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	<title>Cristian Vecchiet &#8211; imagazine.it</title>
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	<title>Cristian Vecchiet &#8211; imagazine.it</title>
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		<title>I cuochi di Udine raccolgono fondi contro il Coronavirus</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/i-cuochi-di-udine-raccolgono-fondi-contro-il-coronavirus/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cristian Vecchiet]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Apr 2020 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SOCIETÀ]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Iniziativa "Cuochi per la vita"</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/01/33468-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/i-cuochi-di-udine-raccolgono-fondi-contro-il-coronavirus/">I cuochi di Udine raccolgono fondi contro il Coronavirus</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>L’Associazione Cuochi di Udine raccoglie fondi da destinare all’acquisto di attrezzature e strumenti utili agli ospedali in maggior difficoltà e venire così incontro alle esigenze emergenziali contro il coronavirus.</p>
<p>“Abbiamo scelto due realtà diverse – spiega il presidente <strong>Daniele Piccoli</strong> – per devolvere le donazioni, la prima l’Ospedale Santa Maria della Misericordia di Udine e la seconda l’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo. In questa fase davvero delicata sul piano sanitario e sociale possiamo anche noi fare qualcosa. Il personale sanitario sta facendo tutto il possibile (e persino di più) e vorremmo anche noi dare il nostro aiuto”.</p>
<p>Chi lo desidera può il proprio contributo versando:</p>
<p>CUOCHI UDINE – CUOCHI PER LA VITA</p>
<p>c/c bancario CIVIBANK</p>
<p>IT 81 B 05484 64360 CC 0161000242</p>
<p>BIC/SWIFT CIVIIT2C</p>
<p>Oppure tramite <u><a href="https://www.paypal.com/cgi-bin/webscr?cmd=_s-xclick&#038;hosted_button_id=22DTUUMC7DF4U&#038;source=url" target="_blank" rel="noopener">PAYPAL</a></u></p>
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<p><a class="a2a_button_facebook" href="https://www.addtoany.com/add_to/facebook?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fi-cuochi-di-udine-raccolgono-fondi-contro-il-coronavirus%2F&amp;linkname=I%20cuochi%20di%20Udine%20raccolgono%20fondi%20contro%20il%20Coronavirus" title="Facebook" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_button_x" href="https://www.addtoany.com/add_to/x?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fi-cuochi-di-udine-raccolgono-fondi-contro-il-coronavirus%2F&amp;linkname=I%20cuochi%20di%20Udine%20raccolgono%20fondi%20contro%20il%20Coronavirus" title="X" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_button_whatsapp" href="https://www.addtoany.com/add_to/whatsapp?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fi-cuochi-di-udine-raccolgono-fondi-contro-il-coronavirus%2F&amp;linkname=I%20cuochi%20di%20Udine%20raccolgono%20fondi%20contro%20il%20Coronavirus" title="WhatsApp" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_button_linkedin" href="https://www.addtoany.com/add_to/linkedin?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fi-cuochi-di-udine-raccolgono-fondi-contro-il-coronavirus%2F&amp;linkname=I%20cuochi%20di%20Udine%20raccolgono%20fondi%20contro%20il%20Coronavirus" title="LinkedIn" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_button_email" href="https://www.addtoany.com/add_to/email?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fi-cuochi-di-udine-raccolgono-fondi-contro-il-coronavirus%2F&amp;linkname=I%20cuochi%20di%20Udine%20raccolgono%20fondi%20contro%20il%20Coronavirus" title="Email" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_dd addtoany_share_save addtoany_share" href="https://www.addtoany.com/share#url=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fi-cuochi-di-udine-raccolgono-fondi-contro-il-coronavirus%2F&#038;title=I%20cuochi%20di%20Udine%20raccolgono%20fondi%20contro%20il%20Coronavirus" data-a2a-url="https://imagazine.it/home_desk/i-cuochi-di-udine-raccolgono-fondi-contro-il-coronavirus/" data-a2a-title="I cuochi di Udine raccolgono fondi contro il Coronavirus"></a></p><p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/01/33468-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/i-cuochi-di-udine-raccolgono-fondi-contro-il-coronavirus/">I cuochi di Udine raccolgono fondi contro il Coronavirus</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
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		<title>Manifesto per la filosofia</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/manifesto-per-la-filosofia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cristian Vecchiet]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 01 Aug 2019 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SOCIETÀ]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Etica e logica</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/01/30592-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/manifesto-per-la-filosofia/">Manifesto per la filosofia</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Due docenti delle scuole superiori, <strong>Marco Ferrari </strong>e <strong>Gian Paolo Terravecchia</strong>, hanno elaborato e lanciato la petizione denominata <em>Manifesto per la filosofia </em>con l’obiettivo di chiedere che «la filosofia sia adeguatamente riconosciuta nell’esame di Stato, che sia inserita in tutti i curricula scolastici, riguardando anche gli istituti tecnici, e che sia valorizzata nella formazione universitaria e nelle pratiche formative professionali del mondo del lavoro». Il documento quindi sostiene l’importanza della filosofia per la formazione delle nuove generazioni. Fin da subito l’iniziativa ha suscitato non solo interesse, ma soprattutto convinte adesioni. Non solo tra docenti ma anche tra professionisti e imprenditori.</p>
<p>Perché la filosofia è considerata così importante? Per rispondere a questa domanda, prima di tutto bisogna capire che cos’è. <em>Filosofia </em>vuol dire amore per la sapienza, per la conoscenza, cioè amore e aspirazione a conoscere tutta la realtà e in particolare il senso, la natura e il valore di tutte le cose. Platone distingue tra «<em>filosofia</em>» e «<em>filodoxia</em>»: la prima è l’amore per la conoscenza delle cose vere e la seconda è l’amore per le opinioni, per l’apparenza, per la superficie delle cose.</p>
<p>La filosofia educa a chiedersi il «perché» delle cose e obbliga a dare ragione delle proprie idee. Il modello dell’indagine filosofica per eccellenza è sicuramente Socrate. Questi non dava nulla per scontato e interrogava sempre i propri interlocutori per costringerli a rendere ragione di quello che sostenevano. Questo è il punto: cercare il senso di tutte le cose e le buone ragioni che lo sorreggono. La filosofia è pertanto ragionamento e argomentazione. Per un filosofo non basta avere una determinata opinione: bisogna anche – e soprattutto – saperla giustificare e, se una opinione non ha giustificazione, occorre avere il coraggio di cambiarla. La filosofia quindi insegna a osservare con attenzione la realtà, a porre correttamente le domande, a fuggire dalle risposte  affrettate e semplicistiche. Come recita il <em>Manifesto </em>sopra citato, la filosofia «ci chiede sempre cosa pensiamo di sapere» e «ci chiede sempre come facciamo a sapere ciò che sappiamo».</p>
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<p>Come si vede da quanto detto finora, la filosofia educa alla logica perché il pensiero ha le sue regole e queste vanno rispettate (ad esempio il principio di non contraddizione: non possiamo affermare due opinione che si contraddicono reciprocamente). Di più: la filosofia educa al pensiero critico e quindi alla libertà. In sintesi la filosofia è logica, pensiero e anche etica. Potrebbe sembrare strano, ma il pensiero &#8211; in un certo senso &#8211; è anche prassi, perché obbliga a interrogarsi sul nostro e sull’altrui modo di vivere ed eventualmente anche a cambiare direzione.</p>
<p>Ancora una volta il modello esemplare è Socrate e assieme a lui tutti coloro che col pensiero libero hanno cambiato la propria e l’altrui vita. Viste le peculiarità della filosofia, si deduce la sua importanza universale. Non si tratta di pensiero astratto adatto solo ai ragazzi dei licei. Si tratta piuttosto di una modalità insostituibile (per la sua modalità specifica) di introduzione alla realtà. Non l’unica, ma certamente quella più adatta a interrogare e interrogarsi razionalmente sul senso delle cose. Per questo è importante che acquisti spazio nella formazione di chiunque. Senza dimenticare peraltro che il pensiero filosofico ha forgiato l’Occidente e ha plasmato le categorie di tutte le scienze e le arti occidentali. E senza dimenticare che il pensiero filosofico si esprime anche attraverso l’arte, l’architettura, la politica, la religione&#8230;</p>
<p>Come si vede, si può ritenere che la filosofia costituisca altresì un’ottima formazione di base come introduzione a qualunque professione. Perché si tratta di una modalità di guardare il mondo e quindi di starci dentro. La filosofia è logica, ragionamento, dialogo, apertura della mente a possibilità nuove. Ed è anche etica. E anche molto altro: estetica, politica, diritto&#8230; Potremmo dire inoltre che la filosofia è educazione per definizione. Infatti insegna ad ascoltare prima di parlare, a osservare e considerare la realtà in tutti i suoi fattori, a non accontentarsi di risposte preconfezionate, a dialogare per capire e approfondire, a interrogarsi e a porre correttamente le domande, a ragionare rispettando i principi della logica, a cambiare posizione quando l’altrui argomentazione è migliore della propria, a essere conseguenti a quanto si pensa&#8230; e molto altro.</p>
<p>L’arte dell’educare è anche un’arte filosofica. Non si educa, infatti, se non attraverso il senso mostrato e incarnato nella pratica nonché giustificato e argomentato nel dialogo. L’educazione vive di testimonianza, di pratiche, di simboli, di riti e miti, di dialogo, di autorità, di confronto, di arricchimento reciproco e di scoperte condivise. La logica, il ragionamento, il dialogo sono parti costitutive dell’educare.</p>
<p>Ecco perché sarebbe opportuno riscoprire nella pratica educativa e anche didattica il valore dell’esercizio filosofico. Quanto il <em>Manifesto </em>esprime in fondo è precisamente una difesa di quanto connota essenzialmente l’umanità, cioè la capacità riflessiva come capacità di cogliere e di attribuire un senso fondato alla vita e di costruire rapporti interpersonali, comunitari e sociali eticamente solidi.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>La grammatica della realtà</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/la-grammatica-della-realta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cristian Vecchiet]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Apr 2019 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SOCIETÀ]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Educazione e consapevolezza</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/01/29151-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/la-grammatica-della-realta/">La grammatica della realtà</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Educare vuol dire accompagnare in forme plurime a uno stile di vita consapevole e responsabile. È un’impresa affascinante e ardua a un tempo. Ogni educatore sa bene quanto contano gli esempi e le figure autorevoli nel percorso di crescita di un uomo e anche nella formazione all’arte di educare.</p>
<p>Uno dei più autorevoli educatori del passato, a cui vale sempre la pena rifarsi, è senza dubbio <strong>Socrate</strong>: filosofo che nella Grecia antica, con l’arte del dialogo, cercava di andare in profondità nella comprensione della realtà e dell’umano, nella convinzione che la conoscenza fosse un tassello decisivo del vivere bene. La testimonianza di Socrate è sempre viva e attuale, e a essa può far ricorso chiunque creda che valga la pena di impegnarsi nella ricerca di una vita autentica. Ogni educatore può essere anche oggi in un certo senso allievo di Socrate e compagno della sua stessa avventura. Questo gigante ci ha insegnato l’importanza di “rendere ragione” della propria visione del mondo e del proprio modo di vivere. Cercare delle buone ragioni per vivere in un certo modo piuttosto che in un altro è elemento essenziale di una vita consapevole.</p>
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<p>Socrate ci ha spiegato che è meglio sapere che non sapere. E ci ha detto che sapere di non sapere è meglio di far finta di sapere. Anzi, Socrate insegna che sapere di non sapere è già sapere. Sapere di non sapere è, in un certo senso, il presupposto della conoscenza. Questo implica l’apertura alla possibilità di conoscere. Sapere di non sapere è il presupposto per mettersi in ascolto umile dell’altro, di se stessi e della realtà. Sapere di non sapere in un certo senso introduce al senso della realtà e del nostro essere nel mondo assieme ai nostri simili.</p>
<p>Entrare in contatto in modo umile con noi stessi, con gli altri, con il mondo, aiuta a capire che la realtà ha le sue  regole, i suoi vincoli. La realtà – e potremmo dire la vita – ha la sua grammatica. Il sapere ci apre ai valori morali, al valore del tu e del noi. Di più: il sapere è qualcosa di altamente positivo in se stesso. E come si può fare per mettersi in ascolto della realtà? Un metodo è quello di porsi alcune domande fondamentali. Chiedere e chiedersi «perché?» e «cos’è?». Chiedere: «Perché fai quello che fai?». Oppure: «Perché dici quello che dici?». Ovvero: «Perché giudichi in questo modo?». E rincarare: «Sei proprio sicuro?», «ne sei convinto»? Chiedere le buone ragioni è proprio dello spirito socratico. Instillare il dubbio non per dubitare di tutto ma per sollecitare ad andare sempre più in profondità nelle cose, per passare dalla superficie a quello che sta sotto la superficie, per non dare nulla per scontato e non accontentarsi del «sentito dire» o del «si è sempre fatto così». Educare all’arte di ragionare, di porsi domande, di cercare risposte soddisfacenti e non banali, che non siano semplici ripetizioni del già noto e senza convinzione. Questo è fondamentale nel processo di crescita.</p>
<p>Educare a chiedersi e a chiedere sempre il perché aiuta a <strong>maturare il senso critico. Le buone ragioni non possono essere scontate ma sempre argomentate</strong>. Le buone ragioni corrispondono ai buoni argomenti. Educare a non accontentarsi delle prime risposte, o a quello che si sente dire su una questione, è compito di un buon educatore. Chi educa deve far emergere il gusto del farsi domande e del chiedersi il perché delle proprie e delle altrui convinzioni. Non importa tanto che gli educatori sappiano sempre dare delle ottime ragioni su tutto o rispondere a tutte le domande. È però decisivo che avvertano l’importanza del cercare le buone ragioni e così testimonino il valore del cercare e trovare argomentazioni fondate. Platone fa dire a Socrate: «<em>Una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta</em>».</p>
<p><strong>Fare domande non è un esercizio solo intellettuale. È anche un compito etico</strong>. Chiedere a se stessi le buone ragioni di una presa di posizione o le buone ragioni di una scelta ossia di un comportamento è già di per se stesso un atteggiamento etico e richiama alla necessità – e non solo all’opportunità – di un agire congruente. Le buone ragioni possono indurre a cambiamenti nei comportamenti e negli stili di vita.</p>
<p>Ma come si fa a trovare delle buone risposte alle buone domande? Un modo può essere l’osservazione della realtà, l’attenzione a quello che succede a noi e attorno a noi, al nostro mondo emotivo e al mondo emotivo altrui. La vita quotidiana, se ben osservata e ascoltata, offre molte risposte ragionevoli a tante domande. Ancor di più il proprio mondo interiore offre tanti suggerimenti e ipotesi di senso. Proviamo a fare alcuni semplici esercizi: «<em>Cosa provo quando aiuto qualcuno in difficoltà?</em>» Oppure: «<em>Cosa ho provato quando ho assistito o sono venuto a conoscenza di un torto che qualcuno dei miei cari ha subito?</em>» La realtà quotidiana ci offre molte esperienze su cui ragionare. Il mondo emotivo e affettivo ci offre molti indicatori di senso e di valore.</p>
<p>Educare può voler dire allora insegnare a prestare attenzione alla realtà, a quello che succede a noi, ai nostri cari o anche a persone che ci sono all’apparenza molto distanti. Educare vuol dire insegnare a prestare attenzione alle emozioni, ai sentimenti che proviamo e alle domande che ci vengono quasi spontanee di fronte agli eventi ordinari e straordinari che capitano a noi e agli altri. Educare vuol dire essere compagni di avventura di Socrate, cioè imparare a chiedersi e a chiedere: «<em>Perché pensi questo?</em>». Oppure: «<em>Perché hai agito così? È stato giusto?</em>». Di più: «<em>Si sarebbe potuto fare altrimenti?</em>»</p>
<p>Anche le domande sulle cause e sulle conseguenze delle azioni indicano delle direzioni di marcia: cosa mi ha portato a reagire così? A quali risultati mi ha portato? Porre delle domande non vuol dire avere subito delle risposte, ma significa intraprendere un sentiero che avvicina a risposte plausibili o più attendibili di altre. Questi esercizi dello spirito verso il proprio mondo interiore, verso il prossimo e la realtà che ci circonda passano attraverso il confronto con gli altri. La ricerca dei perché si sviluppa attraverso il dialogo con i nostri simili. E questo ci testimonia che, a maggior ragione, la domanda sul perché ha un’impronta eminentemente etica. Senza l’altro io non sono e senza l’altro la mia vita perde di qualità e profondità.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Diventare ciò che siamo</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/diventare-cio-che-siamo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cristian Vecchiet]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Nov 2018 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SOCIETÀ]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Educazione e soggettività</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/01/27540-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/diventare-cio-che-siamo/">Diventare ciò che siamo</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Educare vuol dire accompagnare e sostenere qualcuno a realizzare se stesso, favorire la realizzazione della sua personalità nella sua originalità. A essere in questione è l’unicità della persona concreta in carne e ossa: ciascuno è irripetibile e ha qualcosa che nessun altro ha, ha avuto e avrà. Ciascuno di noi è insostituibile, proprio perché ha una sua originalità.</p>
<p>«Diventa ciò che sei»: esortava <strong>Nietzsche</strong>, riprendendo <strong>Pindaro</strong>. Questo forse è il punto focale dell’educazione e dell’autoeducazione. Ciascuno di noi porta con sé una identità fatta di potenzialità, di una storia personale, di relazioni, di legami, di appartenenze, di errori commessi e subiti, di rilanci, di scommesse sul futuro… Ciascuno rappresenta una narrazione originale e pratica del senso del mondo e della vita, che molto dipende e deve alle relazioni che abbiamo e abbiamo avuto, a quanto abbiamo ereditato e portiamo con noi.</p>
<p>Avere degli esempi e dei modelli da seguire è necessario nel processo di crescita. Infatti, si cresce in una certa misura grazie all’identificazione e all’imitazione. Tuttavia, poi è necessario staccarsene per formare la propria personalità, distinta da quella degli altri. Una personalità matura è sempre, almeno in una certa misura, autonoma e non riproduce semplicemente esempi, modelli e stereotipi.</p>
<p>Il punto è cercare di diventare se stessi. Quindi non bisogna per forza né essere come gli altri né essere all’opposto degli altri, ma crescere nella conoscenza di sé e cercare di far fiorire la propria originalità, le parti più autentiche di sé. Potrebbe sembrare una verità scontata. Eppure non risulta per nulla facile da rispettare. Non è affatto raro trovare genitori, insegnanti, educatori che vogliano – o comunque sperino – che i propri figli, alunni,  educanti si conformino alle aspettative proprie o della società. È sufficiente andare a vedere una partita di calcio per incontrare genitori che esaltano le presunte prodezze dei figli o che fanno di un errore una tragedia. Ma anche vedere come i figli scelgono la scuola superiore: i genitori spesso piegano i desideri dei figli alle proprie speranze.</p>
<p>Va detto che viviamo in un contesto sociale, culturale, economico, in cui la spinta alla conformità ad alcuni modelli è molto forte. Il mercato vuole che tutti noi siamo dei consumatori e, per essere tali, dobbiamo fare nostre – meglio senza esserne consapevoli – le istanze di chi vuol fare soldi e avere potere. Siamo bombardati da decenni da messaggi che ci inducono alla magrezza, al possesso di vestiti di moda, alla ricerca di determinati <em>status symbol</em>.</p>
<p>In realtà, come sosteneva <strong>Jacques Lacan</strong>, non esiste che una domanda alla quale tutti dobbiamo prima o poi rispondere: «Ho agito in conformità con il mio desiderio?». In altre parole: ho rispettato e fatto emergere la mia identità e la mia personalità e fatto fruttare i miei talenti o mi sono adeguato a canoni e aspettative di altri? Questa domanda è decisiva, perché suggerisce che ciascuno di noi ha un proprio posto nel mondo e nella storia e che la propria realizzazione passa attraverso la corrispondenza alla propria originalità.</p>
<p>La prima tappa di questo percorso di realizzazione di sé ci viene suggerita dall’<strong>oracolo di Delphi</strong>: «Conosci te stesso». La conoscenza di sé non è scontata e si sviluppa lungo un processo dinamico che dura tutta la vita. Conosciamo noi stessi grazie alle cose che facciamo, alle relazioni che costruiamo, agli episodi che ci riguardano.</p>
<p>Per conoscersi è importante sapersi ascoltare, non lasciare che le cose semplicemente accada- no, ma chiedersi cosa è successo, perché, come si è reagito e come si sarebbe preferito agire.</p>
<p>E cosa si può fare per educare a conoscere se stessi e a rispettare la propria originalità? Innanzitutto dedicare del tempo ad ascoltare. L’ascolto richiede che ci si metta in uno spazio vuoto per fare spazio all’altro. Ascoltare è una modalità importante di prendersi cura dell’altro. Ascoltare richiede tempo al di là della routine quotidiana. Ma è decisivo perché il figlio, l’alunno, il ragazzo che si sente ascoltato si sente al tempo stesso considerato per quello che è, e questo stile di relazione fungerà da modello di riferimento nel proprio rapporto con sé e con gli altri e da base nella maturazione del pensiero critico.</p>
<p>Conoscere se stessi aiuta anche a crescere nel pensiero critico (come il pensiero critico aiuta a conoscere se stessi), ossia nella capacità di interpretare in modo autonomo gli eventi, quello che facciamo o non facciamo, e quello che dicono, fanno e non fanno gli altri. Anche in questo caso si può ritenere che l’adulto che ascolta davvero il cucciolo d’uomo, gli lasci la possibilità di esprimere se stesso. È l’originalità accolta che dà la possibilità di esprimersi, di confrontarsi con sé e con gli altri e di far emergere ciò che si  è, al di là di qualunque adattamento a copioni o modelli esterni.</p>
<p>Partendo dall’ascolto i genitori, gli insegnanti, gli educatori in genere possono stimolare i ragazzi facendoli riflettere sulla loro storia, sui loro desideri, sui loro talenti, sulle loro fatiche, sulle loro difficoltà, sulle loro paure, su quello che hanno sperimentato e vorrebbero sperimentare&#8230; Un adulto può chiedere quali sono i desideri e le ambizioni del ragazzo e ragionare con lui sulla realizzabilità dei desideri e delle ambi zioni e sulla corrispondenza con le abilità e le difficoltà che ha scoperto di sé. Un adulto può anche esplicitare al ragazzo i suoi pensieri, senza  proporli come verità inconfutabili.</p>
<p>Importante è che gli adulti evitino di imporre e di indurre i ragazzi a delle scelte o a delle preferenze che sono loro e non di chi si sta aprendo alla vita. Il rischio è sempre presente. Si pensi alla scelta della scuola, dello sport, del lavoro… Ed è importante che gli adulti non rimproverino o non trasmettano senso di disillusione quando un ragazzo non asseconda le loro aspirazioni. Un genitore dovrebbe chiedersi piuttosto quale siano i propri desideri e non mescolarli con quelli dei figli. Educare equivale ad accompagnare, evitando di proiettare le proprie aspirazioni.</p>
<p>Rispettare e far crescere la soggettività personale e comunitaria è il compito fondamentale di chi educa. È tale perché vuol dire aiutare un cucciolo d’uomo a diventare ciò che è, a far emergere le parti migliori di sé, a trovare il proprio posto nel mondo, quello che solo lui può ricoprire in quel modo. Per questo chi svolge un ruolo educativo è bene che impari l’arte di ascoltare il prossimo e di discernere tra le proprie aspirazioni e quelle altrui, tra il proprio mondo e quello altrui, per accompagnare senza imporre, sostenere senza sostituirsi.</p>
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		<title>Quanto conta la morale?</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/quanto-conta-la-morale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cristian Vecchiet]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Oct 2018 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SOCIETÀ]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Empatia ed educazione</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Studenti che alzano le mani sui docenti. Genitori che aggrediscono i professori dei figli. Minorenni che lanciano uova contro una ragazza. Adolescenti che girano armati. Avvenimenti di aggressività giovanile si verificano da sempre. Eppure la percezione comune (e non solo) è che qualcosa negli anni sia peggiorato, qualcosa nel patto generazionale si sia rotto, qualcosa non funzioni più come prima.</p>
<p>Senza voler entrare in tutta l’articolazione della questione – compito semplicemente impossibile – è il caso di sottolinearne alcuni tratti. Innanzitutto una questione a monte: molti hanno smesso da tempo di credere che l’educazione sia un fenomeno morale e che educare voglia dire anche formare ai valori morali.</p>
<p>Questo è un punto determinante. L’educazione, infatti, si articola mediante un insieme di pratiche, rette da una comune intenzionalità, che introduce un cucciolo d’uomo alla realtà e quindi anche a un determinato modo di vivere. Educare equivale a umanizzare, cioè a favorire la crescita di quanto vi è di più umano nell’uomo. La pratica educativa è una pratica morale e forma a un modo etico di stare al mondo.</p>
<p>A giustificare il nesso tra educazione e moralità vi è un presupposto di ordine antropologico. Non esiste identità umana che non sia al tempo stesso un’identità morale. La morale è parte integrante e costitutiva dell’identità della persona. Identità e moralità sono legate da una connessione inscindibile.</p>
<p>La persona è inevitabilmente, sempre e comunque, un soggetto morale, qualcuno che fa propria una visione del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto e soprattutto che mette in pratica uno stile di vita moralmente orientato. Infatti, ogni uomo porta con sé una domanda, a cui cerca inesorabilmente di rispondere: «<em>Qual è per me il modo migliore di vivere?</em>» (Ch Taylor).</p>
<p>Alla base dell’identità personale e quindi della moralità vi è il rapporto con l’altro. L’altro è parte integrante della persona e questo legame è costitutivo dell’identità. Senza l’altro io non esisto. Senza l’altro non esiste umanità. Il rapporto con l’altro è la via principale di conoscenza di sé, di accesso a sé, di costruzione di sé.</p>
<p>Una delle chiavi di accesso all’altro e quindi a se stessi è l’empatia. L’empatia è quell’atto che ci permette di percepire la presenza di un’altra persona diversa da noi e simile a noi. Quest’atto ci consente di percepire l’evidenza della presenza dell’altro (E. Stein), come di una persona dotata di un mondo esteriore e interiore come lo siamo noi e, in ultima analisi, di cogliere il suo valore intrinseco, pari al nostro. Di più, è proprio sperimentando i rapporti empatici che capiamo come senza l’altro noi non siamo noi stessi e che, in qualche modo, il rapporto con l’altro ci rende maggiormente noi stessi, ossia potenzia la nostra umanità.</p>
<p>Se questo è vero, la portata educativa dell’empatia è decisiva. Se l’empatia rappresenta una speciale porta di accesso al mondo dell’altro e quindi al nostro, è chiaro che lo sviluppo di questa capacità favorisce la maturazione di una personalità eticamente più solida, maggiormente capace di rispettare l’altro e se stessa.</p>
<p>L’empatia si qualifica per il riconoscimento del mondo dell’altro e, in particolare, del suo mondo emotivo e affettivo. Riconoscere gli stati d’animo che l’altro prova vuol dire non minimizzarli o, peggio ancora, negarli. Vuol dire dare ad essi il giusto peso e saperli chiamare col nome corretto. Ma è possibile educare alla competenza e a uno stile empatico? Di certo l’adulto ha la possibilità di darne innanzitutto una opportuna testimonianza. Un genitore può e deve ascoltare i figli, con attenzione e non in modo distratto. Chiedere loro cosa è successo durante la giornata e cosa hanno provato, aiutandoli a esprimere pensieri e sentimenti, è un modo per favorire la crescita del contatto col mondo interno proprio e quindi con quello altrui.</p>
<p>Gli adulti stessi possono esprimere quello che hanno provato in certe situazioni. Chiaramente questo va calibrato a seconda dell’età, della maturità del figlio o del ragazzo e della situazione. Bisogna sempre evitare di trattare il bambino o il ragazzino come un adulto, così come è opportuno evitare di trattarlo come un bambino quando è adolescente. Raccontare che la vita al lavoro a volte è molto soddisfacente ma a volte è pesante può essere opportuno.</p>
<p>Dire che si è stati in ansia perché il figlio non è rientrato in orario e non era reperibile al cellulare oppure che si è rimasti male di fronte a determinati comportamenti è del tutto legittimo, sano e talvolta persino doveroso.</p>
<p>E poi possono esprimere pensieri e sentimenti di fronte a episodi che riguardano altre persone. Raccontare la fatica che qualcuno ha dovuto sostenere  per ottenere un risultato non semplice, la gioia che ha provato un amico alla nascita del figlio o il dolore provato a causa di ingiustizie subite, può insegnare l’arte di mettersi nei panni degli altri.</p>
<p>Molti altri sono i canali che possono aiutare a far maturare lo spirito empatico. Si pensi alla lettura dei romanzi: Fedor Dostoevskij è un autore finissimo nella lettura dell’animo umano e della complessità delle situazioni morali. Oppure ai versi che Dante dedica alla donna di cui è invaghito. Ma anche alla “Pietà” di Michelangelo: la madre che tiene tra le braccia il figlio, la sofferenza atroce che si fa vita per la redenzione. Senza dimenticare i film e i cartoni animati che parlano di affetti e di riconoscimento dell’altro. Le occasioni per innescare processi di crescita empatica sono davvero infiniti.</p>
<p>Non è sempre facile costruire rapporti educativi. Eppure è un processo affascinante e necessario, da affrontare se vogliamo tessere o ricucire un patto tra le generazioni che sia qualificato da valori che sappiano introdurre il cucciolo d’uomo nella realtà e aiutarlo a diventare adulto, cioè libero e responsabile. L’educazione a uno stile relazionale e sociale empatico potrebbe rappresentare una via di accesso preferenziale al mondo delle nuove generazioni e soprattutto un sentiero opportuno per favorire la maturazione di personalità capaci di ascoltare gli altri e tessere rapporti interpersonali e sociali ispirati al rispetto del prossimo e, perché no, anche alla solidarietà nei suoi confronti.</p>
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		<title>Acquisto, quindi sono</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/acquisto-quindi-sono/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cristian Vecchiet]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Jul 2017 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SOCIETÀ]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Necessario e superfluo</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La nostra è conosciuta come la società dei consumi. Questo vuol dire che si caratterizza, tra gli altri aspetti, per l’acquisto continuo e a volte esasperato di beni di consumo anche quando questi non sono affatto necessari. È noto che il mondo pubblicitario induca in modo quasi compulsivo all’acquisto di beni che perlopiù corrispondono a bisogni fittizi e non reali. È un fenomeno sociale ed economico per il quale ciò che conta è il comprare al fine di far produrre e consentire l’incremento dei profitti dei produttori.</p>
<p>Il fenomeno appena delineato è trasversale a tutte le generazioni ma particolarmente evidente nel mondo giovanile. I ragazzi avvertono il bisogno di acquistare oggetti per identificarsi con quanto tali oggetti simboleggiano. I bambini e gli adolescenti rappresentano un target determinante per chi si occupa di marketing. Costoro non solo influenzano gli acquisti della famiglia ma inducono i pari all’acquisto e non di rado possiedono loro stessi un certo potere di acquisto.</p>
<p>L’acquisto di beni non necessari a volte assume i tratti di una tendenza ossessiva. Il mercato punta a indurre l’acquirente al consumo fine a se stesso con l’intento di produrre utile. Il consumatore è considerato solo un soggetto che viene sollecitato a ricercare la gratificazione immediata di bisogni perlopiù indotti.</p>
<p>Nonostante la crisi economica e industriale, la tendenza consumistica permane. Infatti il problema di fondo è di  ordine culturale, morale ed educativo. La mentalità e lo stile di vita di molti sono consumistici. Le difficoltà economiche spingono a rivedere questo stile cognitivo e i principi che lo innervano. Tuttavia, si tratta di mentalità e di prassi fortemente radicate e pervasive che, per essere cambiate, necessitano di impegno educativo prolungato e deciso.</p>
<p>La portata antropologica di questo processo è notevole. L’uomo viene abituato a soddisfare al più presto bisogni superficiali ed è indotto a considerare e soprattutto a vivere come necessari bisogni che sono in realtà superflui. In questo modo egli fa propri valori materialistici e consumistici ed è condotto a vivere tutto secondo criteri di mero consumo. I beni superflui e la loro abbondanza inducono la persona a vivere tutto con superficialità e a livellare le cose di valore. Ne deriva che tutto rischia di essere livellato in basso, e il possesso di beni materiali diviene criterio di misura e di giudizio.</p>
<p>Cambiare la prospettiva non è facile ma è possibile. I problemi complessi si risolvono solo mediante risposte complesse. Il punto determinante è cambiare mentalità e stile di vita. Per farlo bisogna ricorrere a strategie plurime e interconnesse. Per cambiare rotta, l’attenzione educativa alla parsimonia e al rispetto delle cose deve avvenire fin dall’infanzia. I genitori devono imparare che non si deve dare tutto ciò che il figlio chiede e che non è bene assecondare i figli né in tutto né nell’immediato. Né tutto né subito, questo è determinante. Il genitore deve far percepire che non tutto è dovuto e che tutto ciò che viene regalato ha una sua importanza e costa sacrificio. Il genitore deve insegnare al figlio ad apprezzare quello che riceve. E deve far passare il messaggio che quanto gli dà non è subito sostituibile.</p>
<p>È importante concedere le cose quasi col contagocce e insegnare a godere delle singole e piccole cose. In caso contrario si rischia di assecondare il senso di onnipotenza e di rinforzare il narcisismo e l’egocentrismo. Deve passare attraverso i fatti l’idea che non tutto è dovuto e che non tutto è possibile. Ci sono tante piccole azioni quotidiane che aiutano ad acquisire uno stile sobrio. È una modalità che può risultare efficace anche con gli adolescenti e i ragazzi.</p>
<p>Per esempio: perché non cercare di aggiustare le cose  quando si rompono, piuttosto di cambiarle? Oppure perché comprare necessariamente le cose di marca? Perché non cercare di riciclare, quando possibile? Queste sono piccole scelte che possono aiutare a ritessere una quotidianità diversa. Risparmiare, riciclare, aggiustare non sono solo un modo per non spendere inutilmente soldi, ma rappresentano gesti che aiutano a dare meno attenzione alle cose che contano meno e più attenzione a quelle che contano di più. Inoltre queste azioni sollecitano la fantasia e la creatività e incentivano una propria personale soggettività.</p>
<p>Le piccole pratiche quotidiane ripetute nel tempo rendono virtuosi chi le pratica. Tuttavia, è importante che gli atteggiamenti siano sostenuti da un cambio di mentalità. Innestare e sostenere un modo diverso di pensare mediante il dialogo aiuta a rivedere il proprio modo di concepire il mondo e soprattutto le proprie priorità. Essere  consapevoli della scala dei propri valori di fatto assunta ed essere disponibili eventualmente a rivederla è un passo fondamentale per un cambiamento di stile di vita. Per questo dare delle buone motivazioni al cambio di prospettiva aiuta non poco. Questo vale soprattutto per i giovani e per gli adulti. Il punto è cercare di cambiare lo stile di vita, gli schemi mentali e affettivi mediante scelte e azioni quotidiane consapevoli.</p>
<p>Infine, per favorire e indurre ai gesti virtuosi e al cambio di mentalità, determinante è, come sempre, l’esempio delle figure significative: i genitori, gli insegnanti, gli educatori. Le figure sentite come importanti hanno un ruolo decisivo perché rappresentano gli stili cui chi è in fase di sviluppo cerca di identificarsi. La pedagogia dell’esempio rimane quella più incisiva.</p>
<p>Le virtù della moderazione, della sobrietà, del risparmio aiutano a considerare e a vivere la vita dando il giusto valore alle cose. Consente inoltre una maggior padronanza di se stessi, un rapporto più equilibrato con le cose e un rapporto più libero con le persone. L’educazione alla moderazione del consumo e al riutilizzo delle cose appare pertanto una prospettiva non eludibile, aiutando così chi è nella fase dello sviluppo a diventare un adulto responsabile.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Curare lo spazio per curare se stessi</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/curare-lo-spazio-per-curare-se-stessi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cristian Vecchiet]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Mar 2017 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SOCIETÀ]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://imagazine.it/?p=23009</guid>

					<description><![CDATA[<p>Luoghi ed educazione</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Educare vuol dire curare non solo la relazione con la persona che si educa ma altresì il contesto in cui il rapporto educativo si sviluppa. Il contesto relazionale in primis, ma in secundis anche il contesto fisico, lo spazio. È su quest’ultimo che vorremmo soffermarci: la cura dello spazio quale asse di uno stile educativo.</p>
<p>Come sappiamo, l’uomo non può prescindere dal rapporto con lo spazio e col tempo. Il rapporto che l’uomo instaura con l’altro e con se stesso avviene attraverso la corporeità e la fisicità nella dimensione dello spazio. Parimenti l’uomo entra in rapporto con sé e con l’altro nella dimensione interna del tempo. Tuttavia, questa volta ci soffermiamo sullo spazio.</p>
<p>Qual è la valenza educativa dello spazio? Lo spazio costituisce il contesto fisico in cui una persona si trova a vivere e, in quanto ambiente di vita, esprime sotto il profilo simbolico il modo in cui riconosco il valore e la dignità della persona che vi abita. Di più la simbolica dello spazio esprime quanto e come interpreto il valore del vivere.</p>
<p>Non solo: dagli oggetti che occupano lo spazio e dal loro ordine si può dedurre una simbolica dei valori che costellano l’esistenza. La stanza di un bambino piena di giocattoli e di regali può indicargli quanto tutto sia a sua disposizione. Se in una casa mancano totalmente i libri, questo può indicare il valore attribuito alla lettura. Un ambiente disordinato può trasmettere l’idea che non sia importante dedicare energia a un riconoscimento anche simbolico degli altri. Uno spazio ordinato, al contrario, può sollecitare a credere che nella vita ci sia un ordine da rispettare. Curare l’estetica dello spazio è riconoscere il ruolo della bellezza e della gratuità nella vita di tutti i giorni.</p>
<p>Offrire uno spazio, nella misura del possibile, ai bambini e ai ragazzi, e dare a tale spazio una forma a loro adatta, è un modo di riconoscerli e di valorizzarli. Se in una casa manca del tutto uno spazio per un bambino, questo può significare che lui in fondo conta poco o che l’età adulta ha un valore aggiunto rispetto all’età dell’infanzia o dell’adolescenza. Certo, è bene evitare il rischio di facili determinismi.</p>
<p>Non si può assolutamente sostenere che a un determinato ordine corrisponde una determinata visione del mondo e che un determinato modo di curare lo spazio suggerisca direttamente una specifica scala valoriale. La realtà è sempre ambivalente – quando non proprio ambigua – e i significati dei simboli vanno sempre interpretati grazie alla relazione tra le persone che li pongono in essere e al loro stile di vita, nonché alle loro possibilità reali. E poi i simboli molto dipendono dal contesto culturale e antropologico. Ad esempio, una stanza povera di oggetti può simboleggiare disinteresse per chi vi abita ma anche sobrietà o povertà economica. Questa premessa ci pare non vada mai dimenticata. Tuttavia, detto questo, rimane il lato simbolico della cura dello spazio. La cura dello spazio costituisce una opportunità educativa anche perché rappresenta una possibilità di scambio relazionale.</p>
<p>Se un ragazzo lascia uno spazio in disordine quando esce di casa e lo trova ordinato quando vi rientra, questo può indicargli il legame di cura rappresentato da un gesto gratuito. Se un genitore trova di continuo la stanza in confusione, può cogliere l’occasione per sistemarla assieme al figlio. Mettere in ordine assieme al figlio una stanza richiede che si discuta, che si decida assieme. Fare le cose assieme è un modo concreto e simbolico per costruire assieme dei significati condivisi. La simbolica relazionale di chi, come, quando e perché riordina la camera è molto interessante, perché può indicare il rapporto tra le persone.</p>
<p>Proviamo a fare qualche esempio. Se è sempre l’adulto a sistemare la camera senza mai spiegarne le ragioni, il ragazzo può interiorizzare l’idea che il mondo è sempre a sua disposizione e giri attorno a lui. Se l’adulto non ha la forza di imporre con la propria autorevolezza il dovere di sistemare la camera, questo può voler dire che l’asimmetria tra genitore e figlio è ormai saltata.</p>
<p>Dire al ragazzo che è suo dovere sistemare il proprio spazio e farglielo fare, è un modo per ristabilire il giusto ordine delle relazioni e delle responsabilità. Dirgli che almeno questa piccola fatica la deve fare per dare una mano a casa è un modo semplice per fargli capire che anche lui deve rimboccarsi le maniche e dare un contributo a casa sua. Certo, anche in questo caso bisogna evitare determinismi. Tuttavia, al di là della necessità di contestualizzare i significati, rimane il valore simbolico e relazionale del dare ordine all’ambiente fisico.</p>
<p>La cura dello spazio come attenzione educativa e formativa non riguarda solo i genitori o il piano dei rapporti individuali. Anche l’allenatore o il parroco possono fare dell’ambiente fisico uno spazio simbolico e relazionale. Non solo. C’è anche una cura educativa dello spazio pubblico e collettivo. La cura dello spazio per i ragazzi in un paese e in una città ha il valore del riconoscimento pubblico e della giusta valorizzazione politica di chi è in fase di crescita e può apportare novità e cambiamento.</p>
<p>Curare l’ambiente fisico ha una valenza educativa perché cela in sé dei significati antropologici. Con questo non si vuol dire che i genitori e gli educatori debbano centrare la loro attenzione educativa prioritariamente sullo spazio. Si vuole indicare piuttosto come anche lo spazio abbia una sua simbolica da cui non sia possibile comunque prescindere. Dare ad essa la giusta attenzione è un modo per riconoscere il valore degli altri e la bellezza dello stare al mondo.</p>
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		<title>Coerenza, questa sconosciuta&#8230;</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/coerenza-questa-sconosciuta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cristian Vecchiet]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Jan 2017 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SOCIETÀ]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Educazione e incongruenze</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Più volte abbiamo rimarcato quanto la visione del mondo – quella che con gergo tecnico viene definita  <em>Weltanschauung </em>– sia decisiva nella crescita e nella formazione della persona. La visione del mondo corrisponde all’insieme articolato e gerarchico dei valori a cui la persona aderisce, al complesso della rappresentazione della realtà che ne deriva.</p>
<p>Tale visione consente di stare al mondo, di interpretare la realtà e di agire nel mondo. La <em>Weltanschauung </em>nella sua complessità, tuttavia, non costituisce un insieme di idee ben articolate in cui consapevolmente ci si riconosce. La rappresentazione del mondo è un insieme composito in parte consapevole e in parte inconsapevole, in parte coerente e in parte ambivalente quando non contraddittoria e la cui stratificazione non ci è mai del tutto chiara. C’è sempre e inevitabilmente uno strato di opacità che avvolge i nostri schemi di interpretazione della realtà e di azione.</p>
<p>Non tutto ci è chiaro di noi stessi e soprattutto non di tutto siamo consapevoli. Forse il livello di consapevolezza coincide davvero solo con la parte scoperta dell’iceberg che rappresenta il nostro mondo interno. E questo in certa misura è positivo perché costituisce una difesa ed è funzionale alla nostra maturazione e alla nostra salvaguardia.</p>
<p>Tuttavia questa sorta di opacità non è contrassegnata esclusivamente dalla difficoltà di essere trasparenti a noi stessi e agli altri. Spesso, infatti, capita che la rappresentazione consapevole che abbiamo di noi presenti delle forti incongruenze e queste vengono accettate senza troppi interrogativi. Si tratta di incongruenze a diversi livelli. Per esempio possiamo dire che è necessario essere duri nei confronti di chi sbaglia, senza ricordare le volte in cui noi abbiamo sbagliato. Oppure possiamo soffrire anche terribilmente perché qualcuno non è stato di parola o per relazioni interrotte a causa di superficialità e affermare che è stato ingiusto e al tempo stesso ribadire reiteratamente che ciascuno ha il diritto di fare ciò che vuole, di pensare e dire ciò che ha in testa.</p>
<p>A favorire l’accettazione pedissequa di incongruenze o di rappresentazioni che fanno fatica a stare insieme vi è anche indubbiamente la cultura in cui siamo immersi. Viviamo in un contesto socio-culturale caratterizzato da pluralismo e questo è altamente positivo. Tuttavia non di rado questo pluralismo scivola in sincretismo o, peggio ancora, in legittimazione di qualunque visione del mondo: chiunque può aderire a qualunque opinione e chiunque in un certo senso si può sentire legittimato a mescolare idee che tra di loro non stanno in piedi.</p>
<p>Uno dei fenomeni che spesso si riscontrano è rappresentato dalla “dissonanza cognitiva”, il meccanismo per il quale una persona afferma due o più pensieri che risultano in contraddizione tra di loro. Sostenere una visione della realtà le cui dimensioni non sono congruenti tra di loro porta peraltro a forme di disagio psicologico, psichico e comportamentale.</p>
<p>La ricerca della congruenza tra le parti della propria rappresentazione del mondo costituisce un versante importante nel percorso di maturazione. È importante perché la congruenza forma una identità coerente, mentre l’incoerenza fomenta una identità frantumata. È importante perché favorisce la maturazione dell’equilibrio psichico e psicologico e permette un rapporto positivo con gli altri e la costruzione e il mantenimento di relazioni sane. È importante perché la coerenza della visione del mondo è parallela alla congruenza tra le parti di sé, tra i propri pensieri, i propri sentimenti, le proprie azioni. Non conta la perfezione ma la tendenza verso la coerenza interna tra i pensieri e tra i pensieri, i sentimenti e le azioni.</p>
<p>Da quanto detto deriva ancora una volta l’importanza della funzione educativa. Quanti a vario titolo esercitano una funzione educativa hanno il dovere di educare alla riflessione profonda, all’ascolto di tutte le parti di sé, a mettere a confronto i diversi aspetti della propria rappresentazione della realtà, a maturare uno sguardo congruente, ricco e coerente con la dimensione affettiva e morale. Per questo è decisivo che gli adulti imparino ad ascoltare con attenzione i ragazzi, a fare attenzione a quello che dicono, a come lo dicono, al perché lo dicono. È importante che facciano lo sforzo di capire cosa suscita determinati pensieri, come si legano ai loro sentimenti, ai loro vissuti e alle loro azioni. Cercare di capire il loro modo di interpretare la realtà e le ragioni dei loro schemi cognitivi, emotivi, morali, è necessario per il passo successivo, quello di far emergere il senso di eventuali incongruenze e di indicare i motivi per i quali parti contraddittorie non possono coesistere. Infine è un compito educativo anche suggerire delle alternative, mostrare la possibilità di costruire una visione dinamica e coerente.</p>
<p>Certo, è un percorso faticoso quello dell’educazione alla capacità di riflettere con serietà e profondità, di mettersi in discussione e di accogliere come opportunità positiva la possibilità di rivedere i propri punti di vista, soprattutto quando radicati, ma è imprescindibile per una crescita positiva e per il potenziamento del senso morale e anche civico dei ragazzi.</p>
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		<title>Credere nel cambiamento</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/credere-nel-cambiamento/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cristian Vecchiet]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Oct 2016 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SOCIETÀ]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Educazione e convinzione</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p> 	Educare vuol dire sostenere e accompagnare lo sviluppo e la crescita di una o più persone, ovvero favorire un cambiamento. La realizzazione della persona e quindi lo sviluppo della sua personalità costituiscono l’obiettivo generale dell’azione educativa. Chi educa deve pertanto avere quale presupposto indispensabile la fiducia nella possibilità della maturazione e del cambiamento. In altre parole chi educa, sia esso un genitore, un insegnante, un allenatore, un animatore o altro, deve credere nell’utilità e nell’efficacia della sua azione e nella possibilità che l’uomo possa crescere e maturare.</p>
<p> 	A dimostrazione della possibilità di favorire lo sviluppo e di generare cambiamento vediamo – sulla scia di quanto un noto psichiatra come <strong>Vittorino Andreoli </strong>ci insegna ne <em>L’educazione (im)possibile </em>e ne <em>La gioia di vivere</em>. A piccoli passi verso la saggezza – quali sono alcuni dei fattori che determinano la crescita della persona e che influenzano il comportamento dell’uomo. Sicuramente possiamo annoverare la dimensione biologica, l’esperienza vissuta, l’ambiente soprattutto relazionale. E poi, possiamo aggiungere, i valori cui si aderisce.</p>
<p> 	Ogni persona dipende dalla sua parte fisica, dalla sua psiche, dalla sua dimensione biologica. Poi conta molto l’esperienza che è l’insieme degli incontri e delle vicende vissute e fatte proprie: ogni persona è in parte il frutto della storia vissuta. Vi è inoltre l’ambiente inteso come l’insieme delle relazioni che una persona vive: ogni persona è fatta di legami e affetti che costituiscono la sua sfera più intima. E infine vi è la visione del mondo che una persona matura e sulla base della quale struttura la propria vita.</p>
<p> 	Tutte queste dimensioni possono essere sviluppate e sono quindi in qualche modo modificabili. E di conseguenza può arricchirsi o impoverirsi il modo di comportarsi dell’uomo. Pensiamo alla dimensione fisica. Il cervello umano, ad esempio, è costituito da due parti, una delle quali è l’encefalo plastico che per l’appunto è plastico, cioè suscettibile di modifiche. Il cervello può subire una sorta di riorganizzazione a seconda delle esperienze che una persona compie e delle persone che la stessa incontra.</p>
<p> 	Questo ci dice che l’educazione possiede un potere non da poco: la capacità di riorganizzare le cellule cerebrali. Ma pensiamo anche a come può cambiare fisicamente una persona a seconda delle condizioni in cui vive. Se vive in un clima relazionale positivo, la si vede fisicamente più in forma. Allo stesso tempo, se si segue uno stile di vita sano sotto il profilo fisico e alimentare, questo aiuta anche la dimensione relazionale ed esperienziale. Come si vede, la fisicità e il cervello in particolare possono cambiare nel bene e nel male.</p>
<p> 	Guardiamo ora alla relazione. L’uomo vive di relazioni con i propri simili. La relazione con l’altro è determinante nella vita. Dalla qualità dei legami che un uomo vive con gli altri uomini dipende in buona parte la qualità della sua esistenza. Il rapporto con l’altro è decisivo perché l’altro ci completa, ci aiuta a realizzare parti di noi che altrimenti non riusciremmo a far maturare, ci aiuta a superare la paura e soprattutto ci offre una completezza che altrimenti non avremmo.</p>
<p> 	La relazione con l’altro, inoltre, in modo particolare attiva e può arricchire o impoverire i sentimenti di una persona. L’uomo è fatto di sentimenti e questi danno gusto alla vita oppure la rendono più amara e difficile. I sentimenti  possono indurre un uomo a comportarsi in un modo piuttosto che in un altro, lo possono portare a investire come a disinvestire sulle diverse dimensioni dell’esistenza. La dimensione relazionale è chiaramente plastica, modificabile. Ne deriva che la relazione possiede una intrinseca capacità educativa.</p>
<p> 	L’esperienza ha una forte capacità di plasmare la vita di una persona, di imprimere un cambiamento nella visione del mondo, nella capacità di leggere la realtà, nei valori che interiorizza e quindi anche nel modo di agire. L’esperienza cambia la persona, il suo stile emotivo, affettivo, cognitivo, comportamentale. Esperienze diverse possono rendere diverse le persone. Tuttavia non basta dire che siano determinanti la biologia, le relazioni e l’esperienza vissuta. Va detto che molto dipende da come una persona interpreta le relazioni che vive e l’esperienza in cui è immerso. L’esperienza va letta sulla base di valori a cui progressivamente si aderisce. Se così non fosse, l’uomo non sarebbe libero. Ogni persona pertanto compie in forma consapevole o meno una scelta a favore di alcuni valori, sulla base dei quali interpreta tutto ciò che accade, tutto ciò che vive e sulla base dei quali tendenzialmente agisce. Anch’essi non sono immutabili, ma sono frutto in parte dei valori che vengono trasmessi dalle figure significative, in parte delle esperienze fatte e in parte di libera decisione. Anche la visione del mondo è educabile.</p>
<p> 	Una buona educazione si scontra con mille difficoltà. Basti pensare alle potenzialità straordinarie e alla pervasività dei messaggi che passano attraverso il mondo digitale… Tuttavia le considerazioni fatte più sopra ci portano a dire che educare è possibile perché la realtà umana è strutturalmente modificabile. Educare, abbiamo detto, significa favorire, sostenere e accompagnare lo sviluppo e il cambiamento. Che il cambiamento sia possibile lo deduciamo da alcuni dati. Abbiamo visto come persino il cervello è in parte modificabile e come e quanto la qualità delle esperienze, delle relazioni possa incidere sul modo di vedere la realtà e di agire. E abbiamo visto quanto conti la dimensione della scelta valoriale che una persona compie. Tutto questo ci dice che lo sviluppo e il cambiamento, benché spesso faticosi e non scontati, rimangono possibili. E ci dice quanto potere in fondo abbia l’educazione.</p>
<p> 	Soprattutto se chi educa ne è consapevole e ci crede con fermezza.</p>
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		<item>
		<title>Elogio del pudore</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/elogio-del-pudore/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cristian Vecchiet]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 May 2016 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SOCIETÀ]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://imagazine.it/?p=19768</guid>

					<description><![CDATA[<p>Vergogna e ostentazione</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"> 	Spesso si ha l’impressione che la cultura contemporanea induca a ritenere il pudore un fenomeno del passato, un fattore tipico della società non evoluta e bigotta, qualcosa di retrogrado da cui liberarsi. Una persona evoluta e moderna dovrebbe quindi abbandonare il senso del pudore per esprimere liberamente il proprio sé.</p>
<p style="text-align: justify;"> 	Indubbiamente questa interpretazione del pudore deriva in buona misura da una prospettiva culturale diversa rispetto al passato. La percezione del pudore è infatti connessa al sistema e alla gerarchia dei valori vigenti. Il pudore e il senso di vergogna connesso sono legati alle valutazioni negative che chiunque di noi vuole evitare sia da parte degli altri che da parte di se stessi. Queste valutazioni dipendono dai valori di riferimento. Oggigiorno si vale e si è in buona misura per quello che si mostra e nella misura in cui ci si mostra. E, se è vero che è bene</p>
<p style="text-align: justify;"> 	mostrarsi in tutto e per tutto così come si è e senza remore, non c’è nulla da cui proteggersi e nulla da tutelare. Ma se questo è vero non dobbiamo considerare un problema il fenomeno della vetrinizzazione del proprio corpo e del proprio mondo e della spettacolarizzazione di sé.</p>
<p style="text-align: justify;"> 	Eppure continuiamo a meravigliarci e a ritenere pericoloso che un adolescente mostri parti intime del proprio corpo o le filmi per venderle e avere in cambio dei soldi per una ricarica del cellulare. Oppure ci turbiamo quando l’abbigliamento degli adolescenti (e non solo) è così succinto da andare oltre la soglia del lecito. Si tratta di casi rari ma presenti e che nella loro eccezionalità esplicitano i rischi di un trend molto più diffuso.</p>
<p style="text-align: justify;"> 	Ma cosa c’è in tutto questo che non va? Quello che non funziona è che mostrare il proprio corpo senza ritegno ed esibirsi senza troppi fastidi implica la mercificazione e quindi la svalorizzazione di se stessi. Esibirsi senza troppe domande e troppe remore equivale a dire che si è a disposizione. Esporre il proprio corpo non è semplicemente esporre la propria fisicità ma, attraverso la propria fisicità, offrire in una certa misura la propria intimità e a volte persino metterla a rischio. E perché questo fa problema? Perché noi siamo il nostro corpo e il nostro corpo non è semplice biologia ma simbolizza quello che noi siamo nel nostro intimo. Il nostro intimo è la parte più interna, quella parte di noi che più ci definisce. La nostra interiorità è lo scrigno dove trovano radice e alimento i nostri sentimenti e i nostri pensieri, la nostra memoria e i nostri progetti, i nostri legami e i nostri dispiaceri. Esporsi senza gran consapevolezza con chiunque, vuol dire che ciò che siamo può essere di chiunque e che niente di ciò che siamo ha un valore così forte da dover essere difeso.</p>
<p style="text-align: justify;"> 	Ecco perché è importante il pudore. E perché va conservato e alimentato. Il pudore è il senso di protezione del proprio corpo e quindi della propria intimità. Il pudore è il sentimento di vergogna che ci induce a non svendere a chiunque la nostra intimità. Il pudore ci dice che abbiamo sì una vita pubblica ma che, oltre a essa, vi è una parte di noi che è privata e che va protetta. Il pudore ci porta a manifestarci e ad aprirci a chi ha un rapporto non superficiale e non banale con noi, a chi sappiamo che ci apprezza per il nostro valore più profondo, a coloro con i quali stiamo o abbiamo intenzione di costruire un rapporto profondo e fecondo.</p>
<p style="text-align: justify;"> 	Il pudore non è solo non mostrare parti fisiche di sé ma è anche non esibire gesti che simbolizzano intimità e relazioni intime. Ci sono parole che, se vengono dette a chiunque, e gesti che, se vengono mostrati a chiunque, manifestano e dicono che in fondo non esiste qualcuno con cui abbiamo un rapporto più profondo e più autentico ma che tutti i rapporti sono sullo stesso piano. Il pudore in questo senso permette di valorizzare la nostra interiorità e ci offre inoltre la possibilità di determinare e differenziare la realtà, in particolar modo la sfera affettiva.</p>
<p style="text-align: justify;"> 	Il pudore è quel sentimento che ci dice che non tutte le parti di noi sono uguali e non tutte sono a disposizione di tutti. Se tutto è a disposizione di tutti, allora vuol dire che tutto ha lo stesso peso, che noi in fondo non abbiamo un valore molto diverso da altre cose e che i legami affettivi più forti in fin dei conti contano e valgono quanto quelli più superficiali.</p>
<p style="text-align: justify;"> 	Come si può quindi sviluppare e coltivare il senso del pudore? Il primo punto rimane sempre l’esempio. Se i genitori e gli adulti significativi vivono con pudore, allora anche i bambini e i ragazzi acquisiscono di fatto uno stile di vita che si rifà al pudore come valore.</p>
<p style="text-align: justify;"> 	E poi si può educare fin da piccoli che ci sono spazi e tempi appropriati per ogni cosa. Piccoli gesti come chiudere la porta del bagno quando ci si fa la doccia, bussare prima di entrare nella camera del proprio fratello o sorella, non andare in giro per casa nudi, non esporsi in pubblico con gesti fortemente erotizzati verso la propria fidanzata o fidanzato, cambiare canale quando ci sono film con  scene o parole inappropriati per determinate età, sono piccole cose ma che ci dicono che nella vita di ognuno c’è una distinzione da salvaguardare tra pubblico e privato, tra interiore ed esteriore, tra mio e tuo. Anche il linguaggio verbale educa o meno al pudore. Un linguaggio sboccato ci abitua a una lettura inappropriata della realtà. Certo, si tratta di esempi da valutare <em>cum grano salis</em>. E rimane vero che si tratta di gesti dotati di una validità nella nostra cultura occidentale. Tuttavia rimane l’importanza dei gesti, di parole e di simboli che testimoniano anche la giusta distanza e una sorta di differenza sostanziale.</p>
<p style="text-align: justify;"> 	E poi c’è una battaglia culturale che vale la pena di fare. Per dire che non è vero che la realtà è tutta uguale, ma ci sono cose che vanno difese e protette. Per dire che non tutti i legami hanno lo stesso valore e la stessa profondità. E per dire poi che oltre a una dimensione esteriore e visibile, vi è una interiore che costituisce il tesoro della nostra identità e della identità delle persone che per noi sono importanti.</p>
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