UDINE – Anna Badkhen per Cronache di un mondo in movimento (Gramma Feltrinelli), Mohammed El-Kurd per Vittime perfette e la politica del gradimento (Fandango Libri), Mathias Enard per Disertare (edizioni e/o), Alaa Faraj per Perché ero ragazzo (Sellerio), Bao Ninh per Il dolore della guerra (Neri Pozza), sono i cinque finalisti della 22ª edizione del Premio letterario internazionale Tiziano Terzani, riconoscimento istituito e promosso dall’associazione culturale vicino/lontano di Udine insieme alla famiglia Terzani, nel segno del giornalista e scrittore fiorentino.
Lo ha annunciato la Giuria, riunitasi nella casa fiorentina della famiglia Terzani. «Anche quest’anno – afferma Angela Terzani Staude – la giuria ha selezionato cinque volumi finalisti che ci aiutano, ciascuno a suo modo e con la propria originale prospettiva, a meglio comprendere le tragedie collettive e private del nostro tempo, che inquietano i nostri pensieri e turbano la nostra visione del futuro: ancora la tragedia della guerra, divampata ora in Medio Oriente; la sistematica violazione di ogni diritto a Gaza e la tacita accettazione del ritiro unilaterale dai trattati internazionali; il consolidarsi di regimi oppressivi che negano libertà e diritti elementari; i mutamenti climatici, l’oppressione sociale e i conflitti che sono alla base delle migrazioni che stanno riplasmando il mondo».
I giurati – Enza Campino, Toni Capuozzo, Marco Del Corona, Andrea Filippi, Milena Gabanelli, Nicola Gasbarro, Carla Nicolini, Marco Pacini, Paolo Pecile, Remo Politeo, Marino Sinibaldi, Mario Soldaini, Saskia Terzani – si sono ora riservati un supplemento di riflessione prima di passare alla votazione finale.
Il vincitore, o la vincitrice, sarà annunciato, o annunciata, a metà aprile e sabato 9 maggio (ore 21, Teatro Nuovo Giovanni da Udine) sarà l’atteso/a protagonista della serata-evento per la consegna del riconoscimento, appuntamento centrale della 22ª edizione del Festival vicino/lontano, in programma a Udine dal 7 al 10 maggio.
I cinque finalisti
Anna Badkhen è nata nel 1975 nell’Unione Sovietica e vive da oltre vent’anni negli Stati Uniti. Scrittrice e giornalista, come corrispondente di guerra ha seguito i conflitti in Iraq, Afghanistan, Somalia, Israele, Territori palestinesi e Cecenia. Ha pubblicato numerosi volumi e scrive regolarmente sul New York Times e sulle più prestigiose riviste letterarie. Per i suoi reportage sui civili nelle zone di guerra ha ricevuto premi prestigiosi. Cronache di un mondo in movimento, pubblicato in Italia da Gramma Feltrinelli nella traduzione di Gioia Guerzoni, raccoglie undici reportage di grande forza e qualità letteraria: compongono il ritratto di un’epoca in cui una persona su sette ha lasciato il luogo nel quale è nata e in cui il sentimento sempre più diffuso in ogni angolo del pianeta è quello di vivere in un mondo del tutto scardinato, in “una mappa di lacerazioni”. Le cause dello sconvolgimento presente – i mutamenti climatici, le guerre, l’oppressione sociale – sono restituite nella loro cruda e drammatica realtà, così come i loro devastanti effetti: innanzitutto la perdita di usi e costumi secolari e la loro esile sopravvivenza nella sfera della memoria. Anna Badkhen non descrive soltanto la disperazione e lo straniamento che “il mondo in movimento” di una migrazione epocale senza precedenti produce, ma anche i legami, le inaspettate fratellanze, le nuove comunità che la “mappa delle lacerazioni” ricompone in nome della comune appartenenza al genere umano. Dalla Great Rift Valley in Etiopia, il luogo d’origine dell’umanità, dove 160 mila anni fa si verificò la prima grande dispersione, alle attuali zone di guerra, dalle metropoli occidentali segnate da violenza e razzismo alle terre devastate dalle catastrofi climatiche e dalle carestie, Cronache di un mondo in movimento mostra come nel mondo nuovo che avanza alle spese del vecchio si possano anche trovare i semi di una ritrovata umanità.
Mohammed El-Kurd è poeta, scrittore e giornalista. È nato nel 1998 a Sheikh Jarrah, un quartiere palestinese di Gerusalemme Est. Nel 2009 i coloni israeliani hanno occupato parte della casa della sua famiglia. El-Kurd ha studiato negli Stati Uniti, dove si è laureato in Scrittura, ma è rientrato a Gerusalemme Est nel 2021, dove si è impegnato a testimoniare il conflitto in corso su numerose testate giornalistiche internazionali, anche televisive, tanto da essere nominato quell’anno da Time tra le 100 persone più influenti al mondo. Attualmente è il primo corrispondente dalla Palestina per The Nation e responsabile della redazione culturale di Mondoweiss. La sua prima raccolta di poesie, Rifqa, acclamata dalla critica, è uscita in Italia nel 2022 per Fandango Libri, che ha pubblicato anche il saggio Vittime perfette e la politica del gradimento (traduzione di Clara Nubile). El-Kurd vi combina magistralmente la sua esperienza personale di palestinese che ha subito l’allontanamento forzato da casa con la storia del suo popolo e i reportage sugli ultimi avvenimenti dell’occupazione di Gaza. La sua riflessione parte dalla convinzione che il potere politico delle immagini diffuse dai media condizioni e modifichi il modo con cui ci relazioniamo con il mondo: le immagini non si limitano a rappresentare, ma decidono anche chi è degno di compassione, chi può parlare, chi può esistere e resistere. Se per essere ascoltati i palestinesi devono diventare “accettabili”, allora gli strumenti stessi dell’ascolto sono compromessi. Con una prosa coraggiosa e una precisione lirica, Mohammed El-Kurd rifiuta un’esistenza considerata come oggetto di un discorso e mai come soggetto. Invece di chiedere agli oppressi di comportarsi come ‘vittime perfette’, El-Kurd ribalta lo sguardo e chiede ad amici e nemici di guardare i palestinesi negli occhi, rinunciando sia alla deferenza che alla condanna.
Mathias Enard è scrittore e traduttore, voce tra le più significative della nuova letteratura francese. Nato nel 1972, si è formato in Storia dell’arte all’École du Louvre e ha studiato arabo e persiano. Dopo lunghi soggiorni in Medio Oriente, nel 2000 si stabilisce a Barcellona. All’attività di professore di lingua araba all’Università autonoma di Barcellona affianca quella di traduttore. Dopo l’esordio con La perfection du tir (2003), in cui ha dato voce al punto di vista soggettivo di un cecchino in un paese in guerra, ha raggiunto notorietà mondiale con Zone (2008; trad. it. 2011). Fra le sue opere, Bussola (E/O 2016) ha vinto il premio Goncourt e il Premio Von Rezzori. Disertare, pubblicato in Italia da edizioni e/o (traduzione di Yasmina Melaouah) e finalista anche del Booker Prize 2026, è un testo di potente intensità narrativa. Come lo stesso autore ha spiegato pubblicamente, l’invasione russa dell’Ucraina e il ritorno improvviso della guerra nel nostro orizzonte lo hanno spinto a modificare il romanzo che stava scrivendo in quel momento. La biografia di un geniale e mai esistito matematico tedesco, Paul Heudeber – sopravvissuto a Buchenwald, antifascista rimasto fedele alla DDR anche dopo e nonostante il crollo dell’utopia comunista -, che viene celebrato nei dintorni di Berlino l’11 settembre 2001 in un convegno che si svolge a bordo di una piccola nave da crociera, si intreccia così con la storia di un disertore, che in una non ben precisata regione montuosa del Mediterraneo fugge dalla guerra ma non riesce a disfarsene completamente: un anonimo soldato in fuga da un conflitto indeterminato, ma forse anche dai ricordi delle violenze di cui è stato autore. Dalla tensione tra queste due storie – un romanzo innestato dentro un altro romanzo – emerge tutto ciò che è in gioco tra impegno e tradimento, fedeltà e lucidità, speranza e sopravvivenza.
Alaa Faraj è nato a Bengasi, in Libia, nel 1995. Nell’agosto del 2015 aveva vent’anni. Era uno studente di ingegneria, una promessa del calcio. Alle spalle aveva una famiglia pronta a sostenerlo nel suo sogno: raggiungere l’Italia, la speranza concreta di un futuro felice. Ottenere un visto, però, era impossibile. L’unica strada fu allora salire a bordo di un barcone insieme a tre amici, anche loro calciatori. Durante quella disperata traversata 49 persone morirono soffocate dentro la stiva. Accusato di essere uno degli scafisti, Alaa Faraj, dopo una frettolosa indagine, è stato condannato a 30 anni di carcere. Lo scorso dicembre il presidente della Repubblica Sergio Mattarella gli ha concesso la grazia parziale, uno sconto di pena di undici anni e quattro mesi. Alaa Faraj continua ad affermare la sua innocenza. Ha scritto Perché ero ragazzo – pubblicato da Sellerio – in prigione, in un italiano appreso dentro le celle, in uno stile fatto di dignità e stupore, a volte ironico. Un’autobiografia scritta a mano, in stampatello, su fogli rimediati in qualche modo e poi inviati, lettera dopo lettera, ad Alessandra Sciurba, docente di filosofia del diritto, conosciuta in carcere durante un laboratorio e diventata la voce e il volto della battaglia di Alaa per la giustizia e la verità. Perché ero ragazzo racconta un viaggio fatto di speranze e pericoli, l’indecenza delle morti per mare, l’arresto, la condanna, i primi dieci anni di carcere. Alaa Faraj ripercorre la sua storia con uno sguardo prima sbigottito, poi sempre più consapevole, mantenendo sempre una paradossale fiducia nello Stato. Racconta la vita dietro le sbarre, la voglia di studiare, la felicità di certi incontri, la necessità di resistere, la paura e la frustrazione sempre in agguato.
Bảo Ninh è uno scrittore che ha vissuto la guerra sulla propria pelle. Nato nel 1952 e arruolatosi nell’Esercito Popolare del Vietnam del Nord, a diciassette anni partì per il fonte con altri 500 soldati. Tornarono in dieci. Questa esperienza traumatica è diventata il nucleo del suo romanzo, Il dolore della guerra, scritto solo molti anni dopo la fine del conflitto. Apparso per la prima volta nel 1994 in traduzione inglese, bandito in patria per la sua visione antieroica, è stato salutato dalla critica internazionale come il Niente di nuovo sul fronte occidentale del Vietnam. Circolato nel suo paese clandestinamente e solo dopo il 2006 in modo ufficiale, è a oggi il libro più venduto della letteratura vietnamita. In Italia è uscito solo nel 2025 con Neri Pozza, nella traduzione di Carlo Prosperi, per il cinquantesimo anniversario della fine della guerra del Vietnam. Il protagonista è Kien, un ex soldato nordvietnamita sopravvissuto alla guerra. Come l’autore, ha combattuto nella Brigata Gioventù d’Assalto 27. Nel dopoguerra lavora in una squadra che recupera i corpi dei caduti in quella che ormai chiamano la Giungla delle Anime Urlanti, dove sette anni prima il napalm americano ha annientato il suo battaglione di 500 soldati, facendo di lui uno dei dieci sopravvissuti. La Storia dice che hanno vinto, ma assolvendo il suo macabro compito, Kien non si sente vincitore, sente solo le voci delle anime perdute. Sui corpi che raccoglie trova solo la violenza – testimoniata, subita, inflitta – che guasta tutto ciò che è umano, in modo definitivo e irreparabile. L’esercito nemico dei ricordi lo assale a ondate, lo riporta agli orrori delle tante battaglie ma anche ai giorni dell’innocenza, all’amore per la sua Phuong quando ancora era possibile. Forse per questo Kien è stato risparmiato: per raccontare che cosa rimane dopo che i fucili tacciono, dopo che non serve più uccidere per non essere uccisi. Per raccontare il dolore della guerra, a sé stesso, a chi verrà dopo, a chiunque voglia ascoltare.



