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	<title>innamorati &#8211; imagazine.it</title>
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	<title>innamorati &#8211; imagazine.it</title>
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		<title>San Valentino oltre ogni confine</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ferruccio Tassin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Feb 2025 10:16:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA&SPETTACOLO]]></category>
		<category><![CDATA[innamorati]]></category>
		<category><![CDATA[san valentino]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
		<category><![CDATA[tradizioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 14 febbraio si celebra la festa degli innamorati. Ma in queste terre in onore del santo sorsero numerose confraternite e che tramandarono la testimonianza</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2025/02/Valentino-Privano.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/san-valentino-oltre-ogni-confine/">San Valentino oltre ogni confine</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: 10pt;"><em>Statua lignea di San Valentino a Privano</em></span></p>
<p>In tempo senza agende, materiale scrittorio a tiro, la rima era ancillare alla memoria.</p>
<p>Ci sovviene, per questo mese, un proverbio friulano, il terribile “<em>Fevrarut, piêz di dut!</em>”. Diminutivo, non vezzeggiativo, per il mese più corto; il freddo, uno dei nemici della povera gente.</p>
<p>San Valentino – ricorre al 14 – ancora è legato al freddo: “<em>A San Valentin, si inglazza al mulin</em>” e anche qui era un guaio: le farine erano base per l’alimentazione. Freddo convinto: “<em>San Valentin, sclapa la glaz cul manarin</em>”.</p>
<p>Sì, adesso è una data topica per gli innamorati, dove il consumismo, insieme con l’affetto, ha la sua parte: la natura si risveglia. Con San Valentin, si rima “<em>…al nass al jeurin</em>”, nasce il leprotto; “<em>… al cjante l’odulìn</em>”, cinguetta l’allodoletto e si allungano i giorni “<em>… al vacjâr al distude il lumin</em>”, il vaccaro spegne il lume.</p>
<p>A Pavia di Udine antica una confraternita del Santo, idem a Clauiano, nella ampia pieve di Trivignano che comprendeva fino al Quattrocento anche le ora “goriziane” Chiopris e Viscone.</p>
<p>Confraternita non da poco a Fiumicello (400 i confratelli!) e nella veneta Cavenzano, poi “goriziana” dal 1818.</p>
<p>Ora, il Santo è universalmente noto per la – non infondata – tradizione che lo vuole protettore degli innamorati, spiegando il fatto con l’uso di donare l’abito da sposa in quel giorno, a Roma, in una chiesa a lui intitolata, o per il risvegliarsi della natura verso la sua festa</p>
<p>Si cita l’antica usanza, in Inghilterra, di scambiarsi biglietti affettuosi tra innamorati…</p>
<p>Nelle nostre terre, evocava aspetti più prosaici della vita, mali tremendi: era invocato contro l’epilessia, in friulano chiamata <em>mâl di Sant Valentin</em>; o <em>mâl dal azident</em> ; si ricorreva a lui, inoltre, in occasione di pestilenze tra uomini e animali i cui destini erano veramente legati.</p>
<p>Difficile dire se l’epilessia fosse più frequente allora (oggi non fa più paura), certo è che la segale, assai coltivata, poteva essere inquinata da segale cornuta e il grano dal loglio. Le farine che ne uscivano provocavano convulsioni, così come altre malattie, per le quali i rimedi erano scarsi; non restava che il Santo.</p>
<p>Ma perché tanta gente, pur vedendo che i mali ritornavano implacabili a tormentare e ad accorciare la vita, o a spegnerla in frequenti epidemie, continuava a rivolgersi ai santi; per un altro verso, è giusto guardare a uomini e donne solo angosciosamente presi da superstizioso terrore?</p>
<p>Si trattava piuttosto di fede disperata, di aggrapparsi a un sostegno nel faticoso, e pur breve viaggio, tra la terra e il cielo.</p>
<p>Forse è così vero questo, che gli antichi fedeli non avevano alcun interesse a discettare se, il Valentino che essi volevano dipinto da mani celebri per le loro chiese e le loro fraterne, fosse il presbitero romano</p>
<p>(forti i dubbi sulla sua esistenza) o il vescovo di Terni, ambedue martirizzati nel terzo secolo (il “nostro” decapitato intorno al 280, a sentire Jacopo da Varagine nella sua <em>Leggenda aurea</em>).</p>
<p>Venerato, proprio <em>ab antiquo</em>, sia nel mondo latino, che in quello tedesco, aveva un forte radicamento dove friulani, italiani e sloveni si incontravano.</p>
<p>Un polo di questa devozione, era, difatti sul San Valentin, accanto Gorizia. Li c’era tutto: una maggiore vicinanza fra la terra e il cielo; la metafora dell’ascesa; il silenzio. Una chiesa c’era, almeno dal Trecento, e accanto un convento.</p>
<p>Nel Cinquecento vi pellegrinavano Lucinico, Mossa, Corona, Mariano.</p>
<p>Quelli di Mariano riconoscevano lo sforzo fisico al loro sacerdote e allargavano di quattro soldi la borsa, in più rispetto alla consueta lira da messa di pellegrinaggio; otto i soldi che andavano a banderaro, “monaco” e crocifero.</p>
<p>Sul San Valentin si andava con la pieve (di Cormons), difatti, nel ritorno, a Lucinico (1567), la Chiesa coronese dispensava ai pellegrini di Mariano e Medea pane vino, companatico impegnativo, adeguato allo sforzo del lungo cammino: carne di manzo, “<em>quartuzze</em>” (carne di quarti d’ agnello e capretto).</p>
<p>Sicché, ci si andava ancora, benché ci fosse già il santuario di Monte Santo.</p>
<p>Nel Settecento, il primo arcivescovo di Gorizia, Carlo Michele d’Attems lo trova ancora attivo, ma in crisi: al parroco di Salcano decreta di riparare una pala d’altare rovinata da un fulmine; di aggiustare il tetto e di dare aria alle suppellettili. Sette anni dopo (1758), il parroco di Sempas, raccontava al presule che andavano in pellegrinaggio sul San Valentin, ma senza mangiar e bere, a prevenire osservazioni restrittive, e l’anno seguente ai Caprivesi, che ci andavano ogni anno, impone di trovare meta più vicina ad evitare scandali.</p>
<p>A Udine, grande festa in Borgo Pracchiuso, con il “<em>pane di San Valentino</em>” e le chiavi di stagno.</p>
<p>Festa di San Valentino a Clauiano e il pane benedetto.</p>
<figure id="attachment_62550" aria-describedby="caption-attachment-62550" style="width: 522px" class="wp-caption aligncenter"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-large wp-image-62550" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2025/02/Biagio-Valentino-Visco-522x1024.jpg" alt="Biagio Valentino Visco" width="522" height="1024" title="San Valentino oltre ogni confine 1" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2025/02/Biagio-Valentino-Visco-522x1024.jpg 522w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2025/02/Biagio-Valentino-Visco-153x300.jpg 153w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2025/02/Biagio-Valentino-Visco.jpg 700w" sizes="(max-width: 522px) 100vw, 522px" /><figcaption id="caption-attachment-62550" class="wp-caption-text">Pala di Sant’Antonio da Padova, San Biagio e San Valentino a Visco</figcaption></figure>
<p>Privano era, ed ancora è, per tutti i paesi dei dintorni la festa del “<em>pan di San Valentin</em>”, che si benediva in quel giorno e si consumava attribuendogli facoltà preventive; prima di mangiarlo si baciava.</p>
<p>Nelle case si confezionavano “<em>pagnocutis</em>” tonde di pane di “<em>sorgturc</em>”, il pane giallo dal colore della farina “<em>pan zâl</em>”. Un tempo era molto apprezzato, perché alternativa alla quotidiana polenta anche nelle famiglie contadine che “<em>l’avevano corta</em>” sotto padrone.</p>
<p>Era festa grande: i giovani preparavano numerosi archi infiascati di verde nei luoghi dove passava la processione; il verde era soprattutto di edera raccolta nelle boschette.</p>
<p>I tre giorni prima della festa c’era un triduo di funzioni. L’unica osteria, quella di Giovanin, in quel giorno faceva faville: il titolare, per una giornata aveva bisogno di aiuti dato il numero degli avventori. Oltre che tanta gente di Joannis e di Strassoldo, numerosi i Palmarini, ospitati per amicizia dalle famiglie perché numerose donne privanesi andavano nella città fortezza a vendere il latte. A loro veniva offerto il pane giallo.</p>
<p>Chiese, statue: chiesa “recente” a Bistrigna; chiesa ottocentesca, ma titolo antico, e statua di Carlo da Carona &#8211; Cinquecento &#8211; a Fiumicello); bei quadri a Visco (primo Settecento), a Romans, tela di Antonio Paroli (Settecento) a Nogaredo al Torre (altare e pala settecentesca).</p>
<p>Processione con statua a Ruttars; Mernicco altare; pane e processione con statua a Cavenzano: devozione antichissima, con folle di fedeli.</p>
<p>Processione istituita nel 1903 da don Giuseppe Parmeggiani, che acquistò una statua dell’onnipresente gardenese Perathoner (Perini); dappertutto bacio delle reliquie.</p>
<p>Era una festa, quella di San Valentino, che superava i confini della diocesi (e, prima della grande guerra, anche di stato), difatti a Privano andava, ad esempio don Giuseppe Marcosig, parroco di Muscoli, che raccontò di una festa andata parzialmente male per la pioggia, nel 1949: la banda di Aiello, non potè suonare. Invece della processione, “<em>predica di 22 minuti dall’altare e coroncina di San Valentino</em>”.</p>
<p>Unica cosa che non era andata male fu il pranzo, del resto “<em>Rimase molto pane per il mancato intervento dei forestieri</em>”.</p>
<p>“Così rifulse maggiormente il lato spirituale della festa”, concluse il popolare Pre Bepo”, che, però, ebbe modo di apprezzare un ottimo desinare offerto dal parroco del luogo e da lui descritto in ogni pietanza.</p>
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