altri fronti della Grande Guerra, consiste nelle <strong>iscrizioni <\/strong>lasciate dai soldati: scritte drammatiche come \u00abAddio mia patria\u00bb, semplici date con la firma dell\u2019autore o il nome del reggimento, targhe commemorative improvvisate scolpite su pietra e immerse nella vegetazione. Tracce di uomini che tornano a parlarci dopo un secolo e di cui ancora non esiste un catasto completo, nonostante l\u2019immenso lavoro gi\u00e0 compiuto dalle varie Pro Loco e dal Gruppo ricerche e studi Grande Guerra, attivo fin dagli anni \u201870 in seno alla Societ\u00e0 Alpina delle Giulie di Trieste.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" class=\"ui-droppable\"> \t<strong>Fra cime e grotte<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" class=\"ui-droppable\"> \tIl secondo itinerario del Parco tematico \u00e8 dedicato alla <strong>trincea di Quota 85<\/strong>. Qui mor\u00ec <strong>Enrico Toti<\/strong>, il ciclista che aveva percorso l\u2019Europa da Roma a Parigi, dal Belgio alla Danimarca, dalla Lapponia alla Russia, con una gamba sola (gli era stata amputata la sinistra nel 1908, dopo un incidente). Allo scoppio della Grande Guerra, ancora una volta sulla sella della bici, aveva raggiunto il fronte italiano a <strong>Cervignano del Friuli<\/strong>: da l\u00ec, pochi mesi dopo, si era spostato sulle trincee monfalconesi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" class=\"ui-droppable\"> \tIl 6 agosto del \u201816, avanzando contro una postazione austriaca, fu colpito dai proiettili nemici: fi n qui, la storia trova tutti consenzienti. Quello che segue \u00e8 invece oggetto di aspra polemica: Enrico Toti scagli\u00f2 per davvero la celebre stampella contro il nemico, in un ultimo gesto di eroismo? C\u2019\u00e8 chi parla, oggi, di clamoroso falso storico e chi, invece, ribadisce la verit\u00e0 del fatto: di certo, siamo di fronte a una fi gura straordinaria, entrata nella mitologia di un\u2019Italia che negli anni del conflitto era alla ricerca di eroi per costruire la propria identit\u00e0. Il monumento a lui dedicato, nella localit\u00e0 di <strong>Sablici<\/strong>, ne rinnova la memoria suscitando nel visitatore un unico sentimento: il rispetto, al di l\u00e0 di qualsiasi dibattito storico. Ma a <strong>Quota 85<\/strong>, il 10 ottobre del \u201816, mor\u00ec anche <strong>Antonio Sant\u2019Elia<\/strong>, visionario architetto del <strong>Futurismo<\/strong>: con la sua scomparsa e quella di Umberto Boccioni, caduto due mesi prima presso Verona, il movimento fondato da Marinetti termin\u00f2 la prima fase della sua storia, la pi\u00f9 pura e incendiaria, prima dell\u2019abbraccio mortale con il Fascismo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" class=\"ui-droppable\"> \tIl terzo itinerario del Parco tematico conduce invece dalla <strong>trincea Cuzzi <\/strong>(dal nome del tenente alpino che la scopr\u00ec e la ripul\u00ec dalla vegetazione) alla <strong>trincea Joffr\u00e8<\/strong>, intitolata al generale che rimase a capo dell\u2019esercito francese fino alla tragica battaglia di Verdun, l\u2019assurdo massacro che lasci\u00f2 sul campo 420.000 francesi, altri 420.000 tedeschi e 800.000 avvelenati dai gas tossici, in un computo che affida ai \u201ccirca\u201d oscillazioni nell\u2019ordine delle decine di migliaia. La \u201cJoffr\u00e8\u201d fu gi\u00e0 dal \u201815 nelle mani dell\u2019esercito italiano, che durante lo scavo scopr\u00ec, nei pressi della stazione ferroviaria, una grande grotta priva di sbocco: fu ribattezzata <strong>\u201cGrotta Vergine\u201d <\/strong>perch\u00e9 intatta e ancora ignota e divenne un eccellente riparo contro le cannonate nemiche.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" class=\"ui-droppable\"> \tL\u2019ingresso fu ornato con una figura femminile reggente un ramo di palma, accanto a una targa con l\u2019epigrafe \u00abQuesta caverna vergine la luce vide per la prima volta add\u00ec 21 marzo 1916 &#8211; La compagnia zappatori di fanteria della 23ma divisione che la scoperse l\u2019adatt\u00f2 poscia a ricovero\u00bb: di questa decorazione oggi resta solo un piccolo frammento. Poco distante, la <strong>Grotta dei Pipistrelli<\/strong>, che la dice lunga sui suoi \u2018abitatori\u2019, per molto tempo diede invece ospitalit\u00e0 ai soldati austriaci.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" class=\"ui-droppable\"> \t<strong>Echi dal passato<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" class=\"ui-droppable\"> \tPochi chilometri pi\u00f9 a nord si estende il <strong>Museo all\u2019aperto del Comprensorio difensivo della Dolina del XV Bersaglieri<\/strong>. Le doline, com\u2019\u00e8 noto, sono depressioni del terreno tipiche del Carso: questa, in particolare, \u00e8 una valle che si sviluppa fra <strong>Quota 89 <\/strong>(quella del Sacrario di Redipuglia) e <strong>Quota 118 <\/strong>(il Monte Sei Busi). Prende il nome da un fregio con il simbolo del battaglione scolpito sul muro di una struttura difensiva, ma \u00e8 nota anche come \u201c<strong>Dolina dei Cinquecento<\/strong>\u201d, perch\u00e9 proprio qui furono scoperti i corpi di cinquecento caduti sepolti in una fossa comune e in seguito traslati nel vicino Sacrario. L\u2019esercito italiano la sottrasse a quello austriaco nell\u2019autunno del \u201815, con la Terza Battaglia dell\u2019Isonzo, cruentissimo scontro che vide schierato su questo fronte anche <strong><em>Corrado Alvaro<\/em><\/strong>, uno dei pi\u00f9 importanti scrittori del nostro Novecento.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" class=\"ui-droppable\"> \tOriginario di San Luca, in Calabria, arriv\u00f2 sul Carso poco dopo lo scoppio della guerra: aveva vent\u2019anni, l\u2019et\u00e0 dei sogni e del vitalismo, ma la terribile esperienza del conflitto lo fece sprofondare nell\u2019orrore. Ferito gravemente presso il <strong>Monte Sei Busi<\/strong>, fu costretto a una lunga degenza ospedaliera; un trauma psicologico, prima che fisico, sublimato nelle poesie della raccolta <strong><em>Poesie grigioverdi <\/em><\/strong>(1917). Dove, nei versi 41- 44 di <strong><em>Rivelazione<\/em><\/strong>, Alvaro arriva al cuore della verit\u00e0 di ogni guerra: \u00abIo mi sentivo il colpevole \/ di tutto, come un nemico, \/ io l\u2019uomo, io il carnefice, \/ io il traditore e il tradito\u00bb. Mentre nella lirica <strong><em>A un compagno <\/em><\/strong>si cala nei panni di un moribondo che, nelle sue ultime parole prima di morire, domanda a un commilitone di riferire ai suoi familiari una consolante falsit\u00e0: \u00abDi\u2019 loro che c\u2019era gran sole \/ pel campo, e tanto grano \/ che mi pareva il mio piano; \/ che c\u2019erano tante cicale \/ che cantavano; \/ Di\u2019 loro&#8230;. \/ che mi seppellirono con tanta \/ tanta carne di madri in compagnia \/ sotto un bosco d\u2019ulivi \/ che non intriscono mai; \/ che c\u2019\u00e8 vicina una via \/ ove passano i vivi \/ cantando con allegria\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" class=\"ui-droppable\"> \tUno spaccato di umanit\u00e0 ripreso e ampliato in un romanzo che Alvaro pubblicher\u00e0 nel 1930 dandogli un titolo emblematico: <strong><em>Vent\u2019anni<\/em><\/strong>. Protagonista e alter ego dello scrittore \u00e8 il ventenne Luca Fabio, meridionale catapultato sul fronte carsico durante la Grande Guerra, un giovane soldato che, come tutti i suoi compagni, vede crollare i propri ideali interventistici e patriottici di fronte alle mitragliatrici e ai gas tossici. Fino alla presa di coscienza definitiva: \u00abVogliono sopprimere col fuoco ogni elemento di pensiero, e ci riescono. \u00c8 come se il mondo dovesse seguitare a vivere per anni tra torrenti di pioggia, di grandine e di fulmini. Se l\u2019Italia avesse dovuto riassumere in una sola esperienza la sua fatica a vivere, non avrebbe potuto inventare di meglio. \u00c8 lo stato naturale del popolo italiano: allo stesso modo e con la stessa fatica si procurano in qualche regione il pane e l\u2019acqua, con la stessa pazienza rimangono dove la natura ha distrutto ogni cosa. Ricominciano; enormi e pietosi bambini. Ma il cannone abbruttisce, non rimane che il corpo, e il corpo \u00e8 abituato a resistere\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" class=\"ui-droppable\"> \tOggi, il campo di battaglia che si pu\u00f2 osservare presso il Monte Sei Busi \u00e8 solo una ricostruzione a scopo didattico, ma i ruderi dell\u2019ospedale militare sono ancora quelli originali, come originali sono la spaventosa traccia di quella che fu la fossa comune e le lunghe, interminabili trincee e linee fortificate. E pare ancora di sentire l\u2019eco di quei giovani che morirono senza un perch\u00e9 fra queste pietre, immortalati dalla penna magistrale di Corrado Alvaro: \u00abEra venuto un giorno in cui, col timore di non crescere mai, avevano frodato d\u2019un anno la loro et\u00e0, lenta e tarda quando si \u00e8 giovani. Finalmente, avevano detto: \u201cHo vent\u2019anni; e cosa far\u00f2?\u201d. Ma ora dovevano fare uno sforzo della memoria per dirsi: \u201cHo vent\u2019anni\u201d\u00bb.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La Grande Guerra sul Carso monfalconese<\/p>\n","protected":false},"author":28,"featured_media":13666,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"dwc-title":[],"dwc-content":[],"footnotes":""},"categories":[37],"tags":[],"class_list":["post-13665","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-cultura-e-spettacolo"],"rttpg_featured_image_url":{"full":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/4729-1.webp",726,370,false],"landscape":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/4729-1.webp",726,370,false],"portraits":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/4729-1.webp",726,370,false],"thumbnail":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/4729-1-150x150.webp",150,150,true],"medium":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/4729-1-300x153.webp",300,153,true],"large":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/4729-1.webp",640,326,false],"thumblist":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/4729-1.webp",300,153,false],"thumbrelated":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/4729-1.webp",500,255,false],"meccarouselthumb":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/4729-1.webp",474,242,false],"gridsquare":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/4729-1.webp",391,199,false],"tileview":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/4729-1.webp",300,153,false],"1536x1536":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/4729-1.webp",726,370,false],"2048x2048":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/4729-1.webp",726,370,false],"newsup-slider-full":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/4729-1.webp",726,370,false],"newsup-featured":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/4729-1.webp",726,370,false],"newsup-medium":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/4729-1-720x370.webp",720,370,true],"tptn_thumbnail":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/4729-1.webp",250,127,false],"sow-carousel-default":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/4729-1-272x182.webp",272,182,true]},"rttpg_author":{"display_name":"redazione","author_link":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/author\/redazione\/"},"rttpg_comment":0,"rttpg_category":"<a href=\"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/category\/cultura-e-spettacolo\/\" rel=\"category tag\">CULTURA&amp;SPETTACOLO<\/a>","rttpg_excerpt":"La Grande Guerra sul Carso monfalconese","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/13665","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/users\/28"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=13665"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/13665\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/media\/13666"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=13665"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=13665"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=13665"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}