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		<title>Gak Yamada, The Cosmic Prayer</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 May 2026 15:22:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[arte]]></category>
		<category><![CDATA[eventi]]></category>
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		<category><![CDATA[fotografia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1366" height="865" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/Gak-yamada.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Gak yamada" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/Gak-yamada.jpg 1366w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/Gak-yamada-300x190.jpg 300w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/Gak-yamada-1024x648.jpg 1024w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/Gak-yamada-768x486.jpg 768w" sizes="(max-width: 1366px) 100vw, 1366px" title="Gak Yamada, The Cosmic Prayer 1"> Nel nuovo spazio Die Gelbe Wand a Pordenone la prima personale in Europa del fotografo giapponese</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/Gak-yamada.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/events/gak-yamada-the-cosmic-prayer/">Gak Yamada, The Cosmic Prayer</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h6>Gak Yamada</h6>
<p>&nbsp;</p>
<p>C’è un momento preciso in cui l’immagine smette di essere una semplice testimonianza del reale per farsi materia viva, graffiata, quasi dolorosa nella sua ricerca di una verità che sta oltre la superficie: questo è il cuore pulsante di <strong><em>Die Gelbe Wand</em></strong>, il nuovo spazio espositivo no profit dedicato alla fotografia contemporanea, all’interno dei <strong>Mercati Culturali Pordenone</strong>, l’evento dà forma a uno dei progetti inseriti nel dossier di <strong>Pordenone Capitale italiana della Cultura </strong>e si inserisce nel percorso di avvicinamento al 2027 con l’obiettivo di attrarre un pubblico internazionale<em>.</em></p>
<p>“Questo nuovo spazio culturale dal respiro europeo – sottolinea l’assessore alla Cultura del Comune di Pordenone,<strong> Alberto Parigi</strong> – è uno dei progetti di Pordenone 2027 e rimarrà anche dopo l’anno della Capitale. Ciò dimostra che l’esperienza della Capitale non sarà passeggera, ma un’operazione solida che lascia in eredità a Pordenone nuove iniziative, idee, spazi, da <em>Die Gelbe Wand</em> per la fotografia contemporanea a Villa Cattaneo per la musica, fino alla Casa del Mutilato sede di mostre e installazioni multimediali”.</p>
<p><strong><em>Die Gelbe Wand</em></strong> nasce con una vocazione internazionale e un’identità ibrida, puntando i propri riflettori sulla fotografia contemporanea con una predilezione per le sperimentazioni che fioriscono nei paesi di lingua tedesca e in Giappone, e non poteva esserci battesimo migliore se non quello affidato alla potenza visiva di <strong>Gak Yamada </strong>(Ehime, Giappone 1973), protagonista della sua prima personale europea proprio qui a Pordenone dal titolo “<strong><em>The Cosmic Prayer</em></strong>” e curata da <strong>Marco Minuz</strong>.</p>
<p>“Inaugurare <em>Die Gelbe Wand</em> con una mostra di tale densità significa dichiarare apertamente la missione di questo spazio: non un semplice contenitore, ma un luogo di collisione tra culture e linguaggi. Qui l’immagine diventa linguaggio vivo, capace di interrogare la realtà, raccontare trasformazioni e aprire nuovi orizzonti percettivi. Vogliamo rendere questo spazio, geograficamente decentrato, un generatore di ricerca attraverso collaborazioni internazionali”, spiega proprio Minuz, direttore artistico di <em>Die Gelbe Wand</em>.</p>
<p>La selezione delle opere curata per l&#8217;occasione non è una semplice serie di scatti, ma un viaggio sinestetico che Yamada ha costruito per offrire una visione d’insieme del proprio percorso artistico, una parabola che parte dalla fotografia per atterrare in uno spazio terzo, un altrove che non è più pittura e non è ancora scultura, ma che vibra di un’autonomia propria.</p>
<p>L’artista conduce il pubblico per mano attraverso un&#8217;evoluzione che vede la fotografia come rappresentazione del mondo esterno e il dipinto astratto come espressione del mondo interiore, cercando però costantemente quel punto di rottura, quel processo di creazione in cui le categorie si fondono l’una dentro l’altra.</p>
<p>Entrando nella prima sala dell’esposizione, ci si imbatte nella serie <em>HIGAN</em>, che rappresenta la linea più marcatamente fotografica della ricerca di Yamada, qui presentata in un allestimento che copre un’intera parete; l’ispirazione dichiarata è “<em>Addio alla fotografia</em>” di Daido Moriyama, un punto di svolta che Yamada rielabora trasformando quella che era nata come un’opera editoriale da sfogliare in un’esperienza visiva simultanea, capace di sprigionare un’intensità diversa quando colta in un unico sguardo d&#8217;insieme.</p>
<p>Ma basta voltarsi verso le altre pareti per accorgersi che la pittura reclama il suo spazio: ogni superficie corrisponde a un periodo specifico della sperimentazione dell’artista, come avviene in <em>Threshold</em>, dove l’immagine fotografica viene aggredita dall’introduzione di elementi testuali, parole che scorrono rapide nella mente dell’autore e che si trasformano in sottili linee nere, segni che sembrano leggibili ma che sfuggono alla comprensione, diventando pura energia calligrafica.</p>
<p>Il lavoro di Yamada è un corpo a corpo con la materia: egli non esita a immergere le stampe in acqua per giorni, scoprendo come le carte Fujifilm si dissolvano rapidamente mentre le Kodak si sfaldino strato dopo strato, come accade nella serie Red, dove il blu svanisce lasciando emergere un rosso dominante e inquietante che l’artista lavora ulteriormente con lo sfregamento delle dita, quasi a voler denunciare un certo eccesso del capitalismo attraverso la decomposizione cromatica.</p>
<p>In <em>Threshold</em>, invece, la distruzione dell’immagine è affidata agli agenti atmosferici: le stampe vengono abbandonate in giardino, esposte al vento e alla pioggia per un mese affinché si deteriorino in modo organico, fuori dall’intenzione umana, per poi essere riportate in studio e sottoposte a un trattamento quasi sciamanico tra nastro adesivo, inchiostri acrilici, oro, argento e l’uso del fuoco, che brucia la carta fino a lacerarla lasciando intravedere il buio retrostante.</p>
<p>È qui che nasce il concetto di soglia, un confine dove tutto converge: superficie e retro, visibile e invisibile, fotografia e pittura. Spostandosi nella seconda sala, l’esperienza si trasforma ulteriormente, accogliendo il visitatore nello stato attuale della ricerca di Yamada, dominato da light box e suono; qui il light box diventa una forma compiuta, una sorta di kata, termine che nelle arti tradizionali giapponesi come il teatro Nō o l’haiku indica una forma definita che non limita l’artista ma ne abilita la libertà creativa e il salto immaginativo.</p>
<p>La musica, per Yamada, è un motore fondamentale: è la vibrazione che fa emergere le immagini interiori, e in questo spazio suono e visione appaiono insieme, risuonando in un’unica frequenza emotiva.</p>
<p>Particolarmente affascinante è l’opera Ku (Cielo), nata dall’uso dello scanner come strumento di cattura dello spazio, un metodo che si discosta radicalmente dalla lente fotografica tradizionale; se l’obiettivo implica una gravità stabile, legata all’occhio umano piantato a terra, lo scanner libera l’immagine dal peso, creando una sensazione di sospensione misteriosa, come se gli oggetti — dalla carta washi a piccoli elementi quotidiani — danzassero in un vuoto sconosciuto.</p>
<p>L’evoluzione più recente di questo percorso è rappresentata dalla serie <em>Kankō</em>, dove le stampe deteriorate vengono ispessite con cartone e incise con un saldatore, tracciando segni che richiamano la forza primordiale della scrittura cuneiforme o dei caratteri oracolari cinesi.</p>
<p>Yamada è profondamente colpito dalla materialità delle antiche incisioni su argilla o osso, vedendo in quel gesto umano così fragile e transitorio lo stesso impulso primordiale che ha dato vita alla pittura e alla fotografia: una ricerca di certezza, una preghiera laica che cerca di lasciare un segno nel mondo.</p>
<p>In <em>Kankō</em>, la sovrapposizione tra pittura rupestre, scrittura arcaica e fotografia punta a trascendere i media stessi per evocare una presenza sacra, un oggetto che accolga la tensione umana in un unico punto di condensazione.</p>
<p><strong>DIE GELBE WAND</strong></p>
<p>Mercati Culturali Pordenone</p>
<p>Pordenone, via delle Caserme 22</p>
<p>Dal 10 maggio al 14 giugno 2026</p>
<p>Orari: sabato e domenica | ore 11–19</p>
<p>info e appuntamenti</p>
<p><a href="mailto:info@mercaticulturalipordenone.it">info@mercaticulturalipordenone.it</a></p>
<p><a href="https://studioesseci.musvc2.net/e/tr?q=9%3d4VJW5a%265%3dW%26q%3dSKc0%26F%3dJfCTRc%26x%3d9CPs_IjyS_TT_NTti_XI_IjyS_SYSzN.6Au4tPl4DHwLA7o09Ku5xJrEx.Ew%265%3d6QvMvX.q6C%26Ev%3dTKZ6%26KB%3dX7d2tCSOf8aQW7aOa9%269%3dtWg4u002Ja46Rb0YP7iTx844xe8WQ0fZQY0SJbf5vYeSRf84SWC5yafTQBASwX8S&amp;mupckp=mupAtu4m8OiX0wt" target="_blank" rel="noopener">www.mercaticulturalipordenone.it</a></p>
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		<title>Metallurgia: Udine e Kyoto collaborano in didattica e ricerca</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Oct 2025 11:03:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SOCIETÀ]]></category>
		<category><![CDATA[giappone]]></category>
		<category><![CDATA[metallurgia]]></category>
		<category><![CDATA[ricerca]]></category>
		<category><![CDATA[studenti]]></category>
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		<category><![CDATA[uniud]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tre studenti e due docenti dell’Ateneo friulano alla summer school organizzata dal politecnico nipponico, uno dei più importanti del Paese del Sol Levate</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2025/10/Studenti-e-docenti-della-summer-school-con-Giovanni-Coderani-Nicolo-Scussolin-Elia-Marin-Alex-Lanzutti-Stefano-Miani-Gianluigi-Serianni-ed-Ettore-Barbieri.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/metallurgia-udine-e-kyoto-collaborano-in-didattica-e-ricerca/">Metallurgia: Udine e Kyoto collaborano in didattica e ricerca</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: 10pt;"><em>Studenti e docenti della summer school, con Giovanni Coderani, Nicolò Scussolin, Elia Marin, Alex Lanzutti, Stefano Miani, Gianluigi Serianni ed Ettore Barbieri</em></span></p>
<p>UDINE – Prosegue la cooperazione didattica e di ricerca in ambito metallurgico tra l’<strong>Università</strong> <strong>di Udine</strong> e il giapponese <strong>Kyoto Institute of Technology (Kit)</strong>.</p>
<p>Tre studenti dell’Ateneo friulano hanno partecipato alla <em>summer school</em> internazionale in “<em>Ingegneria metallurgica per una manifattura sostenibile</em>” organizzato dall’Ateneo nipponico.</p>
<p>L’iniziativa fa seguito alla partnership avviata tra l’istituto di Kyoto e il Dipartimento Politecnico di Ingegneria e Architettura, con i suoi laboratori dell’Uniud Lab Village, dell’Ateneo friulano.</p>
<p>La scuola, diretta da <strong>Elia Marin</strong> del Kyoto Institute of Technology, ha coinvolto studenti di diversi Paesi ed è stata sostenuta dal governo di Tokyo.</p>
<p>Per l’Università di Udine hanno partecipato <strong>Giovanni Coderani</strong> e <strong>Nicolò Scussoli</strong>, della laurea magistrale in “Industrial engineering for sustainable manufacturing”, e <strong>Niki Picco</strong>, del dottorato in “Scienze dell’ingegneria energetica e ambientale”.</p>
<p>Per due settimane gli studenti hanno alternato lezioni teoriche sulla metallurgia e la scienza dei materiali a visite ed esperienze sul campo.</p>
<p>Le attività didattiche sono state tenute da <strong>Alex Lanzutti</strong>, docente di metallurgia dell’Ateneo friulano. <strong>Stefano Miani</strong>, delegato all’internazionalizzazione del dipartimento, ha invece fatto parte della commissione di valutazione degli elaborati finali dei partecipanti.</p>
<p>Alla cerimonia conclusiva, assieme a studenti e docenti hanno partecipato l’addetto scientifico dell’Ambasciata d’Italia a Tokyo, <strong>Gianluigi Serianni</strong>, e il vicepresidente dell’Associazione dei ricercatori italiani in Giappone, <strong>Ettore Barbieri</strong>.</p>
<p>«Questa <em>summer school</em> – spiega Elia Marin – rappresenta un importante passo nel rafforzamento dei rapporti tra il Kyoto Institute of Technology e l’Università di Udine, già consolidati grazie a un accordo di collaborazione siglato all’inizio dell’anno. L’obiettivo è intensificare le collaborazioni internazionali sia in ambito didattico che di ricerca, in particolare nei settori della metallurgia e della scienza dei materiali».</p>
<p>Kyoto Institute of Technology è fra i più importanti politecnici giapponesi. Conta circa 4.000 studenti e ha una offerta formativa che spazia dalla biologia alla chimica, dall’ingegneria (elettronica, informatica e meccanica) all’architettura.</p>
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