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		<title>Violenza ostetrica: il primo rapporto UE parla friulano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Jun 2024 09:16:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SOCIETÀ]]></category>
		<category><![CDATA[bambini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Grazie alla coordinatrice Patrizia Quattrocchi dell’Università di Udine. L’Italia è il Paese europeo con il più basso numero di casi</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/06/Patrizia-Quattrocchi.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/violenza-ostetrica-il-primo-rapporto-ue-parla-friulano/">Violenza ostetrica: il primo rapporto UE parla friulano</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: 10pt;"><em>Patrizia Quattrocchi</em></span></p>
<p>UDINE – L’Italia, con il 21% dei casi, è il Paese europeo con il più basso numero di episodi di violenza ostetrica ai danni delle partorienti tra il 2017 e il 2022.</p>
<p>È uno dei principali risultati del <strong>primo rapporto dell’Unione europea</strong> sul problema della violenza ostetrica negli Stati membri, e le possibili risposte, coordinato da <strong>Patrizia Quattrocchi</strong> dell’Università di Udine.</p>
<p>Per violenza ostetrica si intende il maltrattamento fisico e verbale subito dalle partorienti. Un insieme di atti, comportamenti e omissioni che oggi sono riconosciuti internazionalmente come violenza di genere e violazione dei diritti umani.</p>
<p>La professoressa Quattrocchi è docente di antropologia medica del Dipartimento di Studi umanistici e del patrimonio culturale dell’Ateneo friulano. L’indagine è stata richiesta dalla Commissione europea ed è intitolata “<span style="text-decoration: underline;"><a href="https://data.europa.eu/doi/10.2838/440301" target="_blank" rel="noopener"><em>Obstetric Violence in the European Union: Situational analysis and policy recommendations</em></a></span>”.</p>
<p>«Il termine violenza ostetrica – spiega <strong>Patrizia</strong> <strong>Quattrocchi</strong> – non è accusatorio rispetto ai singoli professionisti della salute, che certamente fanno del loro meglio con gli strumenti a disposizione, ma identifica una serie di criticità strutturali dei nostri modelli assistenziali, spesso eccessivamente medicalizzati e poco attenti ai bisogni delle donne, in particolare di tipo relazionale o emotivo».</p>
<h3><strong>I contenuti</strong></h3>
<p>Lo studio è frutto di una raccolta dati effettuata tra il 2022 e il 2023 nei 27 Paesi membri. Per la prima volta presenta una panoramica delle principali forme di violenza ostetrica subite dalle donne nei servizi di assistenza al parto e alla nascita in Europa. Contiene anche <span style="text-decoration: underline;"><a href="https://data.europa.eu/doi/10.2838/712175" target="_blank" rel="noopener">quattro casi studio riguardanti Francia, Paesi Bassi, Slovacchia e Spagna</a></span>. Delinea inoltre le buone pratiche e le principali iniziative politiche e sociali attuate nei diversi Paesi per contenere questo fenomeno. Offre infine delle raccomandazioni alla Commissione europea e agli Stati membri.</p>
<h3><strong>I risultati</strong></h3>
<p>Non tutti i Paesi europei dispongono di dati e l’indagine ha raccolto quelli (quantitativi e qualitativi) di 16 Paesi dell’Unione. Da questi emerge che la percentuale di donne partorienti che ha subito subito una o più forme di violenza ostetrica va dal 21 per cento dell’Italia all’81 della Polonia.</p>
<p>Le forme più comuni di violenza ostetrica in Europa sono: la mancanza di consenso, gli abusi verbali (per esempio infantilizzazioni e discriminazioni), fisici (manovre ed episiotomie non necessarie, esplorazioni vaginali non consentite o eccessive e altro) e la mancanza di comunicazione e di supporto (informazioni insufficienti o non adeguate, mancanza di assistenza emotiva). Inoltre, sono risultate diffuse negli Stati membri l’eccessiva medicalizzazione e le pratiche cliniche che non si fondano sulla medicina basata sull’evidenza (per esempio eccessivo ricorso al taglio cesareo, all’episiotomia, all’induzione).</p>
<p>Emerge anche che tutte le donne, indipendentemente dallo status economico, livello di istruzione o background socioculturale, sono a rischio di violenza ostetrica. Alcune incorrono maggiormente in trattamenti abusivi e non rispettosi. Per esempio le migranti, le appartenenti a minoranza etniche, le disabili e quelle che vivono in condizioni di indigenza.</p>
<p>In 12 Paesi si registrano 22 casi di denuncia legale di episodi di violenza ostetrica. Alcuni sono stati portati all’attenzione della Corte europea dei diritti umani e al Comitato per l’eliminazione delle discriminazioni contro le donne delle Nazioni unite (Cedaw).</p>
<p>In 12 Stati, tra il 2017 e il 2022, si sono svolte 28 esperienze formative per i professionisti della salute che avevano per oggetto specifico la violenza ostetrica. In 7 paesi queste esperienze sono inserite nei percorsi accademici istituzionali. I paesi più virtuosi sono la Francia, i Paesi Bassi e la Spagna.</p>
<p>Dal punto di vista legislativo, in cinque Paesi – Italia compresa, con la proposta di Legge Zaccagnini del 2016, che non ha trovato seguito – vi sono proposte di legge per definire la violenza ostetrica. L’unico Stato ad aver legiferato è la Spagna (comunità autonome di Catalogna, Paesi Baschi e Valencia).</p>
<p>Buone pratiche si registrano in diversi paesi, anche in ambito sanitario. In Catalogna, la Società catalana di ginecologia e ostetricia ha attivato un gruppo di lavoro sulla violenza ostetrica e in alcuni ospedali sono nati delle Commissioni per monitorare la violenza ostetrica.</p>
<p>«Ora abbiamo finalmente una panoramica della situazione nei Paesi europei che ci indica anche le mancanze – sottolinea la professoressa <strong>Quattrocchi</strong> –. In particolare la necessità di definire strumenti standardizzati per poter comparare i dati nei diversi Stati. Ci auguriamo che questo report sia portato all’attenzione dei governi, delle istituzioni sanitarie e degli organi professionali, anche in Italia. Ora non si può più affermare che in Europa il fenomeno non esiste: dobbiamo prendercene carico e identificare dispositivi, legislativi e formativi per esempio, per contenerlo».</p>
<h3><strong>Il contesto  </strong></h3>
<p>L’indagine si inserisce in un contesto generale di crescente consapevolezza della necessità di un&#8217;assistenza più rispettosa al parto e alla nascita. E anche del crescente consenso nel considerare la violenza ostetrica – nelle sue differenti forme di abuso di medicalizzazione, maltrattamento e mancanza di rispetto attestate in tutto il mondo – come violazione dei diritti umani e come forma di violenza di genere e istituzionale. Il Consiglio d&#8217;Europa (2021) l&#8217;ha definita in termini di atti inappropriati o non consensuali. Per esempio: episiotomie (incisione del perineo) ed esplorazioni vaginali eseguite senza consenso o eccessive, manovre o medicamenti clinicamente non necessari, interventi dolorosi senza anestesia, comportamenti sessisti e discriminatori, violenze verbali. Questi atti riguardano sia l’ambito sanitario, ma anche l’intera società.</p>
<h3><strong>I prossimi passi</strong></h3>
<p>Il report è stato presentato ai funzionari della Commissione europea ai più importanti portatori d’interesse europei, tra cui le società scientifiche di ginecologia e ostetricia. L’iniziativa è infatti parte della European Commission ‘Gender Equality Strategy 2020-2025’. Ora i risultati del report e dei quattro casi studio saranno presentati nei diversi Paesi. Continuerà inoltre il dialogo con gli organismi sovranazionali e i referenti delle società scientifiche del settore. In questo contesto opera anche il progetto internazionale coordinato dall’Ateneo friulano <em>“<span style="text-decoration: underline;"><a href="https://respectfulcare.eu/" target="_blank" rel="noopener">IPOV-Respectful care</a></span></em>” di cui è responsabile scientifica Patrizia Quattrocchi. Il progetto, finanziato dall’Unione Europea, riunisce un partenariato di 19 istituzioni in nove paesi e un team di 40 esperte e professionisti della salute.</p>
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