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Dall’Egitto a Cervignano tra fede e digiuni

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Padre Zakhary Amir Maher, ospite della Parrocchia di San Michele, svela le specificità della Chiesa Cattolica Copta

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Padre Zakhary Amir Maher

 

CERVIGNANO DEL FRIULI – Padre Zakhary Amir Maher (Don Youhanna), sacerdote della Chiesa Copta Cattolica in Egitto, è da qualche giorno ospite della Parrocchia di San Michele a Cervignano del Friuli, dove rimarrà per una settimana. Non ho mai avuto il piacere di conoscere un sacerdote copto né di approfondire la loro tradizione: è un’opportunità preziosa per capire meglio questa realtà.

Padre, come mai si trova in Italia in questo periodo e, nello specifico, proprio qui a Cervignano del Friuli?

“Nel 2019, quando ero seminarista e studiavo teologia a Roma, il Collegio mi mandò qui a Cervignano e a Monfalcone per un’esperienza pastorale di due mesi. Da quel momento è nata una bella amicizia con i sacerdoti e con tutta la comunità. Ogni anno torno per qualche giorno a trovarli, ma quest’anno don Giulio Bodrin mi ha invitato a fermarmi una settimana intera per partecipare alle attività della Quaresima missionaria”.

Cosa significa esattamente la parola “Copto” e come definisce la vostra identità?

“Il termine “Copto” deriva dal greco Aigyptios, che significa semplicemente “egiziano”. Attraverso l’arabo Qibt, la parola si è trasformata nel tempo in “Copto”. Originariamente, dunque, questo termine indicava l’appartenenza geografica ed etnica alla terra d’Egitto. Oggi, dire “sono copto” implica tre dimensioni fondamentali: identità religiosa (essere parte della tradizione cristiana egiziana, che risale direttamente all’epoca apostolica e, in particolare, a San Marco Evangelista); identità storica (i copti si considerano i diretti discendenti degli antichi egiziani dell’epoca faraonica); identità liturgica (l’uso della lingua copta nella liturgia, una lingua che deriva direttamente dall’antico egiziano)”.

In che modo la cultura dell’antico Egitto dei faraoni ha influenzato le vostre tradizioni cristiane?

“In primo piano è la lingua. La nostra lingua liturgica, “il Coopto”, è l’ultima fase dell’antico egiziano, cioè Copto, ovvero l’antico egiziano scritto con caratteri greci. In secondo piano, c’è una continuità musicale e culturale: le melodie, i toni, lo stile di canto e il modo di usare la voce. Tutti questi possono avere radici nell’antica tradizione musicale egiziana. In terzo piano, è il senso del sacro e del simbolo. L’antico Egitto era profondamente religioso e simbolico: templi pieni di segni e immagini; forte senso del mistero e del divino. Questa mentalità ha preparato il terreno per una liturgia cristiana molto ricca: uso abbondante di incenso, gesti rituali solenni e simbolismo forte (luce, veli, processioni). In quarto piano è l’arte e le icone. L’arte copta conserva elementi dell’arte egizia: frontalità delle figure, occhi grandi e spirituali, stile simbolico più che realistico”.

I Copti digiunano in diversi momenti durante l’anno. Come vivete questo sacrificio e cosa significa per voi?

“I copti cattolici digiunano 40 giorni durante la quaresima più i 7 giorni della Settima Santa; sette giorni prima della Festa degli Apostoli; 15 giorni prima dell’Assunzione della Vergine Maria; 15 giorni prima del Natale; 3 giorni per il digiuno di Ninive; nonché ogni venerdì. Digiuniamo senza cibo né bevande da mezzanotte a mezzogiorno. Dopodiché, consumiamo cibi vegetariani e pesce, ovvero niente carne, latticini o uova. Il digiuno è legato a penitenza, incontro con Dio, preparazione spirituale. Le radici del nostro digiuno sono sia bibliche (come Mosè e Gesù) che apostoliche (secondo la Didachè), nonché legate al monachesimo”.

Perché la croce copta ha una forma diversa da quella latina? E cosa rappresenta il tatuaggio della croce che molti fedeli hanno sul polso?

“Nelle chiese copte, non si trova una croce sopra l’altare perché la liturgia copta si concentra sulla risurrezione. Allora, la croce copta ricca di decorazioni geometriche è talvolta con cerchi o motivi intrecciati. La croce copta non mette l’accento solo sulla sofferenza, ma anche sulla vittoria di Cristo. Il tatuaggio della croce sul polso non è obbligo, ma è un segno forte di fede e un “sigillo di appartenenza”. Da un altro lato, i copti sono chiamati spesso la “Chiesa dei martiri”: il tatuaggio è memoria dei martiri, disponibilità al sacrificio e testimonianza pubblica”.

L’Egitto è la culla del monachesimo con Sant’Antonio Abate. Quanto è importante ancora oggi la vita dei monaci per i fedeli laici?

“Ancora oggi è estremamente importante. L’Egitto, con figure come Sant’Antonio Abate, non ha solo dato origine al monachesimo: ha creato un modello di vita cristiana che continua a nutrire spiritualmente i laici fino a oggi. I monasteri copti sono pieni di monaci che rappresentano guide spirituali, modelli di santità e intercessori davanti a Dio”.

Le vostre icone hanno uno stile molto particolare, stilizzate. C’è un significato teologico dietro questi occhi grandi e volti sereni?

“Nei primi secoli l’icona veniva utilizzata a scopo didattico come se fosse un libro teologico, soprattutto in un’epoca in cui la maggior parte dei fedeli era analfabeta. Nulla nelle icone copte è casuale: occhi grandi per vedere Dio; volto sereno significato di pace eterna; stile semplice espressione della realtà trasfigurata. L’icona non mostra solo un santo, ma invita a diventare come lui”.

Perché usate così tanto incenso e i canti sono quasi tutti a cappella o accompagnati solo da piatti e triangolo?

“Tutto è orientato a far entrare il fedele nel mistero di Dio, con semplicità e profondità. La liturgia è il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa. L’incenso rappresenta la preghiera che sale a Dio, la presenza divina e la santificazione dello spazio. È molto abbondante perché tutta la liturgia è vista come partecipazione al culto celeste e si vuole rendere visibile ciò che è invisibile. L’intera messa poi viene cantata come espressione dello stato celeste di costante lode a Dio, per manifestare la gioia e l’allegria della Risurrezione. Gli strumenti usati (come piatti e triangolo) sono semplici, ritmici e non dominanti. Servono a sostenere il canto, dare ritmo comunitario e coinvolgere il popolo. L’assenza di strumenti complessi aiuta ad entrare nella preghiera ed evitare distrazioni”.

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Don Johanna

Cosa rappresenta il velo (l’iconostasi) che separa l’altare dal resto dei fedeli?

L’iconostasi è uno degli elementi più ricchi di significato nella liturgia copta. Non è una “barriera” nel senso negativo, ma un segno teologico profondissimo del mistero di Dio. L’iconostasi richiama direttamente il velo del Tempio. Non per dire che siamo separati, ma per ricordare che Dio è realmente presente e santo e noi entriamo nel mistero con riverenza. È una tensione che Dio è vicino ma resta infinito e misterioso. Il velo non dice: “stai lontano”. Dice piuttosto: “Qui c’è Dio. Avvicinati, ma con stupore, fede e cuore puro”. L’iconostasi non è un muro vuoto ma è piena di icone: Cristo, la Vergine, 12 discepoli e dei santi”.

Come è nata la sua vocazione e quali sono stati i momenti decisivi che l’hanno portata a scegliere il sacerdozio?

“Quando ero bambino, frequentavo sempre la chiesa e quando ho compiuto 18 anni, ho iniziato a fare gli esercizi spirituali ogni anno con i gesuiti. Così ha cominciato a crescere la mia vocazione sacerdotale. Ho studiato ingegneria all’università per 5 anni. Poi ho fatto i servizi militari obbligatori per un anno come soldato. Dopo ho lavorato a Dubai per quasi due anni come un ingegnere. E durante tutto questo la mia idea di consacrarmi e di diventare prete non mi ha lasciato mai. Finalmente, ho lasciato il mio lavoro per iniziare la mia vita nuova e la formazione sacerdotale nel seminario copto egiziano. Ho fatto due anni di noviziato e due anni di filosofia al Cairo. Poi sono stato scelto dal seminario per ottenere una borsa di studio per 3 anni a Roma e ho frequentato teologia presso la Pontificia Università Urbaniana. Il mio motto sacerdotale è come dice san Giovanni Battista: «Lui deve crescere; io, invece, diminuire» (Gv 3:30)”.

Padre, com’è l’esperienza di vivere in un Paese dove i cristiani sono una minoranza e la religione prevalente è l’Islam? Com’è il rapporto quotidiano con le altre fedi?

“In realtà, i nostri rapporti con i musulmani sono ottimi. Non c’è persecuzione. C’è libertà religiosa e rispetto reciproco. Il governo si impegna a costruire chiese e il presidente Al Sisi ha ordinato che in ogni nuova città debbano essere costruite insieme una moschea e una chiesa. Noi sacerdoti possiamo camminare per le strade in sicurezza e senza subire molestie”.

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