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	<title>Istria – Immagini di Francesco Penco &#8211; imagazine.it</title>
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	<title>Istria – Immagini di Francesco Penco &#8211; imagazine.it</title>
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		<title>FVG Settanta</title>
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        <pubDate>Thu, 10 Sep 2026 00:00:00 +0200</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>

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        <description><![CDATA[<img width="1366" height="727" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/06/italia-settanta.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="italia settanta" loading="lazy" title="FVG Settanta 52"> Arti visive in Friuli Venezia Giulia negli anni ’70: a Gorizia e Gradisca il racconto di un decennio rivoluzionario]]></description>

                <content:encoded><![CDATA[<p>Dal 27 giugno, le sale di <strong>Palazzo Attems Petzenstein a Gorizia</strong> tornano a farsi scenario di un viaggio ravvicinato nella memoria visiva del nostro Paese con l’apertura della mostra <strong>“</strong><strong><em>Italia Settanta. La creatività come antidoto. Arte Moda Design</em>”.</strong></p>
<p>L&#8217;esposizione, promossa dell’<strong>Ente Regionale per il Patrimonio Culturale del Friuli Venezia Giulia – ERPAC FVG</strong>, rappresenta il nuovo, attesissimo tassello di un articolato percorso che, dopo il successo dei precedenti appuntamenti dedicati agli anni Cinquanta e Sessanta, continua a documentare le profonde trasformazioni della società italiana del secondo dopoguerra.</p>
<p>In stretto collegamento con la mostra goriziana, a <strong>Gradisca d’Isonzo</strong>, il progetto <strong>“</strong><em><strong>FVG Settanta. Arti visive in Friuli Venezia Giulia negli anni ’70</strong></em><strong>”</strong> della <strong>Galleria Regionale d’Arte Contemporanea “Luigi Spazzapan”</strong> riaccenderà i riflettori su un territorio — da Trieste a Udine, da Pordenone fino all&#8217;Isontino — che storicamente è stato un crocevia fondamentale di avanguardie artistiche.</p>
<p>Il fulcro dell&#8217;indagine della mostra di Gorizia, curata da Raffaella Sgubin, Carla Cerutti, Lorenzo Michelli ed Enrico Minio Capucci e allestita dallo studio Roberto Festi, rimane l&#8217;affascinante e fitto dialogo tra i diversi linguaggi creativi — Arte, Moda e Design, appunto — mettendone in luce le affinità e le reciproche influenze sullo sfondo di un&#8217;epoca segnata da radicali mutamenti economici, politici e culturali.</p>
<p>In questa nuova tappa, le arti visive affiancano gli altri ambiti assumendo valenza critica rispetto alle urgenze del periodo.</p>
<p>Gli anni Settanta si distinguono infatti per la straordinaria pluralità dei linguaggi artistici e per il venir meno di una direzione unitaria della ricerca. Accanto alle esperienze concettuali, che privilegiano il progetto e l’idea, si sviluppano pratiche che analizzano criticamente i fondamenti della pittura, mentre altre invadono lo spazio attraverso installazioni e interventi ambientali. Tra memoria e sperimentazione, citazione e innovazione, il decennio ridefinisce profondamente i modelli del fare artistico.</p>
<p>La selezione espositiva di arti visive – strutturata a partire dalle ambientazioni di moda e design – mette in relazione esperienze eterogenee: dagli echi della stagione Pop e delle ricerche degli anni Sessanta fino a pratiche che anticipano le sensibilità degli anni Ottanta, evidenziando continuità e trasformazioni all’interno di un quadro non lineare. Così, accanto a figure di riferimento come <strong>Alberto Burri</strong> e <strong>Afro</strong>, la sezione presenta protagonisti della ricerca pittorica e concettuale quali <strong>Gino De Dominicis</strong>, <strong>Giorgio Griffa</strong>, <strong>Rodolfo Aricò, Marco Gastini, Getulio Alviani, Carlo Ciussi </strong>e<strong> Lucio Saffaro</strong>.</p>
<p>Nel corpo della mostra non poteva mancare <strong>Ugo Nespolo</strong>, con la sua linea dinamico/futurista e per questo citazionista, insieme a un&#8217;installazione di <strong>Michelangelo Pistoletto</strong>, che apre alla dimensione ambientale e relazionale dell’opera. Questa sezione evidenzia chiaramente il rapporto tra le arti visive e le altre discipline: mentre design e moda si concentrano sulla dimensione della quotidianità e della funzione, l’arte sviluppa percorsi orientati alla sperimentazione di nuovi linguaggi e alla definizione di modelli espressivi in costante mutamento.</p>
<p>Il mondo della moda vive nel medesimo decennio una rivoluzione epocale legata alla definitiva industrializzazione del settore. L&#8217;alto artigianato cede il passo al prêt-à-porter e la figura del sarto d&#8217;atelier viene sostituita da quella, modernissima, dello &#8220;stilista&#8221; termine coniato a definire <strong>Walter Albini</strong>.</p>
<p>Milano si consacra come nuova capitale della moda e i grandi interpreti del Made in Italy dimostrano la capacità straordinaria di elevare la produzione di tipo industriale a livelli qualitativi eccelsi. La metamorfosi del costume si riflette in creazioni straordinarie, sospese tra moda e arte concettuale: ne è un esempio il cappotto-scultura <em>Cretto</em> di <strong>Roberto Capucci</strong>, che recepisce gli stimoli materici delle arti visive applicando elementi naturali insoliti sul tessuto come sassi, corda e bambù.</p>
<p>Accanto alle geometrie e ai celebri accostamenti cromatici dei capi in maglieria firmati da <strong>Missoni</strong>, il guardaroba quotidiano si ridefinisce attraverso i generi e le forme, trovando nella giacca destrutturata di <strong>Giorgio Armani</strong> il simbolo intramontabile di una nuova eleganza urbana e fluida. Questa spinta al rinnovamento intercetta anche le istanze dei più giovani e della cultura underground grazie allo stile pop e dirompente di <strong>Elio Fiorucci</strong>, capace di trasformare i jeans e l&#8217;abbigliamento unisex in un fenomeno di costume globale.</p>
<p><strong>Il design, </strong>dal canto suo, attraversa una stagione di eccezionale vitalità formale. Sulla scia delle grandi riflessioni sul nuovo panorama domestico, la produzione industriale sperimenta con audacia le materie plastiche, lasciando spazio a ironiche intuizioni visive. Emblematica di questa libertà espressiva è la monumentale poltrona <em>Joe</em> del trio <strong>De Pas-D&#8217;Urbino-Lomazzi</strong>, una seduta scultorea a forma di guantone da baseball che contesta apertamente il rigore del mobile tradizionale.</p>
<p>Questa spinta iconoclasta convive con il design industriale più puro e rigoroso, attento alla tecnologia e alla funzionalità dell&#8217;ufficio e della casa, magistralmente interpretato dalla calcolatrice portatile <em>Divisumma 18</em> disegnata da <strong>Mario Bellini per Olivetti</strong>, avvolta nella sua caratteristica e morbida membrana di gomma flessibile. Se la lampada <em>Valigia</em> di <strong>Ettore Sottsass jr</strong> esprime con la sua estetica geometrica l&#8217;idea di un design ironico e &#8220;nomade&#8221;, pronto a seguire le evoluzioni degli spazi abitativi, la produzione industriale milanese si conferma il cuore pulsante del settore grazie a protagonisti del calibro di Joe Colombo, Vico Magistretti, Achille Castiglioni, Richard Sapper e Gae Aulenti.</p>
<p>In contrapposizione a questa dimensione industriale, si palesa il desiderio di un ritorno alla natura, all’autoproduzione e all’uso di materiali poveri, come testimoniano i progetti di <strong>Enzo Mari</strong> e i mobili scultorei di <strong>Mario Ceroli</strong>. Un caso a parte è costituito dall’attività di <strong>Gabriella Crespi</strong>, creatrice di arredi sofisticati d’alto artigianato apprezzati da una ristretta clientela internazionale e oggi oggetto di grande riscoperta da parte dei collezionisti. La fine del decennio segna infine la transizione verso le provocazioni postmoderne: una stagione dominata dalla figura di <strong>Alessandro Mendini</strong> e dallo <strong>Studio Alchimia</strong> (fondato a Milano nel 1976 da Alessandro e Adriana Guerriero), che aprirà la strada alla straordinaria avventura del gruppo <strong>Memphis</strong>, creato da Ettore Sottsass nel 1981.</p>
<p>Con questo ricco intreccio di storie, visioni e oggetti indimenticabili, la mostra a Palazzo Attems Petzenstein si propone non solo come un esercizio di memoria storica, ma come una chiave di lettura fondamentale per comprendere le radici della nostra contemporaneità.</p>
<p>Il progetto “<strong>FVG Settanta. Arti visive in Friuli Venezia Giulia negli anni ’70</strong>”, a Gradisca d’Isonzo, si articolerà parallelamente attraverso mostre, incontri, dialoghi, momenti di approfondimento e pubblicazioni. Si configura come un percorso articolato di ricerca, valorizzazione e divulgazione dedicato alla ricostruzione del panorama artistico regionale e nasce da un&#8217;approfondita attività di ricerca archivistica condotta presso fondi pubblici e privati conservati in diverse istituzioni culturali del territorio, tra cui la Galleria Regionale d&#8217;Arte contemporanea &#8220;Luigi Spazzapan&#8221;, il Museo Revoltella, Casa Zanussi &#8211; Centro Cultura Pordenone, nonché gli archivi di importanti realtà espositive private quali la Galleria Plurima e lo Studio Tommaseo.</p>
<p>L&#8217;obiettivo è riportare alla luce protagonisti, artisti, mostre, eventi, reti/relazioni e progettualità culturali che hanno contribuito a definire l&#8217;identità artistica del Friuli Venezia Giulia negli anni Settanta, evidenziando il ruolo svolto dalla nostra regione all&#8217;interno dei più ampi processi di rinnovamento artistico e culturale di quegli anni.</p>
<p>Si apre con “<strong>Per una nuova Galleria</strong>” (27 giugno – 20 luglio), dedicata alle origini della Galleria Regionale d’Arte Contemporanea “Luigi Spazzapan”, con opere provenienti dalle prime acquisizioni, materiali d’archivio digitalizzati e un video introduttivo sul progetto. Prosegue con “<strong>Nuovi modelli di ricerca</strong>” (23 luglio – 29 novembre), che ricostruisce le principali esperienze artistiche regionali attraverso opere, documenti e archivi organizzati per nuclei geografici e tematici, trasformando la Galleria in un centro di memoria visiva degli anni Settanta.</p>
<p>Tra gli appuntamenti collegati rientra la presentazione della <strong>donazione di Sergio Pausig</strong> (11 settembre – 11 ottobre), composta da opere realizzate negli anni Settanta e da lavori successivi destinati a ERPAC, cui si affiancherà un ciclo di eventi collaterali e conferenze (settembre 2026 – gennaio 2027) dedicati ai temi emersi dalla ricerca. Il percorso culminerà infine il 15 gennaio 2027 con un evento conclusivo in occasione del <strong>50° anniversario della fondazione della Galleria Spazzapan</strong>, in dialogo con il progetto <strong>Together</strong>, quale momento di incontro tra studiosi, istituzioni, artisti e comunità per valorizzare oltre cinquant’anni di ricerca e sperimentazione nell’arte contemporanea del Friuli Venezia Giulia.</p>
<h3><strong>Informazioni utili</strong></h3>
<p><strong>Mostra:</strong> Italia Settanta. La creatività come antidoto. Arte Moda Design.</p>
<p><strong>Sede:</strong> Palazzo Attems Petzenstein, Piazza Edmondo De Amicis, 2 – Gorizia</p>
<p><strong>Periodo:</strong> Dal 27 giugno al 29 novembre</p>
<p><strong>Catalogo: </strong>Antiga Edizioni</p>
<p><strong>Allestimento: </strong>Studio Roberto Festi</p>
<p><strong>Grafica:</strong> Studio Polo 1116 – Sergio Brugiolo e Chiara Romanelli</p>
<p><strong>Orari:</strong> lun &#8211; dom 9-19 e giovedì 9-22</p>
<p><strong>Contatti:</strong> <a href="mailto:didatticamusei.erpac@regione.fvg.it" target="_blank" rel="noopener">didatticamusei.erpac@regione.<wbr />fvg.it</a> / 0481 285335</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Mostra:</strong><strong> </strong>FVG Settanta. Arti visive in Friuli Venezia Giulia negli anni ’70</p>
<p><strong>Sede:</strong> Galleria Regionale di Arte contemporanea Luigi Spazzapan, Via Marziano Ciotti, 51 – Gradisca d’Isonzo (GO)</p>
<p><strong>Periodo:</strong> Dal 27 giugno al 29 novembre</p>
<p><strong>Catalogo: </strong>Antiga Edizioni</p>
<p><strong>Grafica:</strong> Studio Polo 1116 – Sergio Brugiolo e Chiara Romanelli</p>
<p><strong>Orari:</strong> mer &#8211; dom 10-13/15-19</p>
<p><strong>Contatti:</strong> <a href="mailto:galleriaspazzapan@regione.fvg.it" target="_blank" rel="noopener">galleriaspazzapan@regione.fvg.<wbr />it</a> / 0481 960816</p>
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            <item>
		<title>Il tennis in un millesimo di secondo</title>
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        <pubDate>Thu, 10 Sep 2026 00:00:00 +0200</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>

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        <description><![CDATA[<img width="1366" height="910" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/07/PAOLINI_USopen-2025.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="PAOLINI USopen 2025" loading="lazy" title="Il tennis in un millesimo di secondo 53"> A Trieste la mostra fotografica di Ray Giubilo: oltre 60 immagini di grande formato realizzate nei più importanti eventi internazionali ]]></description>

                <content:encoded><![CDATA[<h6>L&#8217;immagine vincitrice del 2025 ITF Tennis Photo Award</h6>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>If you can meet with Triumph and Disaster and treat those two impostors just the same&#8230;</em></p>
<p>Le celebri parole di Rudyard Kipling, che accolgono i giocatori all’ingresso del Campo Centrale di Wimbledon, rappresentano il filo conduttore di <strong><em>FLYING RACQUETS</em></strong>, la mostra fotografica di <strong>Ray Giubilo</strong> dedicata al mondo del tennis professionistico contemporaneo, che si inaugura a <strong>Trieste</strong>, <strong>venerdì 17 luglio</strong>, alla Sala Leonor Fini del Magazzino 26, in Porto Vecchio, realizzata dall’Associazione culturale <strong>Triestebookfest</strong>, in co-organizzazione con il <strong>Comune di Trieste –</strong><strong> Assessorato alle Politiche della Cultura e del Turismo</strong>, il contributo della <strong>Fondazione CRTrieste</strong> e la collaborazione di <strong>Aps comunicazione</strong>, curatore <strong>Aldo Poduie</strong>.</p>
<p>“Il titolo dell’esposizione – sottolinea il fotografo triestino di fama internazionale <strong>Ray Giubilo, </strong>la cui fotografia “<strong><em>It’s not Halloween</em></strong>” ha vinto il <strong>2025 ITF Tennis Photo Award</strong> come migliore fotografia di tennis dell’anno e anche l’<strong>AIPS Award</strong>  come migliore fotografia sportiva del 2025 – nasce da un’immagine tanto familiare quanto simbolica per chiunque abbia vissuto il tennis da vicino: le racchette che, nei momenti di rabbia, gioia o frustrazione, prendono il volo sui campi di tutto il mondo. Un gesto che racconta meglio di qualsiasi altra cosa la natura di uno sport sospeso costantemente tra trionfo e sconfitta, tra esaltazione e delusione”.</p>
<p>La mostra presenta una selezione di <strong>oltre 60 immagini</strong> di grande formato (accompagnate da centinaia di scatti digitali), realizzate nel corso di quasi quarant’anni di attività fotografica di Ray Giubilo nei più importanti eventi internazionali del tennis.</p>
<p>Un patrimonio di esperienze e di sguardi raccolti sui campi dei tornei più prestigiosi del mondo e restituiti al pubblico attraverso un percorso visivo libero da rigide scansioni cronologiche.</p>
<p>“Protagonisti delle fotografie sono certamente grandi campioni (<strong>Federer, Nadal, Williams, Sampras, Djokovic, Alzarz, Paolini, Sinner</strong> solo per citarne alcuni) e i loro gesti atletici – afferma Ray Giubilo – ma anche tutto ciò che rende unico questo sport: le atmosfere dei tornei, la tensione dei momenti decisivi, i dettagli spesso invisibili a occhio nudo e quell’universo di luci, ombre e colori che soltanto la fotografia riesce a fissare nel tempo”.</p>
<p>Il colore rappresenta uno degli elementi distintivi dell’esposizione. Le immagini raccontano infatti il passaggio dal tennis delle racchette di legno e delle tradizionali divise bianche al cosiddetto “tennis moderno”: uno sport sempre più veloce, potente e spettacolare, caratterizzato da una continua evoluzione tecnologica e da ricchezza cromatica.</p>
<p>Questa stessa cromia che ritroviamo anche nella serie pittorica “<em>Terra Rossa</em>” dell’artista <strong>Federica Ramani</strong>, che partecipa alla mostra interpretando gli scatti più iconici e recenti di Ray Giubilo attraverso una tecnica dal forte impatto sensoriale: la fusione tra la cera dell’encausto e la reale terra rossa prelevata dai campi.</p>
<p>“Questa combinazione – spiega Federica Ramani – conferisce una tridimensionalità alla tela ed evoca un&#8217;esperienza sensoriale. La terra rossa diventa il medium artistico con cui do corpo e sostanza al movimento cristallizzato dall’obiettivo di Giubilo”.</p>
<p>La mostra invita quindi il pubblico a scoprire il tennis da una prospettiva inedita: quella delle emozioni, dei dettagli e delle storie che si nascondono dietro ogni punto giocato e ogni istante catturato dall’obiettivo.</p>
<figure id="attachment_75452-2" aria-describedby="caption-attachment-75452-2" style="width: 600px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-75452" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/07/Ray-Giubilo.jpg" alt="Ray Giubilo" width="600" height="577" title="Il tennis in un millesimo di secondo 54" /><figcaption id="caption-attachment-75452-2" class="wp-caption-text">Ray Giubilo</figcaption></figure>
<p>Storie che saranno al centro anche di alcuni <strong>eventi organizzati da Triestebookfest alla Sala Luttazzi</strong>: primo appuntamento proprio il giorno dell’inaugurazione della mostra, per la <strong>presentazione del volume fotografico “<em>Flying Racquets</em>” (Allemandi Editore)</strong>, in programma<strong> venerdì 17 luglio, alle 17.30</strong>, con Ray Giubilo in dialogo con l’inviato Rai<strong> Sebastiano Franco</strong>. Seguirà la visita alla mostra (ingresso libero a entrambi gli eventi).</p>
<h3><strong>Orari</strong></h3>
<p><strong>Aperta dal 18 luglio al 20 settembre<br />
</strong>Giovedì e aperture speciali 16-20<br />
Venerdì, sabato, domenica e festivi 11-20<br />
Ingresso libero</p>
<p><a class="a2a_button_facebook" href="https://www.addtoany.com/add_to/facebook?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fevents%2Fil-tennis-in-un-millesimo-di-secondo%2F&amp;linkname=Il%20tennis%20in%20un%20millesimo%20di%20secondo" title="Facebook" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_button_x" href="https://www.addtoany.com/add_to/x?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fevents%2Fil-tennis-in-un-millesimo-di-secondo%2F&amp;linkname=Il%20tennis%20in%20un%20millesimo%20di%20secondo" title="X" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_button_whatsapp" href="https://www.addtoany.com/add_to/whatsapp?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fevents%2Fil-tennis-in-un-millesimo-di-secondo%2F&amp;linkname=Il%20tennis%20in%20un%20millesimo%20di%20secondo" title="WhatsApp" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_button_linkedin" href="https://www.addtoany.com/add_to/linkedin?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fevents%2Fil-tennis-in-un-millesimo-di-secondo%2F&amp;linkname=Il%20tennis%20in%20un%20millesimo%20di%20secondo" title="LinkedIn" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_button_email" href="https://www.addtoany.com/add_to/email?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fevents%2Fil-tennis-in-un-millesimo-di-secondo%2F&amp;linkname=Il%20tennis%20in%20un%20millesimo%20di%20secondo" title="Email" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_dd addtoany_share_save addtoany_share" href="https://www.addtoany.com/share#url=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fevents%2Fil-tennis-in-un-millesimo-di-secondo%2F&amp;title=Il%20tennis%20in%20un%20millesimo%20di%20secondo" data-a2a-url="https://imagazine.it/home_desk/events/il-tennis-in-un-millesimo-di-secondo/" data-a2a-title="Il tennis in un millesimo di secondo"></a></p><p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/07/PAOLINI_USopen-2025.jpg" style="display: block;margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/events/il-tennis-in-un-millesimo-di-secondo/">Il tennis in un millesimo di secondo</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
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		<title>L&#8217;arte triestina al femminile</title>
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        <pubDate>Thu, 10 Sep 2026 00:00:00 +0200</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>

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        <description><![CDATA[<img width="1366" height="895" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/07/trieste-e-avanguardia-femminile.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="trieste e avanguardia femminile" loading="lazy" title="L&apos;arte triestina al femminile 55"> Nel '900 d'avanguardia italiano ed europeo: oltre 220 opere raccontano il percorso di cinque artiste: Leonor Fini, Maria Lupieri, Maria Melan, Anita Pittoni e Miela Reina]]></description>

                <content:encoded><![CDATA[<p>Cinque protagoniste, cinque personalità straordinarie che, partendo da Trieste, hanno contribuito a rinnovare l&#8217;arte, il design, la moda, il teatro e l&#8217;editoria del Novecento, conquistando un posto di rilievo nella cultura italiana ed europea.</p>
<p>È questo il cuore de <strong><em>L&#8217;arte triestina al femminile nel &#8216;900 d&#8217;avanguardia italiano ed europeo</em></strong>, la grande mostra ideata, curata e progettata da <strong>Marianna Accerboni</strong>, promossa dall&#8217;<strong>Associazione Foemina APS</strong> in collaborazione con il <strong>Comune di Trieste – Assessorato alle Politiche della Cultura e del Turismo</strong>, in programma <strong>dal 23 luglio al 27 settembre 2026</strong> al <strong>Magazzino 26 – Sala Carlo Sbisà</strong> del Porto Vecchio di Trieste.</p>
<p>Con <strong>oltre 220 opere</strong> – tra dipinti, disegni, bozzetti teatrali e di moda, ceramiche, fotografie, lettere, documenti, libri, abiti, gioielli, accessori, profumi e materiali d&#8217;archivio – la mostra racconta il percorso artistico e umano di <strong>Leonor Fini</strong>,<strong> Maria Lupieri</strong>,<strong> Maria Melan</strong>,<strong> Anita Pittoni </strong>e<strong> Miela Reina</strong>.</p>
<p>La mostra, dopo essere stata ospitata nel 2024 all&#8217;Istituto Italiano di Cultura di Bruxelles, ripropone il progetto articolato in <strong>cinque percorsi monografici</strong>, vere e proprie <em>&#8220;mostre nella mostra&#8221;</em>, che accompagnano il visitatore alla scoperta dell&#8217;universo creativo di ciascuna artista attraverso opere, fotografie, lettere, documenti, video e materiali d&#8217;epoca. L’esposizione proseguirà con nuove tappe internazionali, tra cui <strong>Parigi</strong> e <strong>Berlino</strong>.</p>
<p>Accanto ai capolavori più noti, il pubblico potrà scoprire numerose opere <strong>inedite</strong> o raramente esposte, molte delle quali presentate <strong>per la prima volta a Trieste</strong>, tra cui il prezioso carteggio tra <strong>Leonor Fini</strong> e l&#8217;amico triestino Giorgio Cociani, fotografie e documenti d&#8217;archivio, insieme a materiali che restituiscono aspetti poco conosciuti della vita e della ricerca delle cinque protagoniste.</p>
<p>Più che una semplice cornice, <strong>Trieste</strong> è il filo conduttore dell&#8217;intero progetto. Città mitteleuropea, porto dell&#8217;Impero asburgico e crocevia di culture, tra la fine dell&#8217;Ottocento e il Novecento rappresentò uno dei più vivaci laboratori della modernità europea. Un ambiente aperto al confronto internazionale, capace di accogliere e rielaborare i fermenti provenienti da Vienna, Monaco, Berlino e Parigi, dove arte, letteratura, architettura e musica dialogavano in modo naturale.</p>
<p>È in questo contesto che maturò il talento delle cinque artiste, accomunate dalla capacità di superare i confini disciplinari e di costruire linguaggi originali, profondamente moderni. Infatti, molto prima che si parlasse di interdisciplinarità, queste artiste intrecciavano pittura, design, moda, teatro, editoria e arti applicate, anticipando temi e sensibilità che ancora oggi dialogano con la contemporaneità.</p>
<p>Il progetto espositivo è arricchito da video inediti che trasformano la visita in un&#8217;esperienza immersiva tra memoria, arte e storia. Tra queste opere in particolare vi è quella realizzata da Marianna Accerboni, che restituisce ricordi, racconti e testimonianze di chi ha conosciuto personalmente Leonor Fini.</p>
<p>Ad accompagnare il visitatore in mostra in filodiffusione sarà il flauto del Maestro<strong> Roberto Fabbriciani</strong>, tra i maggiori interpreti della musica contemporanea.</p>
<p>In occasione dell’inaugurazione, inoltre, il celebre flautista, eseguirà un intervento musicale live ispirato alle artiste, mentre per il finissage si chiuderà con la musica di di <strong>Paolo Cervi Kervischer</strong> (sax) e <strong>Daniele Mastronuzzi</strong> (live eletronics).</p>
<p>L’esposizione sarà accompagnata da incontri, visite guidate, presentazioni editoriali e momenti di approfondimento dedicati alle artiste, coinvolgendo studiosi, scrittori, familiari e protagonisti della cultura italiana ed europea.</p>
<p>Le opere esposte provengono dal Civico Museo Revoltella di Trieste, Civici Musei di Storia ed Arte di Trieste, Biblioteca Civica <em>A. Hortis </em>(Fondo Anita Pittoni) di Trieste, Fototeca dei Civici Musei di Storia e Arte del Comune di Trieste, Università degli Studi di Trieste, Fondazione CRTrieste, La Wolfsoniana &#8211; Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura di Genova e da vari collezionisti privati soprattutto triestini, tra cui Maurizio Zanei, importante collezionista e detentore, tra l’altro, della più ampia collezione esistente del pittore Zoran Music. Le opere di Miela Reina, di Maria Lupieri e di Maria Melan sono state scelte di concerto con le rispettive famiglie che le hanno ereditate, tra le più significative prodotte dalle artiste al fine di offrire un quadro sintetico ma esaustivo della loro creatività.</p>
<h3><strong>LE ARTISTE </strong></h3>
<p>La mostra accompagna il visitatore in un percorso che restituisce la straordinaria ricchezza e varietà della ricerca di ciascuna protagonista, mettendo in luce linguaggi, sensibilità e percorsi creativi profondamente diversi, ma accomunati da una costante tensione verso l&#8217;innovazione.</p>
<p><strong>Leonor Fini</strong> (Buenos Aires 1907 – Parigi 1996), pittrice, costumista, scenografa, illustratrice, disegnatrice e scrittrice triestina. Voce solista del Surrealismo francese e internazionale, che seppe originalmente modulare attraverso varie tematiche, si formò nel contesto dell’eccezionale milieu multietnico e multiculturale della Trieste del primo ‘900, a stretto contatto con personalità quali Umberto Saba, Italo Svevo, Bobi Bazlen, Gillo Dorfles, Leo Castelli, Arturo Nathan, e a Milano, dove assimilò l’influenza novecentista a contatto con il classicismo di Achille Funi e il tonalismo di Carlo Carrà e Arturo Tosi. Linguaggio che abbandonò per il Surrealismo, quando nel 1931 si trasferì a Parigi, dove intraprese, da autentica self made women, una brillante carriera artistica internazionale, che la portò a esporre in sedi di grande prestigio quali, tra le altre, la Julien levi Gallery, il MoMA di New York e diverse Biennali veneziane. Autodidatta, indipendente, molto colta, originale, misteriosa, poliedrica ed esoterica, fu autrice fin da giovanissima di ritratti d’eccezione. Condusse per decenni un menage a trois con l’importante intellettuale polacco Costantin Jelenski e con il pittore ed ex diplomatico Stanislao Lepri, accanto ai quali è sepolta nel piccolo cimitero di Saint-Dyé-sur-Loire.</p>
<p><strong>Maria Lupieri </strong>(Trieste 1901 – Roma 1961), pittrice e scenografa triestina. Formatasi nell’elevato milieu artistico culturale della Trieste del primo ‘900, fu in contatto con Gabriele D’Annunzio e amica, tra gli altri, fin da giovanissima di Eugenio Montale, Carlo Levi, Umberto Saba e la figlia Linuccia, Arturo Nathan, Leonor Fini, Anita Pittoni, Virgilio Giotti, Gillo Dorfles e poi di Maria Pospisilova, pittrice surrealista cecoslovacca, rivelatasi molto importante per la sua formazione. Già nel 1927 fu scenografa al Teatro alla Scala di Milano. Influenzata dalle avanguardie coeve, si avvicinò al Futurismo e, a partire dal 1930, espose in molte mostre di rilievo, tra cui le Triennali milanesi, le Quadriennali di Roma e la Biennale di Venezia. Infaticabile sperimentatrice, dagli interessi esoterici, colse gli afflati del suo tempo, tra cui il Surrealismo e la pittura organica, capace di transitare da un’intensa rappresentazione narrativa (nature morte di fiori, intensi paesaggi e ritratti), condotta sul filo dell’Espressionismo figurativo, a esiti astratti e informali, esplicitati attraverso una forte sensibilità per la luce e il colore.</p>
<p><strong>Maria Melan </strong>(Gorizia 1923 – Bruxelles 2023), architetto, pittrice, illustratrice, grafica pubblicitaria, docente e atelierista triestina. Di antica e nobile famiglia triestina, temperamento riservato, visse nel capoluogo giuliano fin dall’infanzia, trasferendosi quindi a Bruxelles. Laureata in Architettura a Venezia, fu per anni collaboratrice del grande architetto Carlo Scarpa. Vicina alla poetica di Bruno Munari e Riccardo Dalisi, fu cofondatrice del Gruppo Immagine e del MiniMu &#8211; Museo dei Bambini di Trieste. I suoi lavori testimoniano una grande freschezza d’inventiva, un modo armonico ed equilibrato di tener conto del pensiero delle avanguardie del Novecento senza tuttavia citarle, ma redigendo un proprio alfabeto di accostamenti raffinati e un po’ giocosi che alludono alla memoria futurista e costruttivista. Ha operato ed esposto ripetutamente in sedi e spazi urbani di prestigio in Toscana, a Trieste e a Bruxelles.</p>
<p><strong>Anita Pittoni </strong>(Trieste 1901 – 1982), stilista, costumista teatrale, pittrice, poetessa, scrittrice ed editrice triestina. Animo indipendente e combattivo, temperamento irrequieto non facile, artista poliedrica, fondò a Trieste, con una filiale a Milano nell’atelier dell’architetto Agnoldomenico Pica, il suo Studio d’Arte decorativa, importante casa di alta moda femminile e maschile e di arredi tessili d’avanguardia, che faceva uso di tessuti innovativi quali per esempio il filo di ginestra e creava modelli antesignani per tipologia ed essenzialità. Come costumista teatrale lavorò, tra gli altri, per il regista Anton Giulio Bragaglia e, apprezzata da Gio Ponti, scrisse su Domus. Espose, tra l’altro, a Parigi, Berlino, Buenos Aires e New York, Medaglia d’oro nel 1936 alla Triennale di Milano, e nel ’37 Gran Prix all’Esposizione universale di Parigi. Dopo il secondo conflitto mondiale, chiuse l’atelier e fondò, con il sostegno di scrittori e poeti quali Umberto Saba, Giani Stuparich, Virgilio Giotti, Pier Antonio Quarantotti Gambini e Luciano Budigna, la Casa editrice Lo Zibaldone e un importante salotto letterario.</p>
<p><strong>Miela Reina</strong> (Trieste 1935 – Udine 1972), pittrice, grafica, fumettista, scenografa e scultrice triestina. Laureata all’Accademia di Belle Arti di Venezia, grande viaggiatrice, fu molto apprezzata da Gillo Dorfles e una delle personalità più importanti e significative dell’arte triestina del secondo Novecento.</p>
<p>Artista originale e fantastica, capace di divertire, far riflettere e sognare attraverso invenzioni antesignane e ludiche, connotate dalla freschezza dell’intuizione e da una genialità lieve e profonda, rimase molto legata alla Sicilia, regione d’origine del padre, da cui aveva tratto, nella sua prima fase creativa, ispirazione, dipingendo, nell’ambito dell’espressionismo figurativo, personaggi e ambientazioni emblematici e, più avanti, magma materici che tendevano a sganciarsi dalla figurazione. Per poi passare a un’inclinazione più visionaria, che dal ’67 si trasformò in un segno netto.</p>
<p>Ideò anche originali storie a fumetti e ardite, poetiche sperimentazioni per il teatro, per la scuola e l’happening, decorazioni di edifici pubblici e motonavi. Punta di diamante, coraggiosa e sorprendente, dell’avanguardia triestina, attenta anche ai venti culturali dell&#8217;Est, partecipò per esempio più volte alla Biennale Musica di Zagabria: qui creò insieme al musicista Carlo de Incontrera una serie di lavori teatrali, dove, nel momento stesso dell’accadimento musicale, inventava in diretta sul palcoscenico fatti visivi particolarmente affascinanti. Al suo raffinato eclettismo e alla sua arte indipendente Trieste ha dedicato un teatro d’avanguardia che porta il suo nome e una scuola.</p>
<p><strong>Titolo mostra</strong>: L’ARTE TRIESTINA AL FEMMINILE NEL ‘300 D’AVANGUARDIA ITALIANO ED EUROPEO</p>
<p><strong>A cura di</strong>: Marianna Accerboni</p>
<p><strong>Promossa da</strong>: Associazione Foemina APS di Trieste. Realizzata in coorganizzazione con il Comune di Trieste</p>
<p><strong>Dove</strong>: Magazzino 26 del Polo museale del Porto Vecchio di Trieste (COME ARRIVARE: autobus linea 19, fermata Porto Vivo Porto Vecchio &#8211; Generali Convention Center)</p>
<p><strong>Ǫuando</strong>: 24 luglio / 27 settembre 2026</p>
<p><strong>Orario</strong>: giovedì dalle 16:00 alle 20:00 / venerdì sabato domenica (e festivi) dalle 11:00 alle 20:00</p>
<p><strong>Biglietti</strong>: € 5,00</p>
<p><strong>Info</strong>: <a href="http://www.triestecultura.it/" target="_blank" rel="noopener">www.triestecultura.it</a></p>
<p><strong>Info e prenotazioni</strong> +39 335 6750946 / <a href="mailto:marianna.accerboni@gmail.com">marianna.accerboni@gmail.com</a></p>
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        <mec:startDate>2026-09-10</mec:startDate>
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		<title>Edoardo Di Muro: Trieste – Dakar</title>
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        <pubDate>Thu, 10 Sep 2026 00:00:00 +0200</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>

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        <description><![CDATA[<img width="800" height="581" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/07/Edoardo-Di-Muro-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Edoardo Di Muro 1" loading="lazy" title="Edoardo Di Muro: Trieste – Dakar 56"> Un viaggio nell'anima dell'Africa tra natura e impegno sociale, raccontato attraverso una selezione di oltre 100 minuziosi disegni tratti da una prodigiosa produzione di oltre 700 opere]]></description>

                <content:encoded><![CDATA[<h6>Un&#8217;immagine di Edoardo Di Muro</h6>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Dal 2 agosto al 27 settembre</strong> 2026, la Sala Nathan del Magazzino 26, situata nel Porto Vecchio di Trieste, ospiterà la mostra “<strong><em>Africa 1970-2005. Disegni di Edoardo Di Muro. Trieste-Dakar</em></strong>”, retrospettiva dedicata all’artista dalla straordinaria produzione e illustratore scomparso nel 2022.</p>
<p>Realizzata dall’Associazione Viva Comix in co-organizzazione con il Comune di Trieste &#8211; Assessorato alle Politiche della Cultura e del Turismo, con il fondamentale sostegno della Regione Friuli Venezia Giulia, l’esposizione è curata dalla professoressa Paola Bristot e dalla dottoressa Mimina Di Muro, antropologa e figlia dell’artista, offrendo al pubblico un viaggio immersivo nel continente africano attraverso <strong>100 opere originali, litografie e preziosi taccuini</strong> che coprono oltre trentacinque anni di produzione, impreziosita dalla collezione M&#8217;Afrique dell’azienda Moroso e da piante esotiche che donano alla mostra un tratto ancora più immersivo.</p>
<p>L&#8217;inaugurazione ufficiale si terrà <strong>domenica 2 agosto alle ore 11</strong>, arricchita, a seguire, da interventi musicali dal vivo a cura di <strong>Adriano Viterbini</strong>,<strong> Paolo Baldini</strong> e <strong>Davide Toffolo</strong>.</p>
<h3>Orari</h3>
<p>L’esposizione sarà a <strong>ingresso libero</strong> e rispetterà i seguenti orari di apertura: il giovedì dalle 16.00 alle 20.00, mentre il venerdì, il sabato, la domenica e i festivi sarà visitabile dalle 11.00 alle 20.00.</p>
<p>La mostra celebra la vita incredibile e avventurosa di un artista che ha prodotto oltre 700 disegni straordinari attraversando in lungo e in largo il continente africano. Nato a Cuneo nel 1944 in un&#8217;Italia ferita dalla guerra, Edoardo Di Muro trovò fin da piccolissimo nel disegno la sua salvezza e il suo rifugio esclusivo dalle privazioni quotidiane, utilizzando inizialmente pezzi di carboncino su tavoli di marmo o fogli di recupero.</p>
<p>Dopo aver svolto diversi mestieri per sopravvivere e aver lavorato come guardiacaccia nei parchi delle sue amate Alpi Marittime, l&#8217;inquieto artista decise nel 1973 di imbarcarsi come marinaio su un cargo, sbarcando infine sulla terra rossa dell&#8217;Africa, un incontro fatale che gli stravolse l&#8217;esistenza.</p>
<p>A differenza di molti occidentali, scelse di vivere stabilmente dentro la complessa realtà africana, diventando un attento osservatore della vita quotidiana del popolo. Il suo stile grafico, caratterizzato da un tratto minuzioso a china e rapidograph realizzato direttamente dal vivo, gli permise di catturare istantaneamente l&#8217;anima di mercati brulicanti, foreste lussureggianti e riti ancestrali.</p>
<p>La sua incredibile parabola esistenziale lo portò anche a collaborare negli anni Ottanta a Parigi con prestigiose riviste di fumetti come <strong><em>Charlie Hebdo</em></strong> e <strong><em>Pilote</em></strong>, stringendo amicizie durature con figure del calibro di <strong>Georges Wolinski </strong>e <strong>Fran</strong><strong>ç</strong><strong>ois Cavanna</strong>.</p>
<figure id="attachment_75837-2" aria-describedby="caption-attachment-75837-2" style="width: 800px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-75837" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/07/Mimina-Di-Muro.jpeg" alt="Mimina Di Muro" width="800" height="791" title="Edoardo Di Muro: Trieste – Dakar 57" /><figcaption id="caption-attachment-75837-2" class="wp-caption-text">Mimina Di Muro</figcaption></figure>
<p>L&#8217;eclettismo di &#8220;Edo&#8221; si espresse inoltre nella creazione di raffinati batik in Senegal, nell&#8217;illustrazione di manuali medici per i villaggi più remoti e nella pubblicazione di importanti antologie introdotte da figure chiave della cultura africana come il regista <strong>Ousmane Semb</strong><strong>è</strong><strong>ne</strong> e il musicista <strong>Francis Bebey</strong>.</p>
<p>Dalla Costa d’Avorio, dove lavorò come guida nel Parco Nazionale della Comoé, fino agli imponenti altopiani dell’Etiopia, Di Muro ha attraversato e amato visceralmente il continente, prima di ristabilirsi in Italia negli anni Duemila e continuare a esporre le sue opere in tutto il mondo.</p>
<p>Le sue illustrazioni non sono solo estetiche, ma spesso cariche di significato sociale. Documenta le contraddizioni del territorio, dalle bellezze dei paesaggi alle provocazioni politiche, come i disegni contro l’apartheid in Namibia e in Angola.</p>
<p>Negli anni Settanta, in Angola, entra in contatto con l’MPLA (Movimento Popolare di Liberazione dell’Angola), che lotta contro il colonialismo portoghese. Negli stessi anni sostiene i guerriglieri della SWAPO nella lotta per l’indipendenza della Namibia. Per questi ultimi crea manifesti di propaganda utilizzati dalla popolazione locale per manifestare contro le disuguaglianze e le ingiustizie del colonialismo.</p>
<p>Nei numerosi Paesi dove soggiorna (Angola, Benin, Burkina Faso, Camerun, Costa d’Avorio, Etiopia, Gabon, Gambia, Gibuti, Guinea Conakry, Kenya, Mali, Mauritania, Namibia, Niger, Nigeria, Tanzania, Togo, Repubblica Democratica del Congo, Senegal, Sudafrica) le sue illustrazioni sono oggetto di mostre ed esposizioni, a cominciare dalla prima presso la “Gallerie 39” di Dakar nel dicembre del 1979. In seguito a tale evento, l’allora Presidente della Repubblica del Senegal, il poeta Léopold Sédar Senghor, incuriosito, lo riceve nel palazzo presidenziale e acquista una serie completa delle sue litografie.</p>
<p>«Una qualità indubbia della produzione di Edoardo Di Muro &#8211; spiega la co-curatrice <strong>Paola Bristot </strong>&#8211; è l’originalità del suo sguardo che è capace di cogliere i tanti aspetti dell’Africa, dalla potenza della Natura che ci appare nel suo aspetto più primordiale e quindi mitico, alle osservazioni paesaggistiche e antropologiche che non conoscevamo affatto e che ci stupiscono. Entriamo attraverso la porta segreta che ci apre l’artista in un’Africa atavica, da dove anche noi proveniamo e siamo stati originati nella notte dei tempi, ne sentiamo la forza e l’energia persino il rumore e siamo infine presi dal Mal d’Africa da cui non possiamo più guarire».</p>
<p>Guardando i disegni dei taccuini di Edoardo Di Muro vengono subito in mente quelli degli artisti viaggiatori. I tanti disegnatori che hanno descritto con i loro disegni, specialmente in assenza di apparecchiature fotografiche, luoghi geografici, reperti archeologici e monumenti architettonici del passato come del presente e che hanno costituito i repertori visivi di molti artisti che non avevano altre fonti documentative per creare scenografie o opere ambientate in altre epoche o paesi lontani. Tra questi ultimi, forse il più noto è stato Antonio Basoli, scenografo e decoratore, attivo a Bologna tra la fine del ’700 e la metà dell’800.</p>
<p>Ancora oggi questa attività di rappresentazione attraverso il disegno in quaderni di appunti è molto diffusa e penso ai bellissimi quaderni giapponesi di Igort (Igor Tuveri) o a quelli di Jacques De Loustal sulla Polinesia o di Lorenzo Mattotti sulle acque di Venezia…</p>
<figure id="attachment_75838-2" aria-describedby="caption-attachment-75838-2" style="width: 800px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-75838" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/07/trieste-dakar.jpg" alt="trieste dakar" width="800" height="600" title="Edoardo Di Muro: Trieste – Dakar 58" /><figcaption id="caption-attachment-75838-2" class="wp-caption-text">L&#8217;esposizione al Magazzino 26</figcaption></figure>
<p>Il caso di Edoardo Di Muro è molto diverso, se non altro perché lui in Africa ha trascorso almeno 40 anni e l’ha sempre disegnata. La conosceva così bene da essere confuso e noto come artista africano con il nome diminutivo “Edo”.</p>
<p>Ha esposto in diverse mostre soprattutto a Dakar e alcuni dei suoi disegni sono tuttora riprodotti e divulgati come “arte africana” e lo sono a tutti gli effetti, perché dell’Africa aveva colto lo spirito e l’anima.</p>
<p>Racconta Mimina Di Muro, figlia dell’artista e co-curatrice della mostra: «Mio padre era pieno di vita, spinto da un&#8217;insaziabile fame di autenticità. Viveva immerso nella realtà africana, condividendone ogni istante con la gente.</p>
<p>Inizialmente, raccogliere la sua eredità artistica mi sembrava un&#8217;impresa spaventosa per la sua immensa complessità. Poi ho capito che aveva sempre seguito una bussola interiore: ha costruito il lavoro di una vita con la precisa intenzione di consegnarlo ai posteri.</p>
<p>Dietro il caos apparente della sua esistenza si cela infatti un ordine rigoroso. I suoi disegni non sono solo una documentazione capillare sull&#8217;Africa, ma rivelano un filo conduttore invisibile che lega ogni illustrazione ai viaggi e agli spostamenti della nostra famiglia. Di fatto, mio padre ha strutturato la sua opera secondo precise coordinate geografiche, storiche e antropologiche, lasciandoci un tracciato chiaro, profondo ed eloquente».</p>
<h3>Tre sezioni</h3>
<p>Il percorso espositivo all&#8217;interno della Sala Nathan si sviluppa in <strong>tre grandi sezioni </strong>che dialogano fluidamente con lo spazio.</p>
<p>La prima sezione accoglie il visitatore ponendo l&#8217;accento sul tema del <strong>porto</strong> per gettare un ponte ideale al di qua e al di là del mar Mediterraneo, mettendo in relazione <strong>l&#8217;attivit</strong><strong>à </strong><strong>del porto di Dakar con quella del porto di Trieste</strong>.</p>
<p>Si tratta di un legame storico che, attraverso le rotte marittime commerciali e simboliche, ha sempre rappresentato e conserva ancora oggi un&#8217;evidente, vitale necessità di esistere. Questo racconto portuale si sviluppa esplorando l&#8217;immaginario marittimo e le storiche connessioni tra le due realtà, avvalendosi di materiale fotografico d&#8217;archivio e di gigantografie fornite dal Museo del Mare del Comune di Trieste e dal Museo nazionale Collezione Salce di Treviso &#8211; Direzione regionale Musei nazionali Veneto, su concessione del Ministero della cultura.</p>
<p>La <strong>seconda sezione è dedicata alla flora, alla fauna e ai paesaggi incontaminati</strong>, che caratterizzano gran parte dei disegni di Edoardo Di Muro e colpiscono, tra questi, i grandi dettagliatissimi alberi, mentre <strong>la terza si concentra sull</strong><strong>’</strong><strong>aspetto antropologico</strong> e sulla complessa dimensione umana del continente africano, attraverso la rappresentazione di scene nei villaggi o nelle vie delle città, brulicanti del via vai della gente, o le scene del lavoro domestico, delle danze.</p>
<p>Un elemento di eccezionale rilievo nel design dell&#8217;allestimento, curato dall&#8217;architetto Giulia Sgrò, è rappresentato dalla collaborazione con Moroso. Lungo lo spazio espositivo sono disposti iconici arredi e materiali fotografici della celebre <strong>collezione M&#8217;Afrique</strong> dell&#8217;azienda, tra cui le sedute Banjooli, Baobab, Modou e Shadowy, che richiamano i colori e le forme della terra africana.</p>
<p>L&#8217;allestimento comprende inoltre storiche immagini che documentano il lavoro di produzione artigianale di tali arredi realizzato direttamente nella sede senegalese di Moroso, evidenziando un legame concreto e profondo tra il design contemporaneo e il continente africano.</p>
<p>La mostra dopo l&#8217;esposizione triestina proseguirà il suo viaggio in Senegal, proprio a Dakar.</p>
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        <mec:startDate>2026-09-10</mec:startDate>
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		<title>Quando morì mio padre</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/events/quando-mori-mio-padre-2/</link>
        
        
        <pubDate>Thu, 10 Sep 2026 00:00:00 +0200</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>

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        <description><![CDATA[<img width="800" height="1132" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/08/quando-mio-padre.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="quando mio padre" loading="lazy" title="Quando morì mio padre 59"> Disegni e testimonianze di bambini dai campi di concentramento italiani del confine orientale (1942-1943)]]></description>

                <content:encoded><![CDATA[<p>Il Collettivo degli storici del Friuli Occidentale ei Il Centro &#8220;Leopoldo Gasparini&#8221;, in collaborazione con la CGIL di Pordenone, presentano la mostra “<strong><em>Quando morì mio padre. Disegni e testimonianze di bambini dai campi di concentramento italiani del confine orientale (1942-1943)</em></strong>”, realizzata dal Centro Gasparini.</p>
<p>L’inaugurazione della mostra, allestita nella sede della CGIL, in via San Valentino 30, a <strong>Pordenone</strong>, avverrà il giorno martedì 1° settembre 2026, alle ore 17.</p>
<p>Interverranno il segretario della CGIL di Pordenone <strong>Maurizio Marcon</strong> e il curatore <strong>Dario Mattiussi</strong> mentre <strong>Lucia German</strong> leggerà alcuni passi delle testimonianze raccolte nella mostra.</p>
<p>La mostra, già presentata anche a Roma, Lubiana, Vienna e Venezia è strutturata su ventisei grandi pannelli a colori, che riproducono scritti e disegni di bambini sloveni sopravvissuti alla deportazione nei campi di concentramento italiani del confine orientale. Realizzata in forma bilingue, indaga in particolare l’odissea dei bambini deportati nei campi di Gonars, Visco, Arbe-Rab e Monigo (Treviso) tra il 1942 ed il 1943.</p>
<p>L’esposizione, curata da <strong>Metka Gombač</strong>, <strong>Boris M. Gombač</strong> e <strong>Dario Mattiussi</strong> ripercorre le vicende storiche che portarono alla deportazione dei civili sloveni nei campi di concentramento italiani, posti a ridosso del confine orientale, ed in particolare ricostruisce la storia dei bambini sloveni deportati in questi campi tra il 1942 ed il 1943.</p>
<p>Disegni e scritti vennero composti durante i corsi di terapia post traumatica avviati in strutture mediche partigiane dopo la liberazione dai campi, successiva all’8 settembre 1943.</p>
<p>Ai tentativi di terapia, attuati stimolando i bambini, quasi tutti orfani, a far riemergere la memoria delle sofferenze patite per poterle elaborare, dobbiamo la conservazione di questi materiali che costituiscono oggi una delle testimonianze più preziose e drammatiche di una delle pagine più buie della nostra storia.</p>
<p>Alcuni di questi bambini sono poi stati rintracciati ormai anziani e hanno potuto rivedere per la prima volta i loro disegni e pensieri prima di rilasciare le loro ultime testimonianze, raccolte nel volume “<em>Dietro il cortile</em>”, rielaborando questa volta da adulti lutti e sofferenze che avevano colpito le loro famiglie.</p>
<p>L’esposizione sarà visitabile <strong>fino al 2 ottobre</strong> 2026. Ingresso libero dalle 8.30 alle 12.30 e dalle 14 alle 18.30 <strong>dal lunedì al giovedì e il venerdì</strong> dalle 8.30 alle 14.30.</p>
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        <mec:startDate>2026-09-10</mec:startDate>
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		<title>Festival della Canzone Friulana</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/events/festival-della-canzone-friulana/</link>
        
        
        <pubDate>Thu, 10 Sep 2026 21:00:00 +0200</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>

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        <description><![CDATA[<img width="1366" height="794" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/09/Festival-CF-2020_-palco_Foto_Fotoimpronte.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Festival CF 2020 palco Foto Fotoimpronte" loading="lazy" title="Festival della Canzone Friulana 60"> A Udine la finale nell'ambito di Friuli DOC. L'orchestra diretta da Rudy Fantin accompagna i 15 brani in gara]]></description>

                <content:encoded><![CDATA[<h6>La finale dell&#8217;ultima edizione (ph. Fotoimpronta)</h6>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sei anni di attesa, circa cinquanta brani inediti arrivati alla segreteria del Festival e, ora, quindici canzoni pronte a riportare la <em>marilenghe</em> sotto i riflettori.</p>
<p><strong>Giovedì 10 settembre alle 21</strong>, al Palamostre di<strong> Udine</strong>, torna il<strong> Festival della Canzone Friulana</strong> davanti al grande pubblico della 32ª edizione di Friuli Doc.</p>
<p>A contendersi la vittoria saranno quindici brani, selezionati dalla giuria del Festival e proposti dal vivo con l’accompagnamento dell’orchestra diretta dal maestro <strong>Rudy Fantin</strong>, affiancato nella direzione artistica da <strong>Marco Bianchi</strong>.</p>
<p>Una serata che unisce così musica, lingua e identità e che trova nel palco centrale di Friuli Doc una vetrina particolarmente significativa.</p>
<h3><strong>I brani finalisti</strong></h3>
<p>I brani finalisti che il pubblico potrà ascoltare sono <em>Brennero – Dismenteâ il me non</em> di <strong>Gianluca Versolatto</strong>; <em>Cence di te</em> di <strong>Federica Copetti</strong>; <em>Cjatâsi pierdût</em> di <strong>Alvise Nodale</strong> e <strong>Cinque uomini sulla cassa del morto</strong>; <em>Dîs minûts</em> degli <strong>AccorDòs</strong>; <em>Jenfri me e me</em> di <strong>Margherita Zuccato</strong>; <em>La balade dal pensionât</em> di <strong>Franco Ferruglio</strong>; <em>Lassimi l&#8217;amôr</em> di <strong>Eliana Cargnelutti</strong>; <em>Lassimi sumiâ</em> di <strong>Franco Giordani</strong>; <em>Mari mê</em> di <strong>Monica Commisso</strong>; <em>Nine nane</em> di <strong>Michela Franceschina</strong>; <em>Salvadie</em> di <strong>Eva Tomat</strong>; <em>Sot da ploe</em> di <strong>Raffaello Indri</strong>; <em>Stagjons</em> di <strong>Emil Lenisa</strong>; <em>Stele</em> di <strong>Anna Viola</strong> e <em>Strie</em> di <strong>Marta Savorgnan</strong>.</p>
<h3><strong>Una ripartenza nel segno della qualità</strong></h3>
<p>La selezione dei quindici finalisti ha richiesto un lavoro tutt’altro che semplice alla giuria, chiamata a confrontarsi con una cinquantina di proposte. <strong>Marco Bianchi e Rudy Fantin</strong>, direttori artistici del Festival, sottolineano la soddisfazione per una risposta che conferma quanto fosse atteso il ritorno della manifestazione.</p>
<p>“Dopo sei anni di pausa avevamo grande curiosità di capire quale sarebbe stata la risposta e possiamo dire di essere molto soddisfatti. Il numero delle proposte e soprattutto la loro qualità ci hanno dato una risposta importante. C’è ancora voglia di scrivere e fare musica in friulano. Abbiamo incontrato brani molto diversi, interessanti sia musicalmente sia per i testi, e proprio questa varietà ha reso particolarmente impegnativa la scelta dei quindici finalisti. La selezione è stata frutto di un confronto ampio e condiviso all’interno di una giuria con competenze musicali e linguistiche differenti. A chi non è arrivato in finale va comunque il nostro ringraziamento”.</p>
<h3><strong>Una storia che ricomincia</strong></h3>
<p>Nato nel <strong>1959</strong>, il Festival della Canzone Friulana rappresenta una delle esperienze storiche della musica in lingua friulana.</p>
<p>Oggi la manifestazione viene rilanciata dall’<strong>Associazione musicale e culturale Armonie APS</strong>, con il patrocinio e il sostegno di una rete di istituzioni e realtà del territorio, e ritrova il proprio spazio nel cuore di Udine proprio nel corso di Friuli Doc.</p>
<p>Una scelta che dà ulteriore significato al ritorno.</p>
<p>“Per Armonie questo ritorno rappresenta un motivo di grande orgoglio – spiega <strong>Mattia Mestroni</strong>, presidente dell’associazione – soprattutto per la risposta arrivata da tanti giovani. È un segnale che ci fa guardare con fiducia al futuro e che dimostra come la musica possa essere uno strumento importante per avvicinare le nuove generazioni alla lingua e alla cultura del territorio. Non tutti quelli che hanno partecipato saranno sul palco quest’anno, ma il loro coinvolgimento è già un risultato importante: il nostro auspicio è che possano esserci nuove occasioni e nuove edizioni per continuare questo percorso”.</p>
<h3><strong>La giuria</strong></h3>
<p>A presiedere la giuria è <span style="text-decoration: underline"><a href="https://imagazine.it/home_desk/enrico-brun-lunicita-della-musica/"><strong>Enrico Brun</strong>, autore, produttore e studio manager degli RCA Recording Studio di Milano</a></span>.</p>
<p>Ne fanno parte i componenti della direzione artistica <strong>Marco Bianchi, Rudy Fantin e Fabrizio Fontanot</strong>, insieme a <strong>Rossella Dosso</strong>, rappresentante dell’Arlef, <strong>Daniele Stolfo</strong>, delegato alle Relazioni esterne di Confindustria Udine ed esperto musicale, <strong>Nicola Angeli</strong>, giornalista, e <strong>Stefania Garlatti Costa</strong>, delegata dell’Ente Friuli nel Mondo.</p>
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                <mec:category>music</mec:category>
        
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		<title>FVG Settanta</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/events/italia-settanta-304/</link>
        
        
        <pubDate>Fri, 11 Sep 2026 00:00:00 +0200</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>

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        <description><![CDATA[<img width="1366" height="727" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/06/italia-settanta.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="italia settanta" loading="lazy" title="FVG Settanta 61"> Arti visive in Friuli Venezia Giulia negli anni ’70: a Gorizia e Gradisca il racconto di un decennio rivoluzionario]]></description>

                <content:encoded><![CDATA[<p>Dal 27 giugno, le sale di <strong>Palazzo Attems Petzenstein a Gorizia</strong> tornano a farsi scenario di un viaggio ravvicinato nella memoria visiva del nostro Paese con l’apertura della mostra <strong>“</strong><strong><em>Italia Settanta. La creatività come antidoto. Arte Moda Design</em>”.</strong></p>
<p>L&#8217;esposizione, promossa dell’<strong>Ente Regionale per il Patrimonio Culturale del Friuli Venezia Giulia – ERPAC FVG</strong>, rappresenta il nuovo, attesissimo tassello di un articolato percorso che, dopo il successo dei precedenti appuntamenti dedicati agli anni Cinquanta e Sessanta, continua a documentare le profonde trasformazioni della società italiana del secondo dopoguerra.</p>
<p>In stretto collegamento con la mostra goriziana, a <strong>Gradisca d’Isonzo</strong>, il progetto <strong>“</strong><em><strong>FVG Settanta. Arti visive in Friuli Venezia Giulia negli anni ’70</strong></em><strong>”</strong> della <strong>Galleria Regionale d’Arte Contemporanea “Luigi Spazzapan”</strong> riaccenderà i riflettori su un territorio — da Trieste a Udine, da Pordenone fino all&#8217;Isontino — che storicamente è stato un crocevia fondamentale di avanguardie artistiche.</p>
<p>Il fulcro dell&#8217;indagine della mostra di Gorizia, curata da Raffaella Sgubin, Carla Cerutti, Lorenzo Michelli ed Enrico Minio Capucci e allestita dallo studio Roberto Festi, rimane l&#8217;affascinante e fitto dialogo tra i diversi linguaggi creativi — Arte, Moda e Design, appunto — mettendone in luce le affinità e le reciproche influenze sullo sfondo di un&#8217;epoca segnata da radicali mutamenti economici, politici e culturali.</p>
<p>In questa nuova tappa, le arti visive affiancano gli altri ambiti assumendo valenza critica rispetto alle urgenze del periodo.</p>
<p>Gli anni Settanta si distinguono infatti per la straordinaria pluralità dei linguaggi artistici e per il venir meno di una direzione unitaria della ricerca. Accanto alle esperienze concettuali, che privilegiano il progetto e l’idea, si sviluppano pratiche che analizzano criticamente i fondamenti della pittura, mentre altre invadono lo spazio attraverso installazioni e interventi ambientali. Tra memoria e sperimentazione, citazione e innovazione, il decennio ridefinisce profondamente i modelli del fare artistico.</p>
<p>La selezione espositiva di arti visive – strutturata a partire dalle ambientazioni di moda e design – mette in relazione esperienze eterogenee: dagli echi della stagione Pop e delle ricerche degli anni Sessanta fino a pratiche che anticipano le sensibilità degli anni Ottanta, evidenziando continuità e trasformazioni all’interno di un quadro non lineare. Così, accanto a figure di riferimento come <strong>Alberto Burri</strong> e <strong>Afro</strong>, la sezione presenta protagonisti della ricerca pittorica e concettuale quali <strong>Gino De Dominicis</strong>, <strong>Giorgio Griffa</strong>, <strong>Rodolfo Aricò, Marco Gastini, Getulio Alviani, Carlo Ciussi </strong>e<strong> Lucio Saffaro</strong>.</p>
<p>Nel corpo della mostra non poteva mancare <strong>Ugo Nespolo</strong>, con la sua linea dinamico/futurista e per questo citazionista, insieme a un&#8217;installazione di <strong>Michelangelo Pistoletto</strong>, che apre alla dimensione ambientale e relazionale dell’opera. Questa sezione evidenzia chiaramente il rapporto tra le arti visive e le altre discipline: mentre design e moda si concentrano sulla dimensione della quotidianità e della funzione, l’arte sviluppa percorsi orientati alla sperimentazione di nuovi linguaggi e alla definizione di modelli espressivi in costante mutamento.</p>
<p>Il mondo della moda vive nel medesimo decennio una rivoluzione epocale legata alla definitiva industrializzazione del settore. L&#8217;alto artigianato cede il passo al prêt-à-porter e la figura del sarto d&#8217;atelier viene sostituita da quella, modernissima, dello &#8220;stilista&#8221; termine coniato a definire <strong>Walter Albini</strong>.</p>
<p>Milano si consacra come nuova capitale della moda e i grandi interpreti del Made in Italy dimostrano la capacità straordinaria di elevare la produzione di tipo industriale a livelli qualitativi eccelsi. La metamorfosi del costume si riflette in creazioni straordinarie, sospese tra moda e arte concettuale: ne è un esempio il cappotto-scultura <em>Cretto</em> di <strong>Roberto Capucci</strong>, che recepisce gli stimoli materici delle arti visive applicando elementi naturali insoliti sul tessuto come sassi, corda e bambù.</p>
<p>Accanto alle geometrie e ai celebri accostamenti cromatici dei capi in maglieria firmati da <strong>Missoni</strong>, il guardaroba quotidiano si ridefinisce attraverso i generi e le forme, trovando nella giacca destrutturata di <strong>Giorgio Armani</strong> il simbolo intramontabile di una nuova eleganza urbana e fluida. Questa spinta al rinnovamento intercetta anche le istanze dei più giovani e della cultura underground grazie allo stile pop e dirompente di <strong>Elio Fiorucci</strong>, capace di trasformare i jeans e l&#8217;abbigliamento unisex in un fenomeno di costume globale.</p>
<p><strong>Il design, </strong>dal canto suo, attraversa una stagione di eccezionale vitalità formale. Sulla scia delle grandi riflessioni sul nuovo panorama domestico, la produzione industriale sperimenta con audacia le materie plastiche, lasciando spazio a ironiche intuizioni visive. Emblematica di questa libertà espressiva è la monumentale poltrona <em>Joe</em> del trio <strong>De Pas-D&#8217;Urbino-Lomazzi</strong>, una seduta scultorea a forma di guantone da baseball che contesta apertamente il rigore del mobile tradizionale.</p>
<p>Questa spinta iconoclasta convive con il design industriale più puro e rigoroso, attento alla tecnologia e alla funzionalità dell&#8217;ufficio e della casa, magistralmente interpretato dalla calcolatrice portatile <em>Divisumma 18</em> disegnata da <strong>Mario Bellini per Olivetti</strong>, avvolta nella sua caratteristica e morbida membrana di gomma flessibile. Se la lampada <em>Valigia</em> di <strong>Ettore Sottsass jr</strong> esprime con la sua estetica geometrica l&#8217;idea di un design ironico e &#8220;nomade&#8221;, pronto a seguire le evoluzioni degli spazi abitativi, la produzione industriale milanese si conferma il cuore pulsante del settore grazie a protagonisti del calibro di Joe Colombo, Vico Magistretti, Achille Castiglioni, Richard Sapper e Gae Aulenti.</p>
<p>In contrapposizione a questa dimensione industriale, si palesa il desiderio di un ritorno alla natura, all’autoproduzione e all’uso di materiali poveri, come testimoniano i progetti di <strong>Enzo Mari</strong> e i mobili scultorei di <strong>Mario Ceroli</strong>. Un caso a parte è costituito dall’attività di <strong>Gabriella Crespi</strong>, creatrice di arredi sofisticati d’alto artigianato apprezzati da una ristretta clientela internazionale e oggi oggetto di grande riscoperta da parte dei collezionisti. La fine del decennio segna infine la transizione verso le provocazioni postmoderne: una stagione dominata dalla figura di <strong>Alessandro Mendini</strong> e dallo <strong>Studio Alchimia</strong> (fondato a Milano nel 1976 da Alessandro e Adriana Guerriero), che aprirà la strada alla straordinaria avventura del gruppo <strong>Memphis</strong>, creato da Ettore Sottsass nel 1981.</p>
<p>Con questo ricco intreccio di storie, visioni e oggetti indimenticabili, la mostra a Palazzo Attems Petzenstein si propone non solo come un esercizio di memoria storica, ma come una chiave di lettura fondamentale per comprendere le radici della nostra contemporaneità.</p>
<p>Il progetto “<strong>FVG Settanta. Arti visive in Friuli Venezia Giulia negli anni ’70</strong>”, a Gradisca d’Isonzo, si articolerà parallelamente attraverso mostre, incontri, dialoghi, momenti di approfondimento e pubblicazioni. Si configura come un percorso articolato di ricerca, valorizzazione e divulgazione dedicato alla ricostruzione del panorama artistico regionale e nasce da un&#8217;approfondita attività di ricerca archivistica condotta presso fondi pubblici e privati conservati in diverse istituzioni culturali del territorio, tra cui la Galleria Regionale d&#8217;Arte contemporanea &#8220;Luigi Spazzapan&#8221;, il Museo Revoltella, Casa Zanussi &#8211; Centro Cultura Pordenone, nonché gli archivi di importanti realtà espositive private quali la Galleria Plurima e lo Studio Tommaseo.</p>
<p>L&#8217;obiettivo è riportare alla luce protagonisti, artisti, mostre, eventi, reti/relazioni e progettualità culturali che hanno contribuito a definire l&#8217;identità artistica del Friuli Venezia Giulia negli anni Settanta, evidenziando il ruolo svolto dalla nostra regione all&#8217;interno dei più ampi processi di rinnovamento artistico e culturale di quegli anni.</p>
<p>Si apre con “<strong>Per una nuova Galleria</strong>” (27 giugno – 20 luglio), dedicata alle origini della Galleria Regionale d’Arte Contemporanea “Luigi Spazzapan”, con opere provenienti dalle prime acquisizioni, materiali d’archivio digitalizzati e un video introduttivo sul progetto. Prosegue con “<strong>Nuovi modelli di ricerca</strong>” (23 luglio – 29 novembre), che ricostruisce le principali esperienze artistiche regionali attraverso opere, documenti e archivi organizzati per nuclei geografici e tematici, trasformando la Galleria in un centro di memoria visiva degli anni Settanta.</p>
<p>Tra gli appuntamenti collegati rientra la presentazione della <strong>donazione di Sergio Pausig</strong> (11 settembre – 11 ottobre), composta da opere realizzate negli anni Settanta e da lavori successivi destinati a ERPAC, cui si affiancherà un ciclo di eventi collaterali e conferenze (settembre 2026 – gennaio 2027) dedicati ai temi emersi dalla ricerca. Il percorso culminerà infine il 15 gennaio 2027 con un evento conclusivo in occasione del <strong>50° anniversario della fondazione della Galleria Spazzapan</strong>, in dialogo con il progetto <strong>Together</strong>, quale momento di incontro tra studiosi, istituzioni, artisti e comunità per valorizzare oltre cinquant’anni di ricerca e sperimentazione nell’arte contemporanea del Friuli Venezia Giulia.</p>
<h3><strong>Informazioni utili</strong></h3>
<p><strong>Mostra:</strong> Italia Settanta. La creatività come antidoto. Arte Moda Design.</p>
<p><strong>Sede:</strong> Palazzo Attems Petzenstein, Piazza Edmondo De Amicis, 2 – Gorizia</p>
<p><strong>Periodo:</strong> Dal 27 giugno al 29 novembre</p>
<p><strong>Catalogo: </strong>Antiga Edizioni</p>
<p><strong>Allestimento: </strong>Studio Roberto Festi</p>
<p><strong>Grafica:</strong> Studio Polo 1116 – Sergio Brugiolo e Chiara Romanelli</p>
<p><strong>Orari:</strong> lun &#8211; dom 9-19 e giovedì 9-22</p>
<p><strong>Contatti:</strong> <a href="mailto:didatticamusei.erpac@regione.fvg.it" target="_blank" rel="noopener">didatticamusei.erpac@regione.<wbr />fvg.it</a> / 0481 285335</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Mostra:</strong><strong> </strong>FVG Settanta. Arti visive in Friuli Venezia Giulia negli anni ’70</p>
<p><strong>Sede:</strong> Galleria Regionale di Arte contemporanea Luigi Spazzapan, Via Marziano Ciotti, 51 – Gradisca d’Isonzo (GO)</p>
<p><strong>Periodo:</strong> Dal 27 giugno al 29 novembre</p>
<p><strong>Catalogo: </strong>Antiga Edizioni</p>
<p><strong>Grafica:</strong> Studio Polo 1116 – Sergio Brugiolo e Chiara Romanelli</p>
<p><strong>Orari:</strong> mer &#8211; dom 10-13/15-19</p>
<p><strong>Contatti:</strong> <a href="mailto:galleriaspazzapan@regione.fvg.it" target="_blank" rel="noopener">galleriaspazzapan@regione.fvg.<wbr />it</a> / 0481 960816</p>
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        <mec:startDate>2026-09-11</mec:startDate>
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		<title>Il tennis in un millesimo di secondo</title>
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        <pubDate>Fri, 11 Sep 2026 00:00:00 +0200</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>

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        <description><![CDATA[<img width="1366" height="910" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/07/PAOLINI_USopen-2025.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="PAOLINI USopen 2025" loading="lazy" title="Il tennis in un millesimo di secondo 62"> A Trieste la mostra fotografica di Ray Giubilo: oltre 60 immagini di grande formato realizzate nei più importanti eventi internazionali ]]></description>

                <content:encoded><![CDATA[<h6>L&#8217;immagine vincitrice del 2025 ITF Tennis Photo Award</h6>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>If you can meet with Triumph and Disaster and treat those two impostors just the same&#8230;</em></p>
<p>Le celebri parole di Rudyard Kipling, che accolgono i giocatori all’ingresso del Campo Centrale di Wimbledon, rappresentano il filo conduttore di <strong><em>FLYING RACQUETS</em></strong>, la mostra fotografica di <strong>Ray Giubilo</strong> dedicata al mondo del tennis professionistico contemporaneo, che si inaugura a <strong>Trieste</strong>, <strong>venerdì 17 luglio</strong>, alla Sala Leonor Fini del Magazzino 26, in Porto Vecchio, realizzata dall’Associazione culturale <strong>Triestebookfest</strong>, in co-organizzazione con il <strong>Comune di Trieste –</strong><strong> Assessorato alle Politiche della Cultura e del Turismo</strong>, il contributo della <strong>Fondazione CRTrieste</strong> e la collaborazione di <strong>Aps comunicazione</strong>, curatore <strong>Aldo Poduie</strong>.</p>
<p>“Il titolo dell’esposizione – sottolinea il fotografo triestino di fama internazionale <strong>Ray Giubilo, </strong>la cui fotografia “<strong><em>It’s not Halloween</em></strong>” ha vinto il <strong>2025 ITF Tennis Photo Award</strong> come migliore fotografia di tennis dell’anno e anche l’<strong>AIPS Award</strong>  come migliore fotografia sportiva del 2025 – nasce da un’immagine tanto familiare quanto simbolica per chiunque abbia vissuto il tennis da vicino: le racchette che, nei momenti di rabbia, gioia o frustrazione, prendono il volo sui campi di tutto il mondo. Un gesto che racconta meglio di qualsiasi altra cosa la natura di uno sport sospeso costantemente tra trionfo e sconfitta, tra esaltazione e delusione”.</p>
<p>La mostra presenta una selezione di <strong>oltre 60 immagini</strong> di grande formato (accompagnate da centinaia di scatti digitali), realizzate nel corso di quasi quarant’anni di attività fotografica di Ray Giubilo nei più importanti eventi internazionali del tennis.</p>
<p>Un patrimonio di esperienze e di sguardi raccolti sui campi dei tornei più prestigiosi del mondo e restituiti al pubblico attraverso un percorso visivo libero da rigide scansioni cronologiche.</p>
<p>“Protagonisti delle fotografie sono certamente grandi campioni (<strong>Federer, Nadal, Williams, Sampras, Djokovic, Alzarz, Paolini, Sinner</strong> solo per citarne alcuni) e i loro gesti atletici – afferma Ray Giubilo – ma anche tutto ciò che rende unico questo sport: le atmosfere dei tornei, la tensione dei momenti decisivi, i dettagli spesso invisibili a occhio nudo e quell’universo di luci, ombre e colori che soltanto la fotografia riesce a fissare nel tempo”.</p>
<p>Il colore rappresenta uno degli elementi distintivi dell’esposizione. Le immagini raccontano infatti il passaggio dal tennis delle racchette di legno e delle tradizionali divise bianche al cosiddetto “tennis moderno”: uno sport sempre più veloce, potente e spettacolare, caratterizzato da una continua evoluzione tecnologica e da ricchezza cromatica.</p>
<p>Questa stessa cromia che ritroviamo anche nella serie pittorica “<em>Terra Rossa</em>” dell’artista <strong>Federica Ramani</strong>, che partecipa alla mostra interpretando gli scatti più iconici e recenti di Ray Giubilo attraverso una tecnica dal forte impatto sensoriale: la fusione tra la cera dell’encausto e la reale terra rossa prelevata dai campi.</p>
<p>“Questa combinazione – spiega Federica Ramani – conferisce una tridimensionalità alla tela ed evoca un&#8217;esperienza sensoriale. La terra rossa diventa il medium artistico con cui do corpo e sostanza al movimento cristallizzato dall’obiettivo di Giubilo”.</p>
<p>La mostra invita quindi il pubblico a scoprire il tennis da una prospettiva inedita: quella delle emozioni, dei dettagli e delle storie che si nascondono dietro ogni punto giocato e ogni istante catturato dall’obiettivo.</p>
<figure id="attachment_75452-3" aria-describedby="caption-attachment-75452-3" style="width: 600px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-75452" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/07/Ray-Giubilo.jpg" alt="Ray Giubilo" width="600" height="577" title="Il tennis in un millesimo di secondo 63" /><figcaption id="caption-attachment-75452-3" class="wp-caption-text">Ray Giubilo</figcaption></figure>
<p>Storie che saranno al centro anche di alcuni <strong>eventi organizzati da Triestebookfest alla Sala Luttazzi</strong>: primo appuntamento proprio il giorno dell’inaugurazione della mostra, per la <strong>presentazione del volume fotografico “<em>Flying Racquets</em>” (Allemandi Editore)</strong>, in programma<strong> venerdì 17 luglio, alle 17.30</strong>, con Ray Giubilo in dialogo con l’inviato Rai<strong> Sebastiano Franco</strong>. Seguirà la visita alla mostra (ingresso libero a entrambi gli eventi).</p>
<h3><strong>Orari</strong></h3>
<p><strong>Aperta dal 18 luglio al 20 settembre<br />
</strong>Giovedì e aperture speciali 16-20<br />
Venerdì, sabato, domenica e festivi 11-20<br />
Ingresso libero</p>
<p><a class="a2a_button_facebook" href="https://www.addtoany.com/add_to/facebook?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fevents%2Fil-tennis-in-un-millesimo-di-secondo%2F&amp;linkname=Il%20tennis%20in%20un%20millesimo%20di%20secondo" title="Facebook" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_button_x" href="https://www.addtoany.com/add_to/x?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fevents%2Fil-tennis-in-un-millesimo-di-secondo%2F&amp;linkname=Il%20tennis%20in%20un%20millesimo%20di%20secondo" title="X" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_button_whatsapp" href="https://www.addtoany.com/add_to/whatsapp?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fevents%2Fil-tennis-in-un-millesimo-di-secondo%2F&amp;linkname=Il%20tennis%20in%20un%20millesimo%20di%20secondo" title="WhatsApp" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_button_linkedin" href="https://www.addtoany.com/add_to/linkedin?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fevents%2Fil-tennis-in-un-millesimo-di-secondo%2F&amp;linkname=Il%20tennis%20in%20un%20millesimo%20di%20secondo" title="LinkedIn" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_button_email" href="https://www.addtoany.com/add_to/email?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fevents%2Fil-tennis-in-un-millesimo-di-secondo%2F&amp;linkname=Il%20tennis%20in%20un%20millesimo%20di%20secondo" title="Email" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_dd addtoany_share_save addtoany_share" href="https://www.addtoany.com/share#url=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fevents%2Fil-tennis-in-un-millesimo-di-secondo%2F&amp;title=Il%20tennis%20in%20un%20millesimo%20di%20secondo" data-a2a-url="https://imagazine.it/home_desk/events/il-tennis-in-un-millesimo-di-secondo/" data-a2a-title="Il tennis in un millesimo di secondo"></a></p><p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/07/PAOLINI_USopen-2025.jpg" style="display: block;margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/events/il-tennis-in-un-millesimo-di-secondo/">Il tennis in un millesimo di secondo</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
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                <mec:startHour></mec:startHour>
        
        <mec:endDate>2026-09-11</mec:endDate>
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            <item>
		<title>L&#8217;arte triestina al femminile</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/events/larte-triestina-al-femminile/</link>
        
        
        <pubDate>Fri, 11 Sep 2026 00:00:00 +0200</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>

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        <description><![CDATA[<img width="1366" height="895" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/07/trieste-e-avanguardia-femminile.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="trieste e avanguardia femminile" loading="lazy" title="L&apos;arte triestina al femminile 64"> Nel '900 d'avanguardia italiano ed europeo: oltre 220 opere raccontano il percorso di cinque artiste: Leonor Fini, Maria Lupieri, Maria Melan, Anita Pittoni e Miela Reina]]></description>

                <content:encoded><![CDATA[<p>Cinque protagoniste, cinque personalità straordinarie che, partendo da Trieste, hanno contribuito a rinnovare l&#8217;arte, il design, la moda, il teatro e l&#8217;editoria del Novecento, conquistando un posto di rilievo nella cultura italiana ed europea.</p>
<p>È questo il cuore de <strong><em>L&#8217;arte triestina al femminile nel &#8216;900 d&#8217;avanguardia italiano ed europeo</em></strong>, la grande mostra ideata, curata e progettata da <strong>Marianna Accerboni</strong>, promossa dall&#8217;<strong>Associazione Foemina APS</strong> in collaborazione con il <strong>Comune di Trieste – Assessorato alle Politiche della Cultura e del Turismo</strong>, in programma <strong>dal 23 luglio al 27 settembre 2026</strong> al <strong>Magazzino 26 – Sala Carlo Sbisà</strong> del Porto Vecchio di Trieste.</p>
<p>Con <strong>oltre 220 opere</strong> – tra dipinti, disegni, bozzetti teatrali e di moda, ceramiche, fotografie, lettere, documenti, libri, abiti, gioielli, accessori, profumi e materiali d&#8217;archivio – la mostra racconta il percorso artistico e umano di <strong>Leonor Fini</strong>,<strong> Maria Lupieri</strong>,<strong> Maria Melan</strong>,<strong> Anita Pittoni </strong>e<strong> Miela Reina</strong>.</p>
<p>La mostra, dopo essere stata ospitata nel 2024 all&#8217;Istituto Italiano di Cultura di Bruxelles, ripropone il progetto articolato in <strong>cinque percorsi monografici</strong>, vere e proprie <em>&#8220;mostre nella mostra&#8221;</em>, che accompagnano il visitatore alla scoperta dell&#8217;universo creativo di ciascuna artista attraverso opere, fotografie, lettere, documenti, video e materiali d&#8217;epoca. L’esposizione proseguirà con nuove tappe internazionali, tra cui <strong>Parigi</strong> e <strong>Berlino</strong>.</p>
<p>Accanto ai capolavori più noti, il pubblico potrà scoprire numerose opere <strong>inedite</strong> o raramente esposte, molte delle quali presentate <strong>per la prima volta a Trieste</strong>, tra cui il prezioso carteggio tra <strong>Leonor Fini</strong> e l&#8217;amico triestino Giorgio Cociani, fotografie e documenti d&#8217;archivio, insieme a materiali che restituiscono aspetti poco conosciuti della vita e della ricerca delle cinque protagoniste.</p>
<p>Più che una semplice cornice, <strong>Trieste</strong> è il filo conduttore dell&#8217;intero progetto. Città mitteleuropea, porto dell&#8217;Impero asburgico e crocevia di culture, tra la fine dell&#8217;Ottocento e il Novecento rappresentò uno dei più vivaci laboratori della modernità europea. Un ambiente aperto al confronto internazionale, capace di accogliere e rielaborare i fermenti provenienti da Vienna, Monaco, Berlino e Parigi, dove arte, letteratura, architettura e musica dialogavano in modo naturale.</p>
<p>È in questo contesto che maturò il talento delle cinque artiste, accomunate dalla capacità di superare i confini disciplinari e di costruire linguaggi originali, profondamente moderni. Infatti, molto prima che si parlasse di interdisciplinarità, queste artiste intrecciavano pittura, design, moda, teatro, editoria e arti applicate, anticipando temi e sensibilità che ancora oggi dialogano con la contemporaneità.</p>
<p>Il progetto espositivo è arricchito da video inediti che trasformano la visita in un&#8217;esperienza immersiva tra memoria, arte e storia. Tra queste opere in particolare vi è quella realizzata da Marianna Accerboni, che restituisce ricordi, racconti e testimonianze di chi ha conosciuto personalmente Leonor Fini.</p>
<p>Ad accompagnare il visitatore in mostra in filodiffusione sarà il flauto del Maestro<strong> Roberto Fabbriciani</strong>, tra i maggiori interpreti della musica contemporanea.</p>
<p>In occasione dell’inaugurazione, inoltre, il celebre flautista, eseguirà un intervento musicale live ispirato alle artiste, mentre per il finissage si chiuderà con la musica di di <strong>Paolo Cervi Kervischer</strong> (sax) e <strong>Daniele Mastronuzzi</strong> (live eletronics).</p>
<p>L’esposizione sarà accompagnata da incontri, visite guidate, presentazioni editoriali e momenti di approfondimento dedicati alle artiste, coinvolgendo studiosi, scrittori, familiari e protagonisti della cultura italiana ed europea.</p>
<p>Le opere esposte provengono dal Civico Museo Revoltella di Trieste, Civici Musei di Storia ed Arte di Trieste, Biblioteca Civica <em>A. Hortis </em>(Fondo Anita Pittoni) di Trieste, Fototeca dei Civici Musei di Storia e Arte del Comune di Trieste, Università degli Studi di Trieste, Fondazione CRTrieste, La Wolfsoniana &#8211; Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura di Genova e da vari collezionisti privati soprattutto triestini, tra cui Maurizio Zanei, importante collezionista e detentore, tra l’altro, della più ampia collezione esistente del pittore Zoran Music. Le opere di Miela Reina, di Maria Lupieri e di Maria Melan sono state scelte di concerto con le rispettive famiglie che le hanno ereditate, tra le più significative prodotte dalle artiste al fine di offrire un quadro sintetico ma esaustivo della loro creatività.</p>
<h3><strong>LE ARTISTE </strong></h3>
<p>La mostra accompagna il visitatore in un percorso che restituisce la straordinaria ricchezza e varietà della ricerca di ciascuna protagonista, mettendo in luce linguaggi, sensibilità e percorsi creativi profondamente diversi, ma accomunati da una costante tensione verso l&#8217;innovazione.</p>
<p><strong>Leonor Fini</strong> (Buenos Aires 1907 – Parigi 1996), pittrice, costumista, scenografa, illustratrice, disegnatrice e scrittrice triestina. Voce solista del Surrealismo francese e internazionale, che seppe originalmente modulare attraverso varie tematiche, si formò nel contesto dell’eccezionale milieu multietnico e multiculturale della Trieste del primo ‘900, a stretto contatto con personalità quali Umberto Saba, Italo Svevo, Bobi Bazlen, Gillo Dorfles, Leo Castelli, Arturo Nathan, e a Milano, dove assimilò l’influenza novecentista a contatto con il classicismo di Achille Funi e il tonalismo di Carlo Carrà e Arturo Tosi. Linguaggio che abbandonò per il Surrealismo, quando nel 1931 si trasferì a Parigi, dove intraprese, da autentica self made women, una brillante carriera artistica internazionale, che la portò a esporre in sedi di grande prestigio quali, tra le altre, la Julien levi Gallery, il MoMA di New York e diverse Biennali veneziane. Autodidatta, indipendente, molto colta, originale, misteriosa, poliedrica ed esoterica, fu autrice fin da giovanissima di ritratti d’eccezione. Condusse per decenni un menage a trois con l’importante intellettuale polacco Costantin Jelenski e con il pittore ed ex diplomatico Stanislao Lepri, accanto ai quali è sepolta nel piccolo cimitero di Saint-Dyé-sur-Loire.</p>
<p><strong>Maria Lupieri </strong>(Trieste 1901 – Roma 1961), pittrice e scenografa triestina. Formatasi nell’elevato milieu artistico culturale della Trieste del primo ‘900, fu in contatto con Gabriele D’Annunzio e amica, tra gli altri, fin da giovanissima di Eugenio Montale, Carlo Levi, Umberto Saba e la figlia Linuccia, Arturo Nathan, Leonor Fini, Anita Pittoni, Virgilio Giotti, Gillo Dorfles e poi di Maria Pospisilova, pittrice surrealista cecoslovacca, rivelatasi molto importante per la sua formazione. Già nel 1927 fu scenografa al Teatro alla Scala di Milano. Influenzata dalle avanguardie coeve, si avvicinò al Futurismo e, a partire dal 1930, espose in molte mostre di rilievo, tra cui le Triennali milanesi, le Quadriennali di Roma e la Biennale di Venezia. Infaticabile sperimentatrice, dagli interessi esoterici, colse gli afflati del suo tempo, tra cui il Surrealismo e la pittura organica, capace di transitare da un’intensa rappresentazione narrativa (nature morte di fiori, intensi paesaggi e ritratti), condotta sul filo dell’Espressionismo figurativo, a esiti astratti e informali, esplicitati attraverso una forte sensibilità per la luce e il colore.</p>
<p><strong>Maria Melan </strong>(Gorizia 1923 – Bruxelles 2023), architetto, pittrice, illustratrice, grafica pubblicitaria, docente e atelierista triestina. Di antica e nobile famiglia triestina, temperamento riservato, visse nel capoluogo giuliano fin dall’infanzia, trasferendosi quindi a Bruxelles. Laureata in Architettura a Venezia, fu per anni collaboratrice del grande architetto Carlo Scarpa. Vicina alla poetica di Bruno Munari e Riccardo Dalisi, fu cofondatrice del Gruppo Immagine e del MiniMu &#8211; Museo dei Bambini di Trieste. I suoi lavori testimoniano una grande freschezza d’inventiva, un modo armonico ed equilibrato di tener conto del pensiero delle avanguardie del Novecento senza tuttavia citarle, ma redigendo un proprio alfabeto di accostamenti raffinati e un po’ giocosi che alludono alla memoria futurista e costruttivista. Ha operato ed esposto ripetutamente in sedi e spazi urbani di prestigio in Toscana, a Trieste e a Bruxelles.</p>
<p><strong>Anita Pittoni </strong>(Trieste 1901 – 1982), stilista, costumista teatrale, pittrice, poetessa, scrittrice ed editrice triestina. Animo indipendente e combattivo, temperamento irrequieto non facile, artista poliedrica, fondò a Trieste, con una filiale a Milano nell’atelier dell’architetto Agnoldomenico Pica, il suo Studio d’Arte decorativa, importante casa di alta moda femminile e maschile e di arredi tessili d’avanguardia, che faceva uso di tessuti innovativi quali per esempio il filo di ginestra e creava modelli antesignani per tipologia ed essenzialità. Come costumista teatrale lavorò, tra gli altri, per il regista Anton Giulio Bragaglia e, apprezzata da Gio Ponti, scrisse su Domus. Espose, tra l’altro, a Parigi, Berlino, Buenos Aires e New York, Medaglia d’oro nel 1936 alla Triennale di Milano, e nel ’37 Gran Prix all’Esposizione universale di Parigi. Dopo il secondo conflitto mondiale, chiuse l’atelier e fondò, con il sostegno di scrittori e poeti quali Umberto Saba, Giani Stuparich, Virgilio Giotti, Pier Antonio Quarantotti Gambini e Luciano Budigna, la Casa editrice Lo Zibaldone e un importante salotto letterario.</p>
<p><strong>Miela Reina</strong> (Trieste 1935 – Udine 1972), pittrice, grafica, fumettista, scenografa e scultrice triestina. Laureata all’Accademia di Belle Arti di Venezia, grande viaggiatrice, fu molto apprezzata da Gillo Dorfles e una delle personalità più importanti e significative dell’arte triestina del secondo Novecento.</p>
<p>Artista originale e fantastica, capace di divertire, far riflettere e sognare attraverso invenzioni antesignane e ludiche, connotate dalla freschezza dell’intuizione e da una genialità lieve e profonda, rimase molto legata alla Sicilia, regione d’origine del padre, da cui aveva tratto, nella sua prima fase creativa, ispirazione, dipingendo, nell’ambito dell’espressionismo figurativo, personaggi e ambientazioni emblematici e, più avanti, magma materici che tendevano a sganciarsi dalla figurazione. Per poi passare a un’inclinazione più visionaria, che dal ’67 si trasformò in un segno netto.</p>
<p>Ideò anche originali storie a fumetti e ardite, poetiche sperimentazioni per il teatro, per la scuola e l’happening, decorazioni di edifici pubblici e motonavi. Punta di diamante, coraggiosa e sorprendente, dell’avanguardia triestina, attenta anche ai venti culturali dell&#8217;Est, partecipò per esempio più volte alla Biennale Musica di Zagabria: qui creò insieme al musicista Carlo de Incontrera una serie di lavori teatrali, dove, nel momento stesso dell’accadimento musicale, inventava in diretta sul palcoscenico fatti visivi particolarmente affascinanti. Al suo raffinato eclettismo e alla sua arte indipendente Trieste ha dedicato un teatro d’avanguardia che porta il suo nome e una scuola.</p>
<p><strong>Titolo mostra</strong>: L’ARTE TRIESTINA AL FEMMINILE NEL ‘300 D’AVANGUARDIA ITALIANO ED EUROPEO</p>
<p><strong>A cura di</strong>: Marianna Accerboni</p>
<p><strong>Promossa da</strong>: Associazione Foemina APS di Trieste. Realizzata in coorganizzazione con il Comune di Trieste</p>
<p><strong>Dove</strong>: Magazzino 26 del Polo museale del Porto Vecchio di Trieste (COME ARRIVARE: autobus linea 19, fermata Porto Vivo Porto Vecchio &#8211; Generali Convention Center)</p>
<p><strong>Ǫuando</strong>: 24 luglio / 27 settembre 2026</p>
<p><strong>Orario</strong>: giovedì dalle 16:00 alle 20:00 / venerdì sabato domenica (e festivi) dalle 11:00 alle 20:00</p>
<p><strong>Biglietti</strong>: € 5,00</p>
<p><strong>Info</strong>: <a href="http://www.triestecultura.it/" target="_blank" rel="noopener">www.triestecultura.it</a></p>
<p><strong>Info e prenotazioni</strong> +39 335 6750946 / <a href="mailto:marianna.accerboni@gmail.com">marianna.accerboni@gmail.com</a></p>
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        <mec:startDate>2026-09-11</mec:startDate>
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		<title>Edoardo Di Muro: Trieste – Dakar</title>
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        <pubDate>Fri, 11 Sep 2026 00:00:00 +0200</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>

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        <description><![CDATA[<img width="800" height="581" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/07/Edoardo-Di-Muro-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Edoardo Di Muro 1" loading="lazy" title="Edoardo Di Muro: Trieste – Dakar 65"> Un viaggio nell'anima dell'Africa tra natura e impegno sociale, raccontato attraverso una selezione di oltre 100 minuziosi disegni tratti da una prodigiosa produzione di oltre 700 opere]]></description>

                <content:encoded><![CDATA[<h6>Un&#8217;immagine di Edoardo Di Muro</h6>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Dal 2 agosto al 27 settembre</strong> 2026, la Sala Nathan del Magazzino 26, situata nel Porto Vecchio di Trieste, ospiterà la mostra “<strong><em>Africa 1970-2005. Disegni di Edoardo Di Muro. Trieste-Dakar</em></strong>”, retrospettiva dedicata all’artista dalla straordinaria produzione e illustratore scomparso nel 2022.</p>
<p>Realizzata dall’Associazione Viva Comix in co-organizzazione con il Comune di Trieste &#8211; Assessorato alle Politiche della Cultura e del Turismo, con il fondamentale sostegno della Regione Friuli Venezia Giulia, l’esposizione è curata dalla professoressa Paola Bristot e dalla dottoressa Mimina Di Muro, antropologa e figlia dell’artista, offrendo al pubblico un viaggio immersivo nel continente africano attraverso <strong>100 opere originali, litografie e preziosi taccuini</strong> che coprono oltre trentacinque anni di produzione, impreziosita dalla collezione M&#8217;Afrique dell’azienda Moroso e da piante esotiche che donano alla mostra un tratto ancora più immersivo.</p>
<p>L&#8217;inaugurazione ufficiale si terrà <strong>domenica 2 agosto alle ore 11</strong>, arricchita, a seguire, da interventi musicali dal vivo a cura di <strong>Adriano Viterbini</strong>,<strong> Paolo Baldini</strong> e <strong>Davide Toffolo</strong>.</p>
<h3>Orari</h3>
<p>L’esposizione sarà a <strong>ingresso libero</strong> e rispetterà i seguenti orari di apertura: il giovedì dalle 16.00 alle 20.00, mentre il venerdì, il sabato, la domenica e i festivi sarà visitabile dalle 11.00 alle 20.00.</p>
<p>La mostra celebra la vita incredibile e avventurosa di un artista che ha prodotto oltre 700 disegni straordinari attraversando in lungo e in largo il continente africano. Nato a Cuneo nel 1944 in un&#8217;Italia ferita dalla guerra, Edoardo Di Muro trovò fin da piccolissimo nel disegno la sua salvezza e il suo rifugio esclusivo dalle privazioni quotidiane, utilizzando inizialmente pezzi di carboncino su tavoli di marmo o fogli di recupero.</p>
<p>Dopo aver svolto diversi mestieri per sopravvivere e aver lavorato come guardiacaccia nei parchi delle sue amate Alpi Marittime, l&#8217;inquieto artista decise nel 1973 di imbarcarsi come marinaio su un cargo, sbarcando infine sulla terra rossa dell&#8217;Africa, un incontro fatale che gli stravolse l&#8217;esistenza.</p>
<p>A differenza di molti occidentali, scelse di vivere stabilmente dentro la complessa realtà africana, diventando un attento osservatore della vita quotidiana del popolo. Il suo stile grafico, caratterizzato da un tratto minuzioso a china e rapidograph realizzato direttamente dal vivo, gli permise di catturare istantaneamente l&#8217;anima di mercati brulicanti, foreste lussureggianti e riti ancestrali.</p>
<p>La sua incredibile parabola esistenziale lo portò anche a collaborare negli anni Ottanta a Parigi con prestigiose riviste di fumetti come <strong><em>Charlie Hebdo</em></strong> e <strong><em>Pilote</em></strong>, stringendo amicizie durature con figure del calibro di <strong>Georges Wolinski </strong>e <strong>Fran</strong><strong>ç</strong><strong>ois Cavanna</strong>.</p>
<figure id="attachment_75837-3" aria-describedby="caption-attachment-75837-3" style="width: 800px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-75837" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/07/Mimina-Di-Muro.jpeg" alt="Mimina Di Muro" width="800" height="791" title="Edoardo Di Muro: Trieste – Dakar 66" /><figcaption id="caption-attachment-75837-3" class="wp-caption-text">Mimina Di Muro</figcaption></figure>
<p>L&#8217;eclettismo di &#8220;Edo&#8221; si espresse inoltre nella creazione di raffinati batik in Senegal, nell&#8217;illustrazione di manuali medici per i villaggi più remoti e nella pubblicazione di importanti antologie introdotte da figure chiave della cultura africana come il regista <strong>Ousmane Semb</strong><strong>è</strong><strong>ne</strong> e il musicista <strong>Francis Bebey</strong>.</p>
<p>Dalla Costa d’Avorio, dove lavorò come guida nel Parco Nazionale della Comoé, fino agli imponenti altopiani dell’Etiopia, Di Muro ha attraversato e amato visceralmente il continente, prima di ristabilirsi in Italia negli anni Duemila e continuare a esporre le sue opere in tutto il mondo.</p>
<p>Le sue illustrazioni non sono solo estetiche, ma spesso cariche di significato sociale. Documenta le contraddizioni del territorio, dalle bellezze dei paesaggi alle provocazioni politiche, come i disegni contro l’apartheid in Namibia e in Angola.</p>
<p>Negli anni Settanta, in Angola, entra in contatto con l’MPLA (Movimento Popolare di Liberazione dell’Angola), che lotta contro il colonialismo portoghese. Negli stessi anni sostiene i guerriglieri della SWAPO nella lotta per l’indipendenza della Namibia. Per questi ultimi crea manifesti di propaganda utilizzati dalla popolazione locale per manifestare contro le disuguaglianze e le ingiustizie del colonialismo.</p>
<p>Nei numerosi Paesi dove soggiorna (Angola, Benin, Burkina Faso, Camerun, Costa d’Avorio, Etiopia, Gabon, Gambia, Gibuti, Guinea Conakry, Kenya, Mali, Mauritania, Namibia, Niger, Nigeria, Tanzania, Togo, Repubblica Democratica del Congo, Senegal, Sudafrica) le sue illustrazioni sono oggetto di mostre ed esposizioni, a cominciare dalla prima presso la “Gallerie 39” di Dakar nel dicembre del 1979. In seguito a tale evento, l’allora Presidente della Repubblica del Senegal, il poeta Léopold Sédar Senghor, incuriosito, lo riceve nel palazzo presidenziale e acquista una serie completa delle sue litografie.</p>
<p>«Una qualità indubbia della produzione di Edoardo Di Muro &#8211; spiega la co-curatrice <strong>Paola Bristot </strong>&#8211; è l’originalità del suo sguardo che è capace di cogliere i tanti aspetti dell’Africa, dalla potenza della Natura che ci appare nel suo aspetto più primordiale e quindi mitico, alle osservazioni paesaggistiche e antropologiche che non conoscevamo affatto e che ci stupiscono. Entriamo attraverso la porta segreta che ci apre l’artista in un’Africa atavica, da dove anche noi proveniamo e siamo stati originati nella notte dei tempi, ne sentiamo la forza e l’energia persino il rumore e siamo infine presi dal Mal d’Africa da cui non possiamo più guarire».</p>
<p>Guardando i disegni dei taccuini di Edoardo Di Muro vengono subito in mente quelli degli artisti viaggiatori. I tanti disegnatori che hanno descritto con i loro disegni, specialmente in assenza di apparecchiature fotografiche, luoghi geografici, reperti archeologici e monumenti architettonici del passato come del presente e che hanno costituito i repertori visivi di molti artisti che non avevano altre fonti documentative per creare scenografie o opere ambientate in altre epoche o paesi lontani. Tra questi ultimi, forse il più noto è stato Antonio Basoli, scenografo e decoratore, attivo a Bologna tra la fine del ’700 e la metà dell’800.</p>
<p>Ancora oggi questa attività di rappresentazione attraverso il disegno in quaderni di appunti è molto diffusa e penso ai bellissimi quaderni giapponesi di Igort (Igor Tuveri) o a quelli di Jacques De Loustal sulla Polinesia o di Lorenzo Mattotti sulle acque di Venezia…</p>
<figure id="attachment_75838-3" aria-describedby="caption-attachment-75838-3" style="width: 800px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-75838" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/07/trieste-dakar.jpg" alt="trieste dakar" width="800" height="600" title="Edoardo Di Muro: Trieste – Dakar 67" /><figcaption id="caption-attachment-75838-3" class="wp-caption-text">L&#8217;esposizione al Magazzino 26</figcaption></figure>
<p>Il caso di Edoardo Di Muro è molto diverso, se non altro perché lui in Africa ha trascorso almeno 40 anni e l’ha sempre disegnata. La conosceva così bene da essere confuso e noto come artista africano con il nome diminutivo “Edo”.</p>
<p>Ha esposto in diverse mostre soprattutto a Dakar e alcuni dei suoi disegni sono tuttora riprodotti e divulgati come “arte africana” e lo sono a tutti gli effetti, perché dell’Africa aveva colto lo spirito e l’anima.</p>
<p>Racconta Mimina Di Muro, figlia dell’artista e co-curatrice della mostra: «Mio padre era pieno di vita, spinto da un&#8217;insaziabile fame di autenticità. Viveva immerso nella realtà africana, condividendone ogni istante con la gente.</p>
<p>Inizialmente, raccogliere la sua eredità artistica mi sembrava un&#8217;impresa spaventosa per la sua immensa complessità. Poi ho capito che aveva sempre seguito una bussola interiore: ha costruito il lavoro di una vita con la precisa intenzione di consegnarlo ai posteri.</p>
<p>Dietro il caos apparente della sua esistenza si cela infatti un ordine rigoroso. I suoi disegni non sono solo una documentazione capillare sull&#8217;Africa, ma rivelano un filo conduttore invisibile che lega ogni illustrazione ai viaggi e agli spostamenti della nostra famiglia. Di fatto, mio padre ha strutturato la sua opera secondo precise coordinate geografiche, storiche e antropologiche, lasciandoci un tracciato chiaro, profondo ed eloquente».</p>
<h3>Tre sezioni</h3>
<p>Il percorso espositivo all&#8217;interno della Sala Nathan si sviluppa in <strong>tre grandi sezioni </strong>che dialogano fluidamente con lo spazio.</p>
<p>La prima sezione accoglie il visitatore ponendo l&#8217;accento sul tema del <strong>porto</strong> per gettare un ponte ideale al di qua e al di là del mar Mediterraneo, mettendo in relazione <strong>l&#8217;attivit</strong><strong>à </strong><strong>del porto di Dakar con quella del porto di Trieste</strong>.</p>
<p>Si tratta di un legame storico che, attraverso le rotte marittime commerciali e simboliche, ha sempre rappresentato e conserva ancora oggi un&#8217;evidente, vitale necessità di esistere. Questo racconto portuale si sviluppa esplorando l&#8217;immaginario marittimo e le storiche connessioni tra le due realtà, avvalendosi di materiale fotografico d&#8217;archivio e di gigantografie fornite dal Museo del Mare del Comune di Trieste e dal Museo nazionale Collezione Salce di Treviso &#8211; Direzione regionale Musei nazionali Veneto, su concessione del Ministero della cultura.</p>
<p>La <strong>seconda sezione è dedicata alla flora, alla fauna e ai paesaggi incontaminati</strong>, che caratterizzano gran parte dei disegni di Edoardo Di Muro e colpiscono, tra questi, i grandi dettagliatissimi alberi, mentre <strong>la terza si concentra sull</strong><strong>’</strong><strong>aspetto antropologico</strong> e sulla complessa dimensione umana del continente africano, attraverso la rappresentazione di scene nei villaggi o nelle vie delle città, brulicanti del via vai della gente, o le scene del lavoro domestico, delle danze.</p>
<p>Un elemento di eccezionale rilievo nel design dell&#8217;allestimento, curato dall&#8217;architetto Giulia Sgrò, è rappresentato dalla collaborazione con Moroso. Lungo lo spazio espositivo sono disposti iconici arredi e materiali fotografici della celebre <strong>collezione M&#8217;Afrique</strong> dell&#8217;azienda, tra cui le sedute Banjooli, Baobab, Modou e Shadowy, che richiamano i colori e le forme della terra africana.</p>
<p>L&#8217;allestimento comprende inoltre storiche immagini che documentano il lavoro di produzione artigianale di tali arredi realizzato direttamente nella sede senegalese di Moroso, evidenziando un legame concreto e profondo tra il design contemporaneo e il continente africano.</p>
<p>La mostra dopo l&#8217;esposizione triestina proseguirà il suo viaggio in Senegal, proprio a Dakar.</p>
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