Istantanee d’altri tempi
A Palmanova la presentazione del nuovo romanzo di Maria Renata Sasso: “Una storia familiare di inizio ‘900”
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Maria Renata Sasso
Giovedì 11 dicembre nel Salone del Municipio di Palmanova, alle ore 18.30, Maria Renata Sasso presenterà al pubblico il suo nuovo romanzo “Istantanee d’altri tempi” (Nuova Palomar).
Dialogherà con l’autrice Maria Rosaria Catena.
Per comprendere in anteprima la genesi e le vicende del romanzo, abbiamo intervistato l’autrice.
Maria Renata Sasso, come mai la scelta di un romanzo sulla storia della propria famiglia?
«Partirò dalla citazione che i lettori troveranno sul retro di copertina: “Ogni famiglia è un mistero, anche la propria, soprattutto la propria”. Quando ho incontrato questa frase leggendo L’isola di Arturo di Elsa Morante, il pensiero è subito corso alla mia esperienza personale ed è sorto in me il desiderio di svelare l’arcano sulle vite dei miei parenti lontani. Se ci pensiamo bene, noi tutti discendiamo da un mistero, perché pur sapendo di discendere dai nostri genitori, e delle coppie prima di loro, in realtà conosciamo molto poco delle loro vite. Non sappiamo nulla della loro intimità, del contesto in cui si muovevano, del tempo in cui agivano. In quel tempo non eravamo neanche nella loro mente. Da questa consapevolezza è sopraggiunta l’esigenza di soddisfare il mio senso di appartenenza, di individuare la mia provenienza storica, intesa come humus socio-culturale in cui ha vissuto una delle famiglie da cui discendo, quella dei miei nonni materni. Il mio sguardo si è quindi volto all’indietro, per interrogare le generazioni precedenti con l’aiuto della scrittura nel genere dell’autobiografia familiare, l’unica che mi ha permesso di entrare in contatto con loro. Questa indagine ha anche assunto per me una rilevanza psicologica perché, attraverso l’analisi del tempo passato, ho acquisito un nuovo senso del mio tempo presente. Un altro aspetto interessante è stato vedere come, narrando la storia dei miei nonni, ho avuto la sensazione di averli vicini, di vederli crescere e affermarsi nella vita, di vivere i loro problemi e i loro successi, come se fossero miei coetanei e quanto di loro ritrovavo in me».
Che significati desidera trasmettere con questo romanzo?
«Il romanzo racconta la storia di Costantino Rocco, commerciante in Bari sin dai primi anni del Novecento, della sua famiglia e di altri personaggi che, come lui, hanno vissuto in città i decenni a cavallo fra il XIX e il XX secolo. La vicenda vissuta da mio nonno rappresenta a mio avviso la tenacia e la passione che animava molte persone simili a lui, operanti ciascuna in settori diversi, tutte protese verso la modernizzazione che si viveva in quegli anni in Europa, in Italia e nella città di Bari. La narrazione mette in luce anche il peso delle convenzioni del tempo e le dinamiche sociali dell’epoca, spaziando dai salotti borghesi ai circoli cittadini alle osterie della città vecchia. Ho cercato di rendere evidente il conflitto tra tradizione e modernità presente allora in Bari attraverso l’avanzare dello sviluppo di un’arte, la fotografia, e di un veicolo, la bicicletta, che vissero a quei tempi l’inizio della loro diffusione fra strati sempre più ampi della popolazione. Non manca l’esplorazione di temi sempre attuali, quali il peso delle ambizioni personali, il controllo delle passioni, il ruolo centrale della famiglia, la necessità dei sacrifici… Riassumendo, ho cercato di offrire uno spaccato il più attendibile possibile della vita di inizio Novecento in una città del sud».
Quale il confine tra finzione e realtà?
«Direi che è un confine aperto, permeabile. La scrittura autobiografica è l’unico modo che ci permette di affiancare ancora i nostri antenati ricostruendone i profili nel loro contesto storico. Nel ricostruire le loro vite, ho dovuto compiere delle scelte. Dirò di più, a volte è stato il mio inconscio a dettare gli episodi da portare alla luce e a determinare quali momenti più di altri fossero da mettere in evidenza, perché in autobiografia familiare racconta solo gli episodi che, a giudizio di chi scrive, sono importanti e che premono per uscire, per raggiungere lo scopo che chi scrive si è posto. Nel mio caso mettere in luce la figura di un uomo che nel periodo storico caratterizzato dalla seconda rivoluzione industriale, ha capito con un largo anticipo le potenzialità di sviluppo che si aprivano dinanzi a lui, le ha colte e ha dato vita a un’impresa commerciale che è durata oltre settant’anni. Per colmare i vuoti nella documentazione e per allargare il raggio d’azione dei personaggi entra in gioco l’immaginazione di chi scrive, avendo cura che la creazione sia coerente con la psicologia dei personaggi e il contesto delineato».
Le fotografie hanno un ruolo fondamentale per questo romanzo. Ce lo spiega?
«Le foto d’epoca sono state mediatori fondamentali fra me e i nonni e hanno avuto un ruolo considerevole nel tempo per me, perché sono entrate prestissimo nella mia vita ed è grazie a loro che si sono formate nella mia testa le immagini mentali dei miei predecessori in gioventù. Nelle stampe, le persone ritratte appaiono immobilizzate con lo sguardo serio, volto verso un punto lontano, desiderosi di dare una buona impressione di sé e, al tempo stesso, obbligati a sedare il tumulto di sensazioni provate dal tempo cronologico richiesto dallo scatto. Grazie a quelle immagini cartonate ed evocative, grazie alla loro patina antica è partita la scrittura di questo libro. Nello scrivere, il mio intento è stato quello di ridare vita e movimento alle persone fermate nell’immagine, di sciogliere il garbuglio di emozioni che li agitava mentre posavano, di esplicitare gli stati d’animo che provano, di immaginarmi il prima e il dopo di quell’istante fissato su carta».

Fotografia e bicicletta hanno un ruolo importante nel romanzo. Come mai?
«La fotografia e la bicicletta sono stati da me assunti come simboli di un periodo storico ricco di cambiamenti e trasformazioni per diversi motivi. Innanzitutto, sono stati gli oggetti tecnologici su cui si è imperniato il successo personale del fotografo Enrico Bambocci, che i lettori seguiranno aggirarsi per le strade della città nei primi capitoli, e di mio nonno, Costantino Rocco, convinto assertore del grandioso futuro di un veicolo, la bicicletta appunto, che poteva garantire alle persone mobilità a buon mercato grazie alla sola forza delle proprie gambe. Inoltre, questi due oggetti, con i costanti progressi delle loro tecnologie, si sono rapidamente diffusi nella società, sono stati promotori di molti processi innovativi nei comportamenti delle persone e hanno promosso nuove forme di libertà influenzando comportamenti e stili di vita».
Come si è svolto il lavoro di ricerca per la stesura della storia?
«Il lavoro di ricerca è iniziato reperendo e leggendo attentamente una ricca bibliografia sulla storia della città di Bari in un periodo che va dal 1870 fino allo scoppio della Prima guerra mondiale, sull’evoluzione dei due oggetti usati come metafora della modernità, sugli usi e costumi di allora in una città del sud dinamica e vivace. Sono seguite poi una ricerca documentaria, necessaria per fissare gli episodi salienti della vite dei miei antenati e delle fasi più importanti della storia cittadina, e una ricerca di fonti materiali: oltre alle fotografie, oggetti, lettere, immagini, ritagli di giornale… che hanno completato il quadro generale e il particolare del contesto in cui hanno agito i personaggi. Vi è stata infine una ricerca di fonti immateriali, interna a me stessa: ricordi personali, episodi tramandati, segreti di famiglia sussurrati, sensazioni, recriminazioni… percepite nei racconti delle persone a me vicine riferite alle persone di cui scrivo».
I suoi familiari come hanno commentato il libro?
«Ho avuto l’aiuto concreto di molti di loro, ma non ha ancora avuto commenti dopo la lettura del romanzo, il viaggio del libro è appena agli inizi. Sarò curiosa di ascoltare le loro sensazioni. Spero però di aver consegnato a figli e nipoti, a cui il libro è dedicato, uno spaccato attendibile per conoscere le proprie origini e per far sorgere in loro il gusto della ricerca familiare».
La vicenda è ambientata a Bari, sua città natale. Che rapporto ha con la città?
«Questa città meridionale, operosa e in costante sviluppo, è rimasta sempre ben presente nel mio cuore e nella mia mente nonostante vi abbia vissuto solo 16 anni, dai 4 ai 20 anni. Il corso della vita mi ha portato in Friuli da oltre mezzo secolo, ma a Bari ho vissuto gli anni della gioventù, della mia educazione personale e culturale, dall’asilo all’università. Un imprinting formativo di cui vado fiera, perché basato su valori che ho respirato in famiglia, a scuola e nella società. Valori universali quali ospitalità, rispetto verso gli altri, amore per la cultura, fiducia verso il prossimo, valori che ho portato sempre con me nel mio agire professionale, familiare e sociale in Friuli. Bari mi ha dato i natali molti anni fa, ma non ho mai interrotto i rapporti con lei. Negli anni ho seguito la sua evoluzione urbanistica, il suo emanciparsi da incrostature negative, il suo divenire meta turistica richiestissima, con tutto il positivo e il negativo che il turismo di massa di cui è oggetto oggi tutta la Puglia porta con sé. Con il tempo ho sentito crescere dentro di me un senso di riconoscenza verso questa città-madre e anche a lei ho dedicato il mio libro».

Tra Bari e Palmanova quale luogo sceglie?
«Perché escluderne una? Le scelgo entrambe. Bari rappresenta la gioventù, le sue speranze, i suoi progetti, le scorribande sul lungomare assieme agli amici, i movimenti studenteschi, i primi amori. La città, con i suoi teatri, i suoi cinema, la sua gente, mi ha donato apertura mentale e disponibilità al confronto, che mi sono state utilissime quando sono arrivata, fresca sposa ventenne a Palmanova. La città stellata rappresenta l’età della maturità, degli affetti più cari, dell’insegnamento svolto con passione e a lungo, delle amicizie sincere e durature. Sono riuscita a inserirmi nel tessuto sociale di Palmanova grazie alla sua fiorente realtà associativa, di cui faccio ancora parte. Devo inoltre alle appassionanti origini della città-fortezza veneziana il rinforzarsi e lo strutturarsi del mio interesse per la Storia. Al Friuli Venezia Giulia in generale sono debitrice della consapevolezza dell’importanza della cultura locale, che ho approfondito soprattutto durante la mia attività di docente, della sua lingua speciale, che ho imparato a conoscere e apprezzare per comprendere a pieno l’anima di questa regione. Ormai in pensione, mi piace fare la spola fra questi due punti fermi della mia vita, ad ogni viaggio tendo dei fili che legano sempre di più le due località e le due regioni, che hanno a mio avviso molti punti in comune. Bari e Palmanova sono inscindibili per me, non rinuncerei mai all’una o all’altra».
A quando un romanzo ambientato a Palmanova?
«In realtà ho già scritto, assieme a Daniela Galeazzi, un romanzo storico ambientato nella Palmanova del Seicento. Marietta olim Galla (Cleup 2001 e 2014) racconta la storia di una ragazza ebrea convertita al cattolicesimo e delle vicende processuali scaturite da questa sua decisione. Non escludo di poterne scriverne un altro, situato però questa volta in un’epoca più prossima a noi».






