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	<title>Vanni Feresin &#8211; imagazine.it</title>
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	<title>Vanni Feresin &#8211; imagazine.it</title>
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		<title>La poetessa del Friuli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Vanni Feresin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 May 2019 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA&SPETTACOLO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Anna Bombig</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Anna Bombig </strong>nacque il 4 luglio del 1919 a Firenze da genitori friulani, profughi durante la Prima guerra mondiale, e abitò a <strong>Farra d’Isonzo</strong>, in via Verdi 18, fino alla sua scomparsa avvenuta il 20 maggio 2013. Insegnò nelle scuole elementari del Goriziano (anche nel territorio oggi situato in Slovenia) dal 1938 al 1978 occupandosi anche di educare i fanciulli alla musica, in modo volontario e a tutte le classi, ritenendo che questa arte fosse parte fondamentale dell’esistenza umana. Grazie a questa sua attività poté partecipare a numerosi concorsi corali e scolastici nelle province di Gorizia e Udine.</p>
<p>Ma Anna Bombig fu soprattutto una poetessa e scrittrice e, come si legge in diverse sue biografie “<em>solo con il terremoto in Friuli del 1976 ha scoperto la sua vera identità friulana. Da allora ha iniziato a scrivere poesie e prose nella madrelingua</em>”. Come ricorda <strong>Celso Macor</strong>, nell’introduzione al volume di poesie <em>Aga di riûl </em>del 1992, le parole della maestra sono “<em>sentimenti che hanno la forza inarginabile dei fiumi, frammenti di un dialogo che si tormenta d’amore, e nell’amore si scompone e si ricompone, paesaggi avvampati nel magnificat della natura, nella gioia del suo trasmutarsi di meraviglia in meraviglia si alternano e si incrociano continuamente nell’intreccio fitto del colloquio di Anna Bombig con Dio e con gli uomini</em>”.</p>
<p>Anna Bombig è stata infatti una portentosa scrittrice di testimonianze di vita, di memorie della sua terra, di saggi storici ma soprattutto di composizioni in versi: i testi delle sue liriche sono stati fonte di ispirazione per tanti musicisti come Cecilia  Seghizzi, don Narciso Miniussi, don Stanko Jericijjo e Giovanni Mazzolini. Le sue poesie riflettevano lo spirito e la vita della popolazione e anche su questo aspetto Macor coglie alcuni spunti di riflessione sulla liricità dei versi della maestra, che hanno radici molto profonde nel territorio e nella società: “<em>C’è un altro valore ancora nelle poesie e nelle prose di Anna Bombig. Ed è il linguaggio. Che non è solo il friulano, ma è la parlata materna, un sonziaco che si contorna meglio tra i confini di Farra</em>”.</p>
<p>Ma Anna Bombig è stata soprattutto “la maestra”, questo titolo la inorgogliva, e Macor ne dà una lettura molto attenta e personale: “<em>La maestra è un’altra delle figure che fanno da tornante dell’itinerario poetico di Anna Bombig. È stata la pagina della vita ed è stata anche questa una pagina d’amore. Ricambiato del resto, specialmente da chi ha più di cinquant’anni e ha vissuto un tempo in cui quella donna dolce e affettuosa ti era ogni giorno accanto, a guidarti la mano nella prima scrittura, a insegnarti a cantare, ad accenderti nel cuore le prime risposte al mondo</em>”.</p>
<p>Fu un’insegnante ed educatrice di intere generazioni di alunni che hanno visto in lei l’esempio di una persona tutta d’un pezzo, nella sua dirittura morale e forte della sua cultura permeata di alti valori e di profonda condivisione di fede. Anche il canto è stato al centro dei suoi insegnamenti e della sua lunga vita, come si legge spesso nelle sue biografie notiamo che è stata la maestra del Coro femminile parrocchiale di Farra per numerosi lustri e che ha partecipato a diversi concorsi con le scuole elementari. Un ricordo di questa sua passione viene dato dal direttore del settimanale diocesano <em>Voce Isontina </em><strong>Mauro Ungaro</strong>, che nell’articolo di commiato la ricorda proprio per la sua voce: “<em>per capire Anna Bombig bisognava sentirla cantare. Pareva impossibile che da quella figura così minuta, apparentemente fragile, potessero uscire note di tonalità così intensa. Per questo si rimaneva colpiti quando, fosse in una celebrazione liturgica o in un momento conviviale di allegria, intonava i canti della tradizione religiosa o di quella popolare, trascinando le altre voci in cori che sapevano raccontare l’anima e la tradizione di un popolo</em>”.</p>
<p>Il suo nome è presente anche fra le stelle, infatti un asteroide, scoperto nel 1997 dall’<strong>Osservatorio di Farra</strong>, porta proprio il nome di quella dolce figura che fu “Ana di Fara”, come spesso si trova firmato in calce agli scritti.</p>
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<p>La maestra ha raccontato la storia di un popolo e di un territorio e ha custodito questi scritti con attenzione e come Celso Macor affermava: “Sarà, per chi leggerà questi versi tra cinquanta, cent’anni, un ritorno alle radici perdute, un bagliore di passato che darà una luce diversa ad una gente sconfitta dal grigiore dell’omologazione. Forse. E forse no. Forse nella nuova era resisterà ancora l’anima friulana, resterà qualche frammento, qualche vago suono della lingua. Ed anche queste pagine di Anna Bombig, chissà, potranno essere una piccola polla perché il fiume sopravviva”.</p>
<p>Con questo pensiero “rubato” al mai dimenticato Celso Macor, anche noi ci auguriamo che queste liriche e prose, in un friulano musicale e garbato, siano una cara e preziosa eredità per il Goriziano.</p>
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<p><strong>Un pensiero di riconoscenza</strong></p>
<p>Ho avuto la fortuna di conoscere la maestra Anna Bombig negli ultimi dieci anni della sua lunga esistenza e ne sento ancora la voce cristallina raccontarmi delle sue ricerche e della sua analisi storica fatta partendo dal territorio, dalle testimonianze orali dei più anziani del paese natio. Era bello sentirla declamare i versi, leggere le prose, ascoltare i racconti della sua giovinezza di quando iniziò la carriera scolastica in un paese sperduto vicino a Kanal. E ancora più emozionante è stato poter dedicarmi al riordino del suo archivio personale a partire dal 2014, grazie all’interessamento della nipote Elena Bombig che ha così voluto salvare quel patrimonio di testimonianze che assume oggi un valore inestimabile. Rendere nuovamente fruibile un archivio è sempre un’impresa  avvincente, delicata e impegnativa ma di grande soddisfazione per l’archivista ordinatore. Mettere mano però a un archivio personale è un’operazione che richiede ancora una maggiore attenzione e comporta una grande responsabilità, soprattutto se la persona in questione era un’amica. Tutti coloro i quali hanno avuto la fortuna di conoscere la maestra <em>Ana di Fara </em>sono rimasti colpiti dalla sua voglia di vivere. Non mancava mai a nessun appuntamento importante e aveva sempre un pensiero gentile, uno scritto da leggere, un sorriso da offrire. Chi poi ha potuto vedere il suo studio è rimasto colpito dal volume di carte prodotte in tanti decenni di svariate collaborazioni (oltre due metri lineari di carte manoscritte).</p>
<p>Il pavimento in legno, le due credenze ottocentesche, l’armadio delle carte di famiglia, la biblioteca e il tavolo di lavoro al centro della stanza, ordinato ma anch’esso impegnato a sopportare il peso delle fatiche letterarie, erano il contesto nel quale la maestra Anna aveva passato gran parte della sua esistenza. Tutte le sue carte sono ancora oggi incredibilmente ordinate, in più copie e tutte datate e firmate, sia in italiano che in friulano. Quando ho avuto l’incarico di riordinare il suo archivio storico rientrando in quello studio, nel quale ero stato ospitato molti anni prima, mi è parso di rivedere e risentire ancora una volta la maestra Anna che mi faceva accomodare e, con la sua voce dolce e acuta, raccontava la sua vita, la storia di suo padre Orlando, del maggiore generale Andrian, dell’organo della chiesa e della Settimana Santa; amava soprattutto ricordare “<em>le scarassulade</em>” del Venerdì Santo e le litanie che si cantavano alle rogazioni maggiori.</p>
<p>Anna Bombig ha ben conservato e gelosamente custodito tutte le documentazioni inerenti la sua pluridecennale attività di maestra, di insegnante di lingua friulana, di scrittrice, poetessa e di ricercatrice storica, una parte consistente dell’archivio infatti è dedicata alle tante indagini storiche sul paese di Farra e sul territorio del Goriziano. La particolarità che colpisce maggiormente di questo archivio personale è la presenza della quasi totalità degli scritti autografi della maestra Anna, che in vario modo sono stati pubblicati durante gli ultimi quattro decenni. All’interno troviamo anche i documenti di famiglia, alcune fotografie e svariati fascicoli inerenti l’attività professionale, ma l’archivio è composto in sostanza dalle carte alle quali la maestra era più legata e cioè gli scritti in prosa e in versi che hanno segnato in modo indelebile tutta la sua lunga esistenza. </p>
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		<title>Auguri, professoressa</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/auguri-professoressa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Vanni Feresin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Sep 2018 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA&SPETTACOLO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cecilia Seghizzi Campolieti</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Sono passati 10 anni da quando <strong>Cecilia Seghizzi </strong>ha compiuto i suoi primi 100 anni. Il 5 settembre 2018 segna infatti il traguardo dei 110 anni. Possiamo affermare che la professoressa non ci lascia mai indifferenti. La sua indole curiosa e serena l’ha accompagnata durante tutta la sua straordinaria esistenza e ciò si riflette negli spartiti e sulle tele: con tratto nitido e leggero si è dedicata all’acquerello (oggi anche all’olio) e sia nella musica che nella pittura vengono alla luce la sua voglia di esprimersi e di improvvisare, la ricerca di effetti luministici e l’agilità del tratto. Musica e pittura, scrive <strong>Alessandro Arbo</strong>, in</p>
<p><strong><em>Musicisti di frontiera</em></strong>, “<em>sembrano convergere in un fuoco virtuale, dove si compone l’immagine di una realtà dalle tinte trasparenti e leggere: un’opera che conserva nella destrezza del tratto il senso di un’unica improvvisazione, che nella sua estemporaneità si fa specchio di un’esuberanza, della capacità di conservare intatti lo stupore e l’entusiasmo. Questo specchio non si limita a restituire l’immagine: è una scommessa che cambia il nostro modo di vedere le cose, ridisegnando i contorni della realtà. Le composizioni di Cecilia Seghizzi, come i suoi acquerelli, sono una lente limpida: promettono un mondo migliore, più ricco di colore, di leggerezza, di fantasia. E restano così nella memoria</em>”.</p>
<p>Cecilia Seghizzi è figlia del grande e mai dimenticato organista, compositore e direttore di coro e d’orchestra <strong>Augusto Cesare Seghizzi </strong>(1873-1933). Al rientro da <strong>Wagna di Leibnitz</strong>, Augusto Cesare iscrisse la figlia alla scuola di musica nella classe di violino del prof. Lucarini, una decina di anni dopo si sarebbe brillantemente diplomata al Conservatorio “G. Verdi” di Milano; ormai è rimasta l’ultima profuga vivente del campo di Wagna.</p>
<p>Si è dedicata fin da subito all’insegnamento, prima alla scuola di musica, poi all’Istituto magistrale e infine alla scuola media. Nella sua continua ricerca e crescita culturale decise di continuare gli studi e si diplomò anche in composizione al Conservatorio “G. Tartini” di Trieste sotto la guida del prof. Vito Levi. A lei si deve la fondazione del <strong>Complesso Polifonico Goriziano</strong>, che oggi porta il suo nome, e con il quale vinse già nel 1953 il primo premio al <em>Concorso Polifonico Nazionale </em>di Brescia e negli anni successivi tenne prestigiosi concerti e registrazioni a Milano, Venezia, Trieste e Udine.</p>
<p>Nel campo della composizione lo stile ineguagliabile di Cecilia Seghizzi è già ben presente in <em>Luna </em>del 1948; l’indole curiosa, a tratti bizzarra e stravagante, ma sempre poetica, domina infatti la struttura; come nella tecnica pittorica dell’acquerello così nella musica lei abbozza con rapidità sul pentagramma l’idea che le è apparsa per la prima volta e successivamente vi adatta le forme e i colori. Le sue composizioni sono destinate sia alla musica strumentale, di ascolto complesso, <em>Quartetto </em>del 1961, <em>Divertimento </em>per violino e pianoforte del 1982, <em>Concertino </em>per archi, flauto e clarinetto del 1981 e <em>Valzer </em>per violino o flauto e pianoforte del 1984, sia alla musica vocale nella quale prevale la scelta di testi di autori gradesi, friulani e triestini, ma senza mai legare lo stile musicale a particolari cadenze popolari. Un sodalizio che durerà per oltre cinquant’anni è quello con il poeta <strong>Biagio Marin</strong>; da ricordare: <em>Due barcarole </em>del 1952, <em>El gno canto </em>del 1955, <em>Te vogio ben </em>del 1955, <em>I to basi </em>del 1956, <em>Novembre </em>del 1957, <em>Solo le stele intorno </em>del 1990 e <em>Mar fermo </em>del 1991.</p>
<p>Per la poesia friulana è certamente da richiamare alla memoria <em>Lejenda </em>del 1996, scritto per il centenario della Cassa Rurale di Capriva, nel quale interpreta con assoluta sensibilità l’intensa espressione dei versi di <strong>Celso Macor</strong>. Si dedicherà anche alla musica sacra ma in modo assai circoscritto: la <em>Messe cul popul </em>del 1988, il <em>Pari Nestri </em>del 1989, l’<em>Ave Maria </em>e la <em>Messa breve </em>del 1990. In ogni caso si tratta di composizioni adatte per usi parrocchiali, confacenti al raccoglimento spirituale delle piccole cappelle di campagna piuttosto che alle grandi cattedrali.</p>
<p>Per quanto concerne il suo dipingere, Cecilia Seghizzi compare sulla scena goriziana già nel 1975, con alcune mostre personali che si susseguono con regolarità nei decenni successivi anche a Venezia, Klagenfurt e Padova. Allieva, tra il 1965 e il 1977, del maestro pittore <strong>Tonci Fantoni </strong>(1898-1983) ha saputo sviluppare un proprio carattere e una maturazione compiuta e libera; gli insegnamenti di Fantoni trovano infatti ideale prosecuzione proprio nella Seghizzi che sviluppa però ulteriormente le proprie riflessioni, sfiorando l’informale ma con il tratto totalmente autonomo e inconfondibilmente etereo. Scrive <strong>Sergio Tavano</strong>, in <strong><em>Pittrici a Gorizia e nella Regione</em></strong>: “<em>Le visioni di Cecilia Seghizzi sono familiari in molte case goriziane e  sorridono sulle copertine delle sue edizioni musicali: fanno ormai parte di quella che si dice immagine quotidiana o sono riflesso e introduzione d’un modo d’essere, anzitutto goriziano, fatto di eleganza riservata ma sapiente, di festevolezza aperta e comunicativa</em>”.</p>
<p>Il tratto leggero, la volontà di esprimersi, la continua ricerca volta all’allargamento dell’orizzonte, la voglia di differenziare, di conoscere e approfondire, sono caratteristiche presenti nell’<em>opus </em>di Cecilia Seghizzi. Per sua stessa asserzione Cecilia quando dipinge “<em>pensa in musica</em>” in quanto è certa che “<em>la musica nasconda in sé un atto creativo più grande e sempre diverso che si rinnova a ogni esecuzione: un brano musicale è sempre nuovo a ogni interpretazione, mentre la pittura giunge a definizione e tale rimane</em>”.</p>
<p>Il frutto del suo continuo, costante e attento impegno è un’armonia che unisce all’incanto per la bellezza del mondo e della vita una visione soggettiva, impulsiva e vivace, ma sempre serena e garbata. Ancora auguri professoressa!</p>
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		<title>Un&#8217;ascesa senza lieto fine</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/unascesa-senza-lieto-fine/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Vanni Feresin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jan 2018 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA&SPETTACOLO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Gli Eggemberg a Gradisca</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Gli Eggenberg e Gradisca</strong></p>
<p>La <strong>famiglia degli Eggenberg </strong>ha ricoperto un ruolo molto importante per la città di Gradisca e per la nascente Contea principesca. Il cognome Eggenberg è poco noto da noi; fu infatti una famiglia dell’altissimo patriziato stiriano che tra il</p>
<p>‘500 e il ‘600 voleva imporsi politicamente e culturalmente. Quello che le mancava però era un seggio nella Dieta del Sacro Romano Impero. Gli Eggenberg erano principi dal 1625 ma non possedevano territori immediatamente soggetti all’Impero, solo così avrebbero potuto fare parte di questo prestigioso consesso. Ed è per questa ragione che la vicenda di questa famiglia si incrociò col destino della fortezza di Gradisca, un luogo che al principe Giovanni Ulrico era del tutto ignoto prima che gli venisse prospettata la possibilità di diventarne il proprietario. Ma questa opportunità non toccò a lui, che morì nel 1634, bensì a suo figlio Giovanni Antonio una decina d’anni più tardi.</p>
<p><strong>La fortezza di Gradisca e i turchi</strong></p>
<p>La fortezza di Gradisca era stata costruita intorno al 1479, quando la Repubblica di Venezia si era trovata a dover difendere i confini orientali del territorio friulano, in cui era subentrata al Patriarcato di Aquileia, dalla minaccia delle incursioni turche, che si erano intensificate dalla metà del secolo XV. In realtà la nuova fortezza eretta sulla riva dell’Isonzo si rivelò del tutto insufficiente a costituire un baluardo di fronte all’aggressività degli ottomani, che arrivavano in migliaia, varcavano i passi del Carso e attraversavano l’Isonzo senza incontrare resistenza e poi dilagavano in Friuli per tornare rapidamente sui loro passi carichi di bottino e prigionieri.</p>
<p><strong>Massimiliano I, un grande nemico</strong></p>
<p>Un altro motivo di debolezza di Gradisca era la prossimità con un altro pericoloso avversario della Repubblica di Venezia, l’imperatore <strong>Massimiliano I </strong>che, per lascito testamentario dell’ultimo conte di Gorizia, era subentrato nella proprietà del territorio del Goriziano fin dall’aprile del 1500. Massimiliano I era un nemico temibile, soprattutto per le mire espansioniste. Già una decina d’anni dopo l’annessione di Gorizia riuscì a impossessarsi anche di Gradisca, strappata a Venezia in occasione della guerra della Lega di Cambrai, conclusasi nel 1511. Fu un grande smacco per la Serenissima, difficilmente sopportabile: infatti per decenni continuò un intenso lavoro diplomatico teso a recuperare il controllo della fortezza sull’Isonzo. Ma gli Austriaci non aderirono a nessuna proposta, per cui fu necessario considerare l’ipotesi di una nuova piazzaforte difensiva in territorio friulano e fu così che venne progettata e costruita Palmanova [1593], anche se questo non significava una rinuncia definitiva.</p>
<p><strong>Le Guerre gradiscane</strong></p>
<p>“Venezia non è da guerra”, scriveva Faustino Moissesso, cronista diretto della guerra del Friuli, ma il 19 dicembre del 1615 scoppiò la cosiddetta “Guerra gradiscana” tra gli arciduchi e Venezia, ricordata con questo nome perché si svolse per la gran parte attorno alla fortezza. Ufficialmente, però, il conflitto era sorto a causa delle aggressioni dei pirati Uscocchi di Segna contro le navi venete lungo le coste della Dalmazia. Venezia riteneva che dietro i pirati ci fosse la volontà dell’arciduca d’Austria di danneggiare i traffici veneti nel Mare Adriatico. Il Senato veneziano decise di scatenare la guerra nella convinzione di vincerla facilmente sia per la superiorità marittima, sia per il possesso della nuova fortezza di Palma. L’inizio del conflitto fu favorevole ai veneziani, che occuparono in pochissimo tempo la campagna attorno a Gradisca e isolarono la fortezza. La resistenza degli arciducali fu totale, nonostante il massiccio bombardamento del marzo del 1616; alla fine i Veneti desistettero e l’assedio fu tolto nel novembre del 1617, riportando i confini alla situazione precedente al conflitto, con l’obbligo da parte degli Austriaci dell’annientamento dei pirati uscocchi. Da queste vicende Gradisca ricavò grande fama ma anche danni ingenti: l’opera di restauro apparve subito imponente e non immediata.</p>
<p><strong>La vendita di Gradisca agli Eggenberg</strong></p>
<p>L’Impero era impegnato nella guerra dei Trent’anni (1618-1648). Cercò di approfittarne la Repubblica di Venezia offrendo ripetutamente alla Casa d’Austria ingenti somme di denaro per acquistare la fortezza che non era riuscita a prendere con le armi. L’Imperatore non si lasciò tentare dalle proposte veneziane e decise di trasformare la Capitanìa di Gradisca in Contea Principesca sovrana e immediata dell’Impero Germanico – comprendente la fortezza e altre 52 località – e di venderla, nel 1647, al principe <strong>Giovanni Antonio di Eggenberg </strong>che così acquistava il tanto agognato seggio nella Dieta del Sacro Romano Impero. Per quanto riguardava Gradisca, comunque, la condizione principale era che la proprietà della contea tornasse alla Casa d’Austria in caso di estinzione degli Eggenberg. Tutto il carico dei danni di guerra passava alla nuova famiglia regnante, che disponeva di enormi risorse finanziarie e poté farvi fronte. Gli Eggenberg, tuttavia, compresero presto che questo non era stato un buon affare, anche perché molte rendite del territorio erano già assegnate a diverse famiglie nobili della zona.</p>
<p><strong>Una famiglia sfortunata</strong></p>
<p>Un’altra sfortunata circostanza allentò quasi subito il legame fra la famiglia Eggenberg e Gradisca: nel 1649, solo due anni dopo avere acquisito la proprietà della nuova Contea principesca, Giovanni Antonio Eggenberg morì improvvisamente (aveva 39 anni) lasciando una vedova, la principessa <strong>Annamaria di Brandenburgo</strong>, e due figli piccoli. Il governo del territorio fu affidato a delegati non sempre capaci di gestire i problemi. Nel 1656 Annamaria nominò il conte <strong>Francesco Ulderico della Torre </strong>luogotenente della Contea e questi realizzò molte imprese finalizzate allo sviluppo sociale ed economico di Gradisca: il primo magazzino pubblico di cereali, le prime scuole, il Monte di Pietà, introdusse anche l’industria serica, dalla dipanatura dei bozzoli alla tessitura e tintura della seta, portò inoltre alcune attività artigianali da Venezia, tra cui la produzione di calze di seta, costruì una loggia pubblica per le riunioni private degli stati e rese più sontuoso l’aspetto urbano della città fortificata.</p>
<p><strong>Gli Eggenberg e lo splendore gradiscano</strong></p>
<p>Nei settant’anni in cui Gradisca fu capoluogo della Contea Principesca creata per risarcire i principi Eggenberg, la città conobbe dunque il momento di maggiore splendore della sua storia. Una pace duratura e un’azione di governo saggia e illuminata assicurarono un ordinato sviluppo urbano, economico e sociale, e fecero assumere a Gradisca il carattere di centro residenziale in contrapposizione a quello di cittadella militare. Il formarsi di un consorzio nobiliare locale in concorrenza con Gorizia arricchì la vita sociale e contribuì a migliorare anche l’immagine della città con la comparsa di sobri ma eleganti palazzetti lungo le vie principali.</p>
<p><strong>La fine della dinastia</strong></p>
<p>Ma la situazione sarebbe cambiata di nuovo perché Giovanni Cristiano morì nel 1710 senza eredi e il fratello lo seguì nella tomba già nel 1713. La serie dei lutti però era destinata a continuare determinando il tragico destino della famiglia: l’unico figlio di Giovanni Sigfrido, Giovanni Antonio II, morì tre anni dopo, a 47 anni, e lasciò tutto l’immenso patrimonio degli Eggenberg al piccolo Giovanni Cristiano II, di appena dodici anni. L’anno dopo, un attacco di appendicite portò via anche questo ragazzino, l’ultimo Eggenberg. Rimasero solo due sorelle e il patrimonio – tranne Gradisca – passò alle loro famiglie. Nella chiesa di Maria Hilf di Graz si trovano le sepolture di Giovanni Cristiano II, del prozio Giovanni Cristiano I e dell’antenato Giovanni Ulrico, il primo che emerse e acquisì grande potere alla corte dell’imperatore Ferdinando. L’indipendenza della principesca contea finì perciò con l’estinzione del ramo mascolino degli Eggenberg nel 1717; la città conservò un’amministrazione particolare per oltre trent’anni ma nel giugno 1754 venne assorbita dalla Contea di Gorizia.</p>
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		<title>Un galantuomo d&#8217;altri tempi</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/un-galantuomo-daltri-tempi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Vanni Feresin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Jun 2017 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA&SPETTACOLO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Guglielmo Willy Riavis</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Delineare in maniera puntuale, precisa, completa ed esaustiva in un articolo la poliedrica figura dell’uomo, insegnante, artista e architetto <strong>Guglielmo “Willy” Riavis </strong>è impossibile. Risulta in ogni caso necessario riportare alla memoria collettiva e all’attenzione pubblica l’opera e l’impegno che profuse per la città di <strong>Gorizia </strong>e l’Arcidiocesi.</p>
<p>Il ricordo di Guglielmo Riavis, negli ultimi vent’anni, è venuto meno e anche per questa ragione cercheremo di dare un’idea possibilmente globale della sua pluridecennale attività, lasciando il giusto spazio al lato umano di questo personaggio che generalmente viene ricordato come “un galantuomo e gentiluomo d’altri tempi”. Nacque, terzo di undici figli, a Klagenfurt il 13 aprile del 1917. Il padre Fiore Riaviz, originario di Tarnova, e la madre Elisabetta (Lisi) Bone di Voghersko si trasferirono in Austria durante il primo conflitto mondiale e vi restarono fino al termine della guerra.</p>
<p>Ritornati a Gorizia, il padre trovò lavoro come tranviere e la famiglia prese il domicilio in via Cipriani e, successivamente, in via Duca d’Aosta (Borgo San Rocco).</p>
<p>Negli anni del fascismo il cognome della famiglia venne cambiato in Riavis. Fin da piccolo Guglielmo rivelò grandi attitudini artistiche: ricevette infatti una medaglia d’oro dal Re Vittorio Emmanuele III e, a quindici anni, un premio dal Duce con un quadro del Castello di Gorizia bombardato e distrutto durante la Grande Guerra. Ottenuto il diploma alla Scuola di Avviamento Professionale (dove conobbe i fratelli Virgilio e Giordano Malni, con i quali collaborerà alla realizzazione di numerose opere in città, come la sede centrale della Cassa di Risparmio di Gorizia in Corso Italia), si iscrisse come privatista al Liceo Artistico di <strong>Venezia</strong>, dove si diplomò. Dopo l’esame di maturità si iscrisse all’Istituto di Architettura di Venezia dove si mantenne lavorando. Anche nel periodo universitario seppe farsi amare e apprezzare dagli amici e compagni per la sua indole bonaria e per la sempre generosa disponibilità che lo caratterizzò durante tutta l’esistenza. L’aneddotica in merito è  molta ed è tutta indirizzata nel delinearlo come un uomo competente, colto, corretto e modesto, di grande spirito e dalla battuta immediata, amante della musica, dal disegno facile, preciso e rapido, che non si negava mai.</p>
<p>Nel 1941 venne chiamato alle armi; nel 1943, in piena guerra, si sposò nella Chiesa di Sant’Andrea con <strong>Gabriella Copparoni </strong>e subito dopo fu trasferito con la moglie nella caserma militare di <strong>Villa Vicentina</strong>. Pochi mesi più tardi venne distaccato in <strong>Corsica</strong>, come ufficiale del Genio, e di lui si persero le notizie per due anni. Nel 1945 ritornò a Gorizia e venne, quasi subito, inviato a <strong>Napoli </strong>e poi, a seguito degli alleati, nell’esercito italiano, a <strong>Moncalieri</strong>, nelle vicinanze di Torino, dove abiterà con la famiglia fino alla fine del conflitto.</p>
<p>Si laureò nel 1946 e, nel 1947, fece definitivamente ritorno a Gorizia. Iniziò a lavorare come sorvegliante presso il cantiere dell’impresa dei fratelli Rodolfo, Cirillo e Metodio Macuzzi: di questi ultimi sarà amico fraterno. In quegli anni, per conto di esuli istriani, si dedicò all’attività di grafico pubblicitario, realizzando etichette per vini, liquori e caramelle. Grazie a quell’esperienza realizzerà anche manifesti e medaglie per la Pro Loco (sfilata folkloristica), cartelloni pubblicitari per la Fiera di Sant’Andrea, per la Sagra di San Rocco e per la Croce Verde. Nello stesso tempo incomincerà a ideare design per l’arredamento di interni.</p>
<p>Oltre a queste attività progettava e allestiva gli stand espositivi per la Fiera dell’Alpe Adria in tutta la regione, ma anche in Austria, a Zagabria e a Firenze. Guglielmo Riavis fu anche insegnante al Magistero della Donna, poi alla scuola media “G.I. Ascoli” e negli anni cinquanta, ottenuta l’abilitazione all’insegnamento a Roma, divenne insegnante di disegno del merletto nell’omonima scuola: fu proprio lui a rinnovare e rivoluzionare il disegno dei classici pizzi d’Idria, introducendo con la moglie Gabriella l’uso del colore nei merletti fino a quel momento bianchi o ecrù.</p>
<p>Con un suo disegno realizzato alla scuola merletti vinse il primo premio alla <em>Biennale Internazionale d’arte di Venezia – Sezione Arti Applicate e Artigianato</em>. In seguito si dedicò anche alla pittura, specialmente nell’acquarello, grazie a un’innata precisione per il dettaglio, ben visibile anche nella disposizione dei mobili delle sacrestie, delle suppellettili sacre, nonché nella passione per le stoffe, per l’oggettistica antica che sapeva valorizzare unendola alle necessità del moderno.</p>
<p>Iniziò l’attività di architetto intorno al 1959 progettando, insieme agli architetti Lidia Cinti Greggio e Giordano Malni, la sede centrale della Cassa di Risparmio di Gorizia (angolo corso Verdi – via Diaz).  La sua opera architettonica conta circa seicento lavori. Collaborò, come presidente della commissione edilizia, con i sindaci goriziani Bernardis, Martina e Scarano, nonché nella commissione arte sacra per quindici anni, con gli arcivescovi Pangrazio, Cocolin (dei quali realizzerà lo stemma) e Bommarco.</p>
<p>Tra le sue opere più significative si devono ricordare: il restauro del Mercato coperto, dell’interno del municipio, del Palazzo Lenassi, dell’Albergo “la Transalpina”, della “Casa del Capitolo” in corte sant’Ilario, della “Villa Verde” in via della Bona, appartenente alle suore di San Vincenzo, e del Convitto delle suore slovene della “Sacra Famiglia” in via don Bosco, la progettazione del nuovo oratorio della Parrocchia di San Rocco, del primo grattacielo in Corso Italia, delle case popolari a Sant’Andrea, del Palazzo “Isontina Alimentari”, delle case degli esuli istriani in zona Sant’Anna, della chiesa di Sant’Anna, della chiesa di San Marco Evangelista nel <strong>Villaggio del Pescatore</strong>, della chiesa di San Giuseppe Artigiano, la ristrutturazione dell’austro ungarica “Pensione da Sandro” in via Santa Chiara, della Pensione “Stella Maris” con l’annessa cappella a <strong>Grado</strong>, del Duomo di <strong>Gradisca</strong>, del Presbiterio della Cattedrale di Gorizia, dell’antica chiesetta romanica di <strong>Farra d’Isonzo</strong>. Senza scordare il rifacimento, secondo le nuove norme prodotte dal Concilio Vaticano II, dell’altare della Chiesa di <strong>Giasbana</strong>, della Chiesa di <strong>San Floriano</strong>, della Cappella e della Sacrestia delle Suore Orsoline, della Chiesa di <strong>San Dorligo della Valle</strong>, del Convento e della Cappella delle suore della Provvidenza di via Vittorio Veneto; nonché la progettazione di due chiese in <strong>Congo</strong>.</p>
<p>Fu artefice del restauro di numerose antiche ville mitteleuropee a Gorizia e non solo: villa Braunizer, villa De Baguer a <strong>Montesanto</strong>, villa Caneparo, villa Milocco, villa Zanei, villa Orzan, villa “Mulino” a Farra d’Isonzo, villa Ferluga a C<strong>ormòns</strong>, villa Ernesto Macuz e gli interni del Palazzo Coronini–Cromberg. La sua opera è visibile anche nel sud dell’<strong>Iran </strong>dove realizzò numerose ville tra cui la “White House” inglese ad <strong>Ahwaz </strong>e il restauro dell’“Hotel Park”; successivamente, insieme alla figlia Milvia e al genero – l’architetto <strong>Sirus Fathi </strong>– progettò il nuovo ospedale universitario.</p>
<p>L’architetto Guglielmo Riavis si spense il 6 settembre del 1987 lasciando alla città di Gorizia l’indelebile segno della sua multiforme e complessa opera che, a tutt’oggi, necessita di essere catalogata e studiata con particolare attenzione e cura.</p>
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