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	<title>Annalisa Casarin &#8211; imagazine.it</title>
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	<title>Annalisa Casarin &#8211; imagazine.it</title>
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		<title>L&#8217;igiene in casa</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/ligiene-in-casa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Annalisa Casarin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 06 Dec 2015 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SOCIETÀ]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Batteri e pulizia</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"> 	Rendere la casa un luogo pulito e sicuro è spesso più semplice da dire che da fare. Molte persone hanno convinzioni errate che le spingono a comportamenti scorretti e a volte controproducenti. Vediamo in sintesi alcuni consigli per migliorare i gesti quotidiani di pulizia che non renderanno la casa sterile, in quanto impossibile da ottenersi, ma eviteranno di creare un ambiente adatto alla proliferazione di parassiti e batteri.</p>
<p style="text-align: justify;"> 	<strong>La Cucina</strong></p>
<p style="text-align: justify;"> 	Una spugna da cucina può contenere 200.000 volte più batteri di una tavoletta del wc! E se si utilizza uno straccio per pulire stoviglie e superfici i batteri vi si possono attaccare, pertanto sopravvivono al semplice risciacquo. Si consiglia di lavare una volta alla settimana le spugne in lavastoviglie o in acqua bollente e gli stracci ad almeno 60 gradi con un detergente a base di varecchina e di lasciarli asciugare completamente. Per quanto riguarda gli asciugamani da cucina spesso sono utilizzati per asciugare le stoviglie e le mani pertanto i residui di cibo e batteri contaminano le mani appena lavate. Si dovrebbero utilizzare due asciugamani separati e lavarli ogni settimana in acqua calda a 60 gradi. Il frigo dovrebbe essere pulito internamente dalle due alle quattro volte l’anno usando una miscela di acqua e aceto in parti uguali. L’aceto ha proprietà antibatteriche ed elimina odori sgradevoli.</p>
<p style="text-align: justify;"> 	<strong>La stanza da letto</strong></p>
<p style="text-align: justify;"> 	Lenzuola e federe dovrebbero essere lavate una volta alla settimana, ogni due se la persona fa la doccia prima di andare a letto. Durante la notte si suda e si rimuovono le cellule morte della pelle e dei capelli. Gli acari della polvere se ne nutrono e possono proliferare indisturbati creando reazioni allergiche. Inoltre, quando ci si alza, sarebbe meglio lasciare lenzuola e coperte aperte per arearle. Il 10% del peso del cuscino dopo 2 anni di utilizzo viene sostituito da acari e residui. Se possibile, lavarlo in lavatrice ogni 3 mesi. Nota bene: le maniglie sono una delle vie più comuni di trasmissione dei germi. È quindi importante ricordarsi di disinfettarle con frequenza.</p>
<p style="text-align: justify;"> 	<strong>Tecnologia</strong></p>
<p style="text-align: justify;"> 	Computer e cellulari sono spesso dimenticati, ma sono superfici che si sporcano facilmente. Una persona su cinque non li pulisce mai. Nel caso di dispositivi che non possono essere bagnati si raccomanda l’utilizzo di salviette con isopropyl alcohol. Per pulire la tastiera esistono bombolette di aria compressa per far fuoriuscire quello che si annida fra i tasti. In media una tastiera può contenere 1.200 micro organismi per centimetro quadrato.</p>
<p style="text-align: justify;"> 	<strong>Quando pulire</strong></p>
<p style="text-align: justify;"> 	Ogni quanti giorni pulire le diverse zone della casa dipende da molti fattori: quante persone ci vivono, quante altre persone la usano, le loro abitudini di pulizia dopo aver mangiato o utilizzato le varie stanze, se ci sono animali da compagnia, se ci sono problemi idraulici che producono ristagno di acqua, se la casa viene areata o se le persone vi passeggiano con le scarpe sporche di terra e così via. In generale è buona norma passare diverse volte al giorno le superfici della cucina che vengono a contatto con i cibi così come i piatti e gli utensili utilizzati per prepararli e ingerirli. I pavimenti sarebbero da spazzare almeno una volta al giorno e i residui di cibo eliminati dalla cucina. Una o due volte la settimana si dovrebbero lavare i pavimenti, pulire il bagno a fondo, passare i lavandini, spolverare, lavare vestiti e lenzuola. Una volta al mese lavare frigo, forno, armadi di cucina e vetri; spolverare le zanzariere; togliere le eventuali ragnatele.</p>
<p style="text-align: justify;"> 	<strong>Alcuni suggerimenti su come lavare i panni efficacemente</strong></p>
<p style="text-align: justify;"> 	Per uccidere i batteri si dovrebbero utilizzare temperature uguali o superiori ai 60 gradi. Per quanto in molte  lavatrici sia scritto che raggiungono i 90 gradi quando sottoposte a test solo alcune marche hanno dimostrato di poter scaldare l’acqua fino a tali temperature. Sono in commercio additivi con proprietà antibatteriche che possono essere utilizzati quando si lavano indumenti intimi, calzini o tessuti venuti a contatto con urina, feci o vomito. Questi indumenti dovrebbero essere lavati separatamente da asciugamani e tessuti da cucina, specialmente se si usano basse temperature. Lenzuola e asciugamani dovrebbero essere lavati a 60 gradi. Lasciare sempre l’oblò o lo sportello della lavatrice aperto quando non in uso in modo da evitare la formazione di muffe. Lavare  frequentemente le guarnizioni e il cassetto dei detersivi. Fare un ciclo a 90 gradi almeno una volta alla settimana per evitare che batteri e funghi proliferino nella lavatrice ed i tubi. Utilizzare aceto di vino bianco, la quantità dipende da quanti panni vengono lavati. Infine lavarsi sempre le mani dopo ogni operazione di pulizia.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Antibiotici? Solo quando necessario</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/antibiotici-solo-quando-necessario/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Annalisa Casarin]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Jul 2015 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SOCIETÀ]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Farmaci e abusi</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/01/10730-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/antibiotici-solo-quando-necessario/">Antibiotici? Solo quando necessario</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	Gli antibiotici o antimicrobici sono diventati una componente essenziale della medicina moderna. Naturali o di sintesi, sono farmaci in grado di rallentare o fermare la proliferazione dei batteri e solo di essi. Sono definiti batteriostatici quando ne fermano la proliferazione e battericidi quando uccidono direttamente i microorganismi.</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	La resistenza agli antibiotici, o antibiotico-resistenza, è un fenomeno per il quale un batterio risulta resistente all’attività di un antimicrobico. Il consumo inappropriato ed eccessivo di antibiotici e il conseguente sviluppo dell’antibiotico-resistenza in tutti i Paesi europei costituisce un problema sempre più allarmante.</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	Il 76% degli antibiotici è usato in zootecnia e solo il 6% per curare gli animali, il 70% è usato per farli crescere velocemente. L’uso massiccio di farmaci nella catena di produzione di carne e di latte ha creato ceppi di batteri resistenti agli antibiotici; quando questi batteri raggiungono l’uomo la possibilità di cura è molto limitata.</p>
</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	I dati di uno studio condotto dall’Agenzia Italiana del Farmaco mostrano che il nostro Paese si colloca ai primi posti in Europa per consumo di antibiotici, preceduto solo da Grecia e Cipro. Con questa sovraesposizione si corre il rischio di non poter più disporre in futuro di farmaci adeguati a curare le infezioni. L’esempio più eclatante di antibiotico-resistenza è quello del MRSA, lo Stafilococco Aureo Meticillino Resistente.</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	Questo batterio, normalmente presente sulla cute e in narici e gola, si è evoluto in maniera tale da essere resistente all’antibiotico di scelta per fermarne la proliferazione, la Meticillina. Pertanto, se l’MRSA penetra la cute e arriva al torrente circolatorio, l’infezione che causa compromette seriamente la salute dell’ospite (la persona o l’animale in cui si insidia) fino a causarne la morte. Chi è più a rischio di essere ospite di un batterio resistente sono individui con difese immunitarie immature o diminuite, pertanto neonati e bambini, anziani, immunodepressi per malattia o perché oggetto di cure chemioterapiche e persone sottoposte a intervento chirurgico.</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	In Italia sono stimati 5.000-7.000 decessi annui riconducibili a infezioni assunte in ospedale. In media il 5% dei pazienti ospedalizzati contrae un’infezione durante il ricovero. Questo non è sempre causato da inattenzione dei professionisti o terapie sbagliate: il paziente ricoverato è infatti di per sé più suscettibile alle infezioni. Inoltre il tempo di degenza e la durata dei trattamenti antibiotici sono i fattori principali che si correlano al rischio di infezione: più tempo il paziente è in ospedale più è in contatto con batteri già resistenti o che possono mutare e diventarlo. Le manifestazioni più rilevanti sono polmoniti, infezioni urinarie, infezioni delle ferite chirurgiche e del catetere venoso con quadri di sepsi (infezione generalizzata). A volte i batteri hanno l’abilità di insediarsi in organi difficilmente accessibili in cui è arduo far arrivare una concentrazione efficace di farmaco, potendo pertanto proliferare indisturbati e perfino scambiarsi materiale genetico di specie in specie e creare resistenze multiple.</p>
</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	L’igiene delle mani è la misura più efficace per ridurre le infezioni associate alle cure sanitarie. Nel 2009 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha suggerito la frizione delle mani con prodotto a base alcolica come efficace misura preventiva di infezioni in ospedale. Diversi studi hanno dimostrato infatti che il gel alcolico riduce le infezioni da MRSA e i costi del Servizio Sanitario in termini di spesa per antibiotici. Questo metodo di prevenzione deve essere seguito da chiunque entri in ospedale: professionisti, pazienti e visitatori in quanto ognuno può portare all’interno batteri resistenti. In Europa non tutti i Paesi si sono adeguati alle direttive nella stessa misura. Per arginare la proliferazione di batteri resistenti l’Agenzia Italiana del Farmaco raccomanda “di ricorrere agli antibiotici solo quando necessario e dietro prescrizione del medico che ne accerti l’effettiva utilità, di non interrompere mai la terapia prima dei tempi indicati dal medico o, comunque, solo dietro suo consiglio e di non assumere antibiotici per curare infezioni virali”. Quindi NON vanno presi per raffreddori e influenza o per il semplice mal di gola. Queste sono poche e semplici indicazioni per preservare le capacità dei farmaci di curare le infezioni visto che la possibilità di crearne di nuovi è sempre più limitata.</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	Referenze: <a href="http://ec.europa.eu/" target="_blank" rel="noopener">http://ec.europa.eu</a>; <a href="http://www.who.int/" target="_blank" rel="noopener">http://www.who.int</a>; <a href="http://www.agenziafarmaco.gov.it/" target="_blank" rel="noopener">www.agenziafarmaco.gov.it</a></p>
<p align="LEFT" class="ui-droppable"> 	 </p>
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			</item>
		<item>
		<title>Che effetti ha la luce artificiale?</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/che-effetti-ha-la-luce-artificiale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Annalisa Casarin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Jul 2015 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SOCIETÀ]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Inquinamento luminoso</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/01/10449-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/che-effetti-ha-la-luce-artificiale/">Che effetti ha la luce artificiale?</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"> 	Le ragioni per cui una persona potrebbe non riuscire a dormire sufficientemente sono diverse: l’inizio del lavoro o della scuola molto presto al mattino, i turni di notte, l’ingestione di cibo e bevande ricchi in caffeina. Ognuno di questi comportamenti è legato all’avvento della luce elettrica perché questa tecnologia ha portato a una produzione di beni e servizi 24 ore su 24 e sette giorni su sette.</p>
<p style="text-align: justify;"> 	Molte persone devono stare sveglie in orari non naturali e non riescono a recuperare il sonno mancato, tendono a dormire per poche ore o si agitano nel letto. Questi sono i sintomi dell’insonnia per la quale la luce artificiale rappresenta uno dei fattori precipitanti*. Più del 99% della popolazione di Europa e Stati Uniti e circa i due terzi della popolazione mondiale vivono in aree illuminate costantemente, mentre il cielo notturno supera la soglia dell’inquinamento luminoso, ovvero la luminosità del cielo oltrepassa del 10% quella naturale della notte dovuta a un’illuminazione inappropriata che causa alterazioni a flora e fauna. Inoltre la deprivazione di sonno volontaria dovuta ad attività ricreative, quali stare davanti a televisione e sistemi informatici di notte, perpetua l’alterazione del ritmo circadiano** in modo più potente di molte droghe.</p>
<p style="text-align: justify;"> 	<em>E-reader</em>, <em>tablet</em> e <em>smartphone</em>, per esempio, emettono una luce blu in grado di ostacolare la produzione fisiologica di melatonina, ormone responsabile dei ritmi circadiani.</p>
<p style="text-align: justify;"> 	Analizzando il termine luce, esso si riferisce allo spettro o campo di attività delle onde elettromagnetiche visibili all’occhio umano. La presenza contemporanea di tutte le lunghezze d’onda visibili (i colori) forma la luce bianca, ad esempio quella emessa dal Sole. La luce viaggia nel vuoto, quando incontra un materiale si scompone nelle sue componenti colorate (l’arcobaleno è dovuto alla scomposizione o rifrazione della luce nell’acqua).</p>
<p style="text-align: justify;"> 	I moderni display a colori presenti nei monitor dei computer o nei televisori utilizzano solo  lunghezze d’onda appartenenti al rosso, al verde e al blu, che servono ad “approssimare” anche gli altri colori dello spettro. L’esposizione alla luce principalmente di lunghezza d’onda blu inibisce la produzione della melatonina in misura dose-dipendente, cioè più luce blu c’è, meno melatonina viene prodotta.</p>
<p style="text-align: justify;"> 	La melatonina è un ormone secreto da una ghiandola posta alla base del cervello, l’epifisi o ghiandola pineale. Essa sintetizza la melatonina in assenza di luce. Poco dopo la comparsa dell’oscurità, le sue concentrazioni nel sangue aumentano rapidamente e raggiungono il massimo tra le 2 e le 4 di notte per poi ridursi gradualmente all’approssimarsi del mattino. L’occhio, come l’orecchio che ascolta e regola l’equilibrio, ha due funzioni: quella della visione e quella di trasmettere al cervello informazioni circa la presenza di luce nell’ambiente per regolare il nostro ‘orologio biologico’. Quando il segnale raggiunge il cervello i neuroni che inducono il sonno  vengono inibiti, sopprimono il rilascio di melatonina e lo stato di veglia viene attivato. Come già spiegato, più luce blu colpisce l’occhio, meno melatonina viene prodotta e il ritmo sonno-veglia viene interrotto.</p>
<p style="text-align: justify;"> 	Un effetto che solo in parte potrebbe essere evitato con la somministrazione di melatonina di sintesi, dal momento che l’ormone può essere assunto solo per brevi periodi, altrimenti verrebbe compromessa la naturale capacità di produzione da parte dell’organismo.</p>
<p style="text-align: justify;"> 	Il naturale ciclo di 24 ore di luce e buio aiuta a mantenere l’equilibrio nei ritmi biologici circadiani, insieme con i processi di base che aiutano il nostro corpo a funzionare normalmente. L’eccessiva esposizione all’illuminazione notturna disturba questi processi essenziali ed è in grado di creare effetti potenzialmente nocivi sulla salute umana.</p>
<p style="text-align: justify;"> 	La deprivazione di sonno costituisce uno dei fattori di rischio per condizioni patologiche come l’obesità, il diabete, le malattie cardiovascolari, la depressione e l’ictus. Inoltre la melatonina sembrerebbe in grado di inibire l’insorgenza del cancro al seno e alla prostata come evidenzia uno studio condotto su lavoratori che fanno turni di notte (Organizzazione Mondiale di Sanità, 2007). Ancora più evidenti sono gli effetti sulle facoltà psichiche dell’insonnia: la capacità di attenzione, di concentrazione e di apprendimento si riducono, e anche l’umore può farne le spese; inoltre, si determina un incremento degli stati di ansia e di depressione.</p>
<p style="text-align: justify;"> 	Molto ruota intorno alle quantità e qualità di luce alla quale siamo esposti la sera, che riproduce anche durante le ore notturne i segnali che sarebbero propri del giorno. L’avvento dell’illuminazione a LED (<em>light emitting diode</em> = diodo ad emissione luminosa), più efficiente di quella delle classiche lampadine a incandescenza e anche delle alogene, ma ricca delle componenti blu-verde dello spettro, non aiuta.</p>
<p style="text-align: justify;"> 	Pertanto l’industria si sta muovendo per creare luci LED con un’emissione più spostata verso le tonalità giallo-arancio, in accordo con i nostri ritmi circadiani. Sulla base di quanto sopra, tutte le seguenti regole minime dovrebbero essere seguite per limitare l’inquinamento luminoso: non permettere che gli apparecchi di illuminazione inviino luce orizzontalmente e verso l’alto; non sprecare luce al di fuori dell’area da illuminare; evitare di sovrailluminare; spegnere le luci quando l’area non è usata; puntare a un calo del flusso totale installato (come sta avvenendo per gran parte degli altri inquinanti, per i quali si impone una loro riduzione); limitare fortemente la luce blu nello spettro delle lampade; evitare di permanere davanti a uno schermo fino alle ore piccole.</p>
<p style="text-align: justify;"> 	 </p>
<p style="text-align: justify;"> 	<em>*Fattori che aumentano il rischio di sviluppare un disturbo</em></p>
<p style="text-align: justify;"> 	<em>**Ciclo che si compie all’incirca ogni 24 ore, ritmo con cui si ripetono regolarmente certi processi fisiologici</em></p>
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		<title>La meditazione &#8220;salva&#8221; le funzioni cerebrali</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/la-meditazione-salva-le-funzioni-cerebrali/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Annalisa Casarin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Apr 2015 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SOCIETÀ]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il cervello durante l'invecchiamento</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"> 	Il verbo meditare significa riflettere con attenzione. Meditazione (dal latino <em>meditatio</em>, riflessione) è la parola usata per esprimere qualcosa a metà tra la concentrazione e la contemplazione. La concentrazione è focalizzata su un punto; la contemplazione ha un raggio d’azione più ampio. Comunque sia praticata, la meditazione è una pratica per esercitare la mente, così come lo sport viene usato per allenare il corpo. È difficile risalire alla nascita di questa attività senza considerare il contesto religioso in cui è stata praticata.</p>
<p style="text-align: justify;"> 	Dati risalenti ai tempi preistorici indicano che anche le civiltà più antiche utilizzavano pensieri ripetitivi e canti ritmici per placare gli dei. Alcuni dei primi documenti scritti sulla meditazione risalgono al 1500 a.C. quando veniva praticata dai religiosi Hindù. Intorno al 500-600 a.C. i taoisti in Cina e i buddisti in India hanno cominciato a sviluppare pratiche meditative più strutturate. La meditazione legata alla religione cristiana nasce molto dopo quando, intorno al sesto secolo d.C., si è sviluppata dalla pratica di lettura della Bibbia da parte dei monaci benedettini. Ai giorni nostri la meditazione viene usata in tutto il mondo per combattere principalmente stress e ansia, ma diversi studi hanno dimostrato un intervento terapeutico su diverse altre patologie.</p>
<p style="text-align: justify;"> 	Benché la vita delle persone duri più a lungo, gli anni guadagnati spesso comportano il rischio di malattie mentali e neurodegenerative, ma uno studio recente ha dimostrato che la meditazione potrebbe rappresentare un metodo per ridurne l’incidenza. Essa, infatti, sembra preservare la materia grigia cerebrale, il tessuto che contiene i neuroni, agendo diffusamente sull’intera area del cervello.</p>
<p style="text-align: justify;"> 	Lo studio, pubblicato nella rivista <em>Frontiers in Psychology</em>, ha coinvolto due gruppi di volontari, di 50 soggetti ciascuno. Uno dei gruppi era costituito da persone esperte nell’arte della meditazione, con una pratica media di 20 anni. L’altro da non adepti. L’età degli esaminati era nel range 24-77 anni. Osservando il cervello di ciascuno nel corso del tempo, per tutti si è evidenziata un’atrofia della materia grigia anno dopo anno, ovvero la riduzione progressiva di volume. Ma per coloro che praticavano la meditazione la perdita di volume cerebrale negli anni appariva più contenuta.</p>
<p style="text-align: justify;"> 	Esistono diversi modi per meditare. Nel corso dei secoli infatti le varie tradizioni spirituali dell’oriente hanno sviluppato tecniche e percorsi diversi per lo sviluppo della coscienza attraverso la pratica della meditazione. Ciò nonostante rimangono dei fattori comuni importanti che accomunano tutte le diverse forme di meditazione. Uno di questi è lo sviluppo della consapevolezza dell’individuo. Che sia <em>mindfulness</em>, <em>manthra </em>o <em>meditazione guidata</em>, per citarne alcune, tutte le tecniche di meditazione possono essere incluse in due gruppi: meditazione concentrativa e quella analitica o <em>non directive</em>. La prima si focalizza sul respiro o su determinati pensieri che a loro volta bloccano altri. Durante la seconda, invece, chi la pratica focalizza l’attenzione sulla respirazione o su particolari suoni, ma alla mente è permesso di ‘vagare’ senza blocchi. La <em>mindfulness meditation </em>fa parte del primo tipo e viene definita come attenzione consapevole, intenzionale e non giudicante alla propria esperienza nel momento in cui essa viene vissuta. In origine una pratica buddista, questa tecnica molto in voga al momento è accettata come terapia per ansia e depressione. Viene praticata nelle scuole, da team sportivi e unità militari per migliorarne le prestazioni e sembra avere effetti benefici in pazienti colpiti da dolore cronico, sindrome del colon irritabile, cancro, tinnito e HIV. La meditazione renderebbe i sintomi di queste malattie più tollerabili migliorando inoltre l’umore e la qualità del sonno.</p>
<p style="text-align: justify;"> 	Uno studio in cui sono state fatte immagini di risonanza magnetica a soggetti sani ha rivelato che questa pratica antica può cambiare profondamente la comunicazione fra diverse aree del cervello. Dopo 8 settimane di <em>mindfulness meditation </em>l’amigdala, uno dei centri coinvolti nella reazione da stress, sembra restringersi e la corteccia prefrontale, una delle zone deputate all’elaborazione di coscienza, concentrazione e processi decisionali, appare più spessa. Inoltre, la connessione fra queste regioni e il resto del cervello sembra migliorare.</p>
<p style="text-align: justify;"> 	La meditazione sembra quindi proteggere il cervello dall’invecchiamento e lo difende dall’atrofia tipica degli anni a carico della materia grigia che solitamente si assottiglia col tempo. I dati disponibili sono promettenti e indicano potenzialità protettive contro l’inevitabile ‘decadenza’ cui la nostra mente va incontro già dai 20 anni in su.</p>
<p style="text-align: justify;"> 	Questo apre la strada a nuovi utilizzi della meditazione non solo nell’ambito dell’invecchiamento fisiologico, ma anche in quello di malattie neurodegenerative come l’Alzheimer.</p>
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		<title>Demenza, il dramma dei familiari</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/demenza-il-dramma-dei-familiari/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Annalisa Casarin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Jan 2015 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SOCIETÀ]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Impatto sociale, fattori di rischio, prevenzione</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/01/8614-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/demenza-il-dramma-dei-familiari/">Demenza, il dramma dei familiari</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	La demenza è una condizione che interessa dall’1 al 5% della popolazione sopra i 65 anni di età, con una prevalenza (percentuale di casi nella popolazione in un dato momento) che raddoppia ogni quattro anni. Infatti quasi l’11% dei settantenni e circa il 21% degli ultraottantenni che risiedono a domicilio manifestano un grado variabile di deterioramento delle funzioni cognitive.</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	L’impatto della demenza sui pazienti, i loro familiari e la società è fisico, psicologico, sociale ed economico. In particolare, per le famiglie delle persone affette e per coloro che se ne prendono direttamente cura, la demenza è fonte di elevato stress psico-fisico. L’Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT) ha presentato nel 2011 i dati di uno studio italiano riguardante le condizioni di salute di chi si occupa di un familiare con demenza.</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	Spesso la permanenza del malato in famiglia costituisce la migliore strategia per contenere il ritmo di decadimento delle funzioni mentali e contenere i costi di assistenza. Questo a svantaggio dei familiari, in quanto una persona che convive con un anziano con demenza ha una probabilità di trovarsi in cattiva salute di circa il 60% più alta di una persona che non vive in questa condizione. Tale impatto negativo sulla salute è più forte per i familiari in età lavorativa e sulle donne, probabilmente per un accumulo di ruoli. Inoltre la presenza in famiglia di un anziano con demenza produce effetti negativi maggiori sulla salute dei familiari rispetto alla presenza di un anziano disabile.</p>
</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	Per quanto concerne il livello sociale ed economico, la stima più recente del numero di malati di Alzheimer in Italia risale a dati del 2006. I pazienti erano circa 520.000, con un costo annuo per paziente di circa 60.000 euro, dato dalla somma dei costi diretti (per acquisti di prestazioni e servizi) e dei costi indiretti (ore di assistenza e sorveglianza). I costi diretti, pari a circa 15.000 euro, risultavano essere sostenuti prevalentemente dalla famiglia (per una quota di oltre il 71%). La componente dei costi indiretti era legata per la quasi totalità all’assistenza prestata da ‘badanti’.</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) indica le demenze come una priorità per la sanità pubblica nei prossimi decenni. L’OMS raccomanda di: promuovere una società disponibile a prendersi cura delle persone con demenza; considerare la demenza una priorità per le politiche sanitarie e assistenziali di ogni nazione; promuovere la consapevolezza, sia dei professionisti della sanità sia del pubblico, nei confronti della demenza; investire in sistemi sanitari e sociali per migliorare l‘assistenza e i servizi per le persone affette da demenza e per coloro che assistono tali persone.</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	Tutto questo perché non esiste al momento una cura per la demenza o per alterarne il decorso progressivo. Pertanto i punti salienti del trattamento della demenza sono: diagnosi precoce, ottimizzare le condizioni fisiche e psichiche tramite l’attività fisica e la ricerca del benessere, riconoscere e trattare malattie che si accompagnano ai sintomi della demenza o ne sono causa, identificare alterazioni comportamentali e psicologiche e non sottovalutarle, dare informazioni e supporto a chi si prende cura di un familiare con demenza.</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	Conoscerne i fattori di rischio è il primo passo verso la prevenzione di ogni malattia. Nel caso delle demenze il primo fattore è di per sé non modificabile: l’età. Invecchiare bene è l’obiettivo da raggiungere. Innanzitutto, smettere di fumare comporta una riduzione del rischio demenza: l’incidenza della patologia tra persone con più di 65 anni è la stessa tra gli ex-fumatori e chi non ha mai fumato, mentre è più alta per chi fuma ancora. Il controllo del diabete, della pressione sanguigna alta e del rischio cardiovascolare potrebbe ridurre il rischio di demenza anche in età avanzata: quello che è buono per il cuore, è valido per il cervello.</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	Un recente studio italiano sull’invecchiamento (<em>Italian Longitudinal Study on Aging</em>) che ha valutato le condizioni di salute di 5.632 partecipanti dai 65 agli 84 anni d’età, ha dimostrato che i fattori di rischio sono diversi a seconda del sesso. Fra gli uomini più frequentemente affetti dalla demenza vascolare, i fattori che più incidono sullo sviluppo della demenza sembrano essere età, problemi cardiaci scompensati, malattia di Parkinson, presenza di un parente con demenza e sintomatologia depressiva lieve, mentre un valore contenuto di trigliceridi sembra essere protettivo.</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	Fattori significativi per le donne, più suscettibili a sviluppare una demenza di Alzheimer, sono età, depressione lieve e severa, glicemia elevata e obesità. Nel caso del sesso femminile, anche solo tre anni di scolarità sembrano essere protettivi, mentre in generale l’educazione permette di proteggersi dai deficit cognitivi legati all’invecchiamento. Da notare che la probabilità di entrare in una condizione di demenza non è data dalla somma dei fattori di rischio, ma dalla loro interazione e alcuni di questi fattori possono entrare in azione solo in presenza di altri. È pertanto importante riconoscerli e agire subito.</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	Per quanto sia preoccupante, essere affetti da demenza può comunque permettere al paziente di vivere attivamente, mantenendo le funzioni mentali grazie a un corretto trattamento iniziato precocemente.</p>
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		<item>
		<title>Demenza, una crescita da controllare</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/demenza-una-crescita-da-controllare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Annalisa Casarin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Dec 2014 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SOCIETÀ]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://imagazine.it/?p=15192</guid>

					<description><![CDATA[<p>Invecchiamento e patologie</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/01/8017-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/demenza-una-crescita-da-controllare/">Demenza, una crescita da controllare</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	Nel 2011 l’Organizzazione mondiale della sanità ha stimato che entro il 2050 il numero delle persone con più di 65 anni passerà da 524 milioni a 1,5 miliardi. In vista di una popolazione globale sempre più anziana, l’incremento delle patologie legate all’invecchiamento è inevitabile. La demenza è una delle maggiori cause di disabilità e dipendenza che colpisce gli anziani di tutti i paesi ed è una condizione stressante non solo per il paziente che ne è affetto, ma spesso soprattutto per le persone che se ne prendono cura. Purtroppo c’è ancora una carenza di informazioni e di riconoscimento della malattia che si esplicita in una stigmatizzazione del soggetto e nella creazione di barriere a diagnosi e trattamento.</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	Con il termine “demenza”, dal latino <em>dementia </em>(privo di mente), si indica non una malattia, ma una sindrome, cioè un insieme di sintomi. La demenza comporta l’alterazione progressiva di alcune funzioni cerebrali: memoria, ragionamento, linguaggio, capacità di orientarsi e di svolgere compiti motori complessi. Tali compromissioni sono accompagnate e occasionalmente precedute da alterazioni della personalità, con difficoltà a mantenere un comportamento sociale adeguato alle circostanze e di controllare le proprie reazioni emotive.</p>
</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	Il declino delle facoltà cognitive della persona è maggiore di quello che ci si potrebbe aspettare dall’invecchiamento fisiologico e spesso di severità tale da interferire con le attività quotidiane. Le persone affette da demenza possono diventare apatiche o disinteressate alle usuali attività di ogni giorno e alla socializzazione, avere allucinazioni visive o uditive, perdere la capacità di capire e mostrare compassione e fare affermazioni false o accusatorie.</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	Pianificare, prendere decisioni e organizzare divengono azioni ingestibili, pertanto il paziente necessita dell’aiuto di amici o familiari anche per le cose più semplici. Ogni persona può presentare un contesto di sintomi specifico: questo dipende dall’entità della malattia, dalla fase in cui si presenta e dalla personalità del soggetto prima di esserne affetto.</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	I segni e i sintomi si possono presentare in tre stadi: la fase iniziale, spesso non riconosciuta perché graduale, si presenta con la tendenza a dimenticare, a perdere la cognizione del tempo o perdersi in posti familiari. La fase intermedia, ove i sintomi sono più riconoscibili, consiste nel dimenticare il nome di familiari e amici, scordare avvenimenti recenti, perdersi nella propria casa, presentare difficoltà di comunicazione, non essere in grado di lavarsi o vestirsi da soli, ripetere domande e girare senza meta. La fase tardiva si riconosce quando il paziente è quasi totalmente dipendente da altri, non sa riconoscere parenti e amici o non è conscio dei luoghi e del tempo, presenta difficoltà di movimento e cambiamenti di comportamento aggressivi o apatici.</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	Nella definizione generica di demenza rientrano diverse malattie, alcune classificabili come demenze “primarie”, ovvero non dovute ad altre patologie e di tipo degenerativo.</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	Fra queste troviamo la malattia di Alzheimer, la più comune forma di demenza che si sviluppa nel 60-70% dei casi; la demenza con i corpi di Lewy (aggregati anomali di proteine che si sviluppano all’interno delle cellule nervose); la demenza frontotemporale, legata a degenerazione della parte frontale del cervello; e la malattia di Creutzfeldt-Jakob o malattia da prioni (comunemente conosciuta come la “malattia della mucca pazza”).</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	Le demenze definite “secondarie” sono conseguenza di altre condizioni, come nel caso della demenza vascolare (10% di tutti i casi di demenza), dovuta alla cosiddetta arteriosclerosi cerebrale e, in particolare, a lesioni cerebrali multiple ischemiche, cioè provocate dall’interruzione del flusso di sangue. Sono forme secondarie anche la demenza da Aids e quella dovuta all’abuso di alcolici. I confini fra le diverse forme di demenza sono sottili e le diverse forme possono coesistere come nel caso delle forme di Alzheimer e quella vascolare che costituiscono la cosiddetta demenza mista (15-20% dei casi).</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	Esistono, inoltre, alcune condizioni trattabili e potenzialmente reversibili che possono causare sintomi di demenza: depressione, disfunzioni della tiroide, intossicazione da farmaci, tumore, idrocefalo normoteso, ematoma subdurale, infezioni, alcune deficienze vitaminiche, la Corea di Huntington e la malattia di Parkinson. Queste, se sono diagnosticate in modo tempestivo, possono essere trattate efficacemente.</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	Pertanto, in base alla progressione della malattia, le demenze possono essere di tipo reversibile, come possono esserlo le forme secondarie, e irreversibile, nel caso delle primarie. È indispensabile che tutte le persone con deficit mnemonico o confusione siano sottoposte ad accurato accertamento medico perché curando in modo adeguato e tempestivo le cause anche il quadro di deterioramento regredisce, e la persona può tornare al suo livello di funzionalità precedente. Importante ricordare che questo è valido anche per le persone che soffrono già di demenza o che presentano segnali della malattia.</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	Da molti anni si sta cercando di definire la cosiddetta “fase preclinica” della demenza di Alzheimer per migliorarne le conoscenze e per definirne le possibili prevenzioni e terapie.</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	Sono state date molte definizioni a questa fase, attualmente la più usata è “Mild Cognitive Impairment” (deficit cognitivo lieve). Purtroppo le sue caratteristiche sono ancora poco chiare e la conversione in demenza è controversa. Accanto ai soggetti con deficit cognitivo lieve che sviluppano la malattia, ve ne sono altri che rimangono stabili e in circa il 30% dei casi si è osservata una regressione dei sintomi.</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	 </p>
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		<title>Gastroenterite, malattia prevenibile</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/gastroenterite-malattia-prevenibile/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Annalisa Casarin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Sep 2014 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SOCIETÀ]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://imagazine.it/?p=14781</guid>

					<description><![CDATA[<p>Riconoscere i sintomi</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2025/06/imagazine.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/gastroenterite-malattia-prevenibile/">Gastroenterite, malattia prevenibile</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	Il termine gastroenterite indica una condizione molto frequente in cui stomaco e intestino vengono colpiti da infiammazione. Può essere causata da un’infezione virale o batterica.</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	I due sintomi più frequenti sono diarrea e vomito con nausea e possono essere accompagnati da febbre, malessere generale, crampi addominali e mal di stomaco, gonfiore addominale, eruttazioni, eventuale linfoadenopatia (rigonfiamento dei linfonodi, ghiandole immunitarie presenti in tutto il corpo, specialmente nella regione ascellare e inguinale).</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	Le due cause più comuni di gastroenterite nell’adulto sono un virus denominato <em>Norovirus </em>e l’intossicazione da cibo frequentemente dovuta a contaminazione degli alimenti da parte di batteri quali <em>Salmonella </em>o <em>Campylobacter</em>. Nei bambini il virus più comunemente causa di gastroenterite è il <em>Rotavirus</em>.</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	A seguito dell’azione di questi microorganismi, l’assorbimento di acqua e sali da parte dello stomaco e dell’intestino viene alterata, pertanto la gastroenterite si manifesta con diarrea acquosa e, se persistente, con segni di disidratazione.</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	Qualora la diarrea e il vomito persistano per più di due giorni o siano molto frequenti durante il giorno è consigliato contattare il medico di medicina generale il quale richiederà un esame microbiologico di un campione di feci. In alcuni casi sarà utile fare un prelievo di sangue e un esame delle urine per escludere altre cause.</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	Molti casi di gastroenterite non necessitano di una terapia aggressiva, ma è importante evitare la disidratazione assumendo molti liquidi; se la nausea non lo consente, iniziare con cucchiaini di acqua assunti frequentemente o gelatine zuccherate specifiche. Nei bambini e negli anziani la disidratazione avviene con più facilità e se severa deve essere trattata con il ricovero ospedaliero. I segni di disidratazione possono includere occhi infossati; sensazione di testa vuota, sonnolenza, letargia; aumento della sete; sensazione di secchezza e di appiccicaticcio della mucosa orale; perdita di elasticità cutanea; riduzione della produzione di urina; riduzione della lacrimazione. In caso di dubbio chiedere sempre consiglio al medico di famiglia o di guardia.</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	Essendo la gastroenterite virale altamente contagiosa, è molto importante prevenirne la dilagazione ad altre persone, specialmente quelle nello stesso nucleo familiare. Metodi di prevenzione includono: &#8211; lavarsi le mani con acqua e sapone o antibatterico specifico dopo aver utilizzato il bagno e prima di mangiare o preparare il pasto;</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	&#8211; pulire il wc, inclusi rubinetti, maniglie e sedile con disinfettante ogni volta che vengono usati;</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	&#8211; evitare di condividere asciugamani, lenzuola, stoviglie ed utensili con altri membri della famiglia;</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	&#8211; non ritornare al lavoro o a scuola se i sintomi non sono scomparsi da almeno 48 ore;</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	&#8211; se c’è il sospetto di essere contagiati da un parassita chiamato <em>Cryptosporidium </em>(l’esame delle feci lo conferma), si dovrebbe evitare di utilizzare la piscine nelle due settimane dopo l’ultima scarica diarroica.</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	Le regole quotidiane di prevenzione dell’intossicazione da cibo, non contagiosa, ma acquisibile se viene ingerita la stessa fonte di contaminazione, richiedono invece di:</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	&#8211; lavarsi regolarmente le mani e pulire utensili e superfici con acqua calda e sapone;</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	&#8211; non conservare cibi crudi e cotti insieme;</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	&#8211; essere sicuri che il cibo sia propriamente refrigerato;</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	&#8211; cucinare sempre il cibo completamente;</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	&#8211; non consumare cibo con odore o colore sgradevole o in scatolette che hanno passato la data di scadenza.</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	Per prevenire la cosiddetta “diarrea del viaggiatore” legata all’ingestione di parassiti quali l’<em>Escherichia </em><em>coli</em>, informarsi su siti certificati del Ministero della Salute o tramite le Aziende Sanitarie locali sulle condizioni igieniche del luogo che si intende visitare e, in posti a rischio quali Asia, Africa e America del Sud, evitare acqua di rubinetto, carne cruda o poco cotta, gelato, cubetti di ghiaccio, granite, molluschi, uova, insalata, frutta e vegetali senza buccia o danneggiati, latte non pastorizzato, formaggi e latticini, spremute di frutta e cibo poco cotto venduti da ambulanti, salse e maionese. Normalmente si possono utilizzare con sicurezza acqua imbottigliata e con chiusura ermetica (da utilizzarsi anche per lavarsi i denti), acqua bollita per almeno un minuto (inclusa quella utilizzata per tè e caffe), pane fresco, cibo confezionato e con chiusura ermetica o cotto al momento, frutta lavata con acqua di bottiglia o bollita o che viene pelata sul momento e bevande alcoliche. Utile munirsi di gel disinfettante per le mani e salviette a base alcolica per pulire le superfici.</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	Non esiste un vaccino che possa prevenire questo tipo di diarrea, pertanto la prevenzione è l’unico modo per allontanarla. Se le condizioni fisiche sono buone, non è raccomandato l’uso di antibiotici preventivi, tanto più che non hanno alcun effetto su un’infezione virale o da altri parassiti che non siano batteri. Nel caso in cui ci siano preesistenti condizioni di rischio (malattie infiammatorie intestinali o stati di immunocompromissione) si raccomanda di documentarsi e rivolgersi a uno specialista qualora si voglia viaggiare in zone a rischio di contagio.</p>
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		<title>Ictus, act fast! (Agisci velocemente)</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/ictus-act-fast-agisci-velocemente/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Annalisa Casarin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 May 2014 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SOCIETÀ]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://imagazine.it/?p=14076</guid>

					<description><![CDATA[<p>Riconoscere per prevenire</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2025/06/imagazine.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/ictus-act-fast-agisci-velocemente/">Ictus, act fast! (Agisci velocemente)</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"> 	L’ictus, dal latino icere, ‘colpire’, ‘percuotere’, è una condizione medica molto seria in cui la circolazione sanguigna che irrora una zona del cervello viene interrotta. Come ogni altro organo, il cervello richiede ossigeno e nutrienti provvisti dal sangue. Se il flusso di sangue viene ridotto o bloccato, le cellule (neuroni) iniziano a morire con una velocità di 320.000 cellule al secondo e 1,9 milioni al minuto.</p>
<p style="text-align: justify;"> 	L’ictus viene anche chiamato Evento Cerebrovascolare Acuto (CVA o <em>stroke</em>, in inglese) ed è caratterizzato dalla comparsa improvvisa di segni o sintomi neurologici focali con una durata superiore a 24 ore. Esistono due tipi di Ictus: nell’80% dei casi è ischemico, ovvero il flusso di sangue è ostruito da un coagulo; nel restante 20% dei casi è emorragico, cioè un vaso la cui parete viene resa debole da aterosclerosi o trauma si rompe e si crea un’emorragia.</p>
<p style="text-align: justify;"> 	Se l’ischemia (mancanza assoluta o parziale di adeguato afflusso di sangue) non produce danni o segni evidenti, potrebbe trattarsi di un infarto cerebrale silente o “ictus silenzioso”, una lesione cerebrale causata probabilmente da un coagulo che interrompe il flusso di sangue nel cervello. È uno dei fattori di rischio per un Ictus futuro perché potrebbe portare a un danno progressivo del cervello dovuto a queste piccole interruzioni di ossigenazione cerebrale (demenza vascolare).</p>
<p style="text-align: justify;"> 	Un altro tipo di evento che avviene con le stesse modalità, ma con durata minore e senza danno cerebrale, è il TIA, o Attacco ischemico Transitorio. A volte definito ‘mini stroke’, il TIA è una sorta di campanello di allarme che qualcosa sta accadendo a livello della circolazione cerebrale, ad esempio la presenza di un coagulo temporaneo che occlude un vaso. Circa un terzo dei pazienti che ha avuto un TIA ha un ictus entro un anno. Risulta evidente che in tutti i casi si parla di emergenza medica: prima il paziente viene trattato adeguatamente in ospedale, minori saranno il danno incorso e le conseguenze neurologiche e fisiche.</p>
<p style="text-align: justify;"> 	Attenzione ai sintomi improvvisi. L’ictus può manifestarsi in diversi modi, ma i segnali più frequenti generalmente sono costituiti dalla comparsa improvvisa di:</p>
<p style="text-align: justify;"> 	&#8211; paralisi, ossia perdita di forza degli arti (la mano e il braccio perdono forza, come pure il piede e la gamba);</p>
<p style="text-align: justify;"> 	&#8211; perdita della sensibilità e parestesie (formicolio al viso, al braccio e alla gamba, soprattutto se interessano un solo lato del corpo);</p>
<p style="text-align: justify;"> 	&#8211; visione annebbiata o perdita della visione da un solo occhio;</p>
<p style="text-align: justify;"> 	&#8211; disturbi del linguaggio, che si manifestano come una reale difficoltà nel trovare le parole o difficoltà nel comprendere frasi semplici;</p>
<p style="text-align: justify;"> 	&#8211; perdita di equilibrio, cadute improvvise, vertigini e mancanza di coordinazione;</p>
<p style="text-align: justify;"> 	&#8211; improvviso, grave e inspiegabile mal di testa con fotofobia (necessità di stare al buio).</p>
<p style="text-align: justify;"> 	Se compare uno di questi sintomi e, soprattutto, se si manifesta all’improvviso, allora è molto probabile che si tratti di ictus ed è quindi fondamentale agire immediatamente.</p>
<p style="text-align: justify;"> 	Ogni sei secondi nel mondo, una persona viene colpita da ictus. Nel nostro Paese si verificano oltre 200 mila casi ogni anno e ben 930 mila persone ne portano le conseguenze invalidanti (dati del 2013). L’ictus è responsabile di più morti ogni anno di quelli attribuiti all’Aids, tubercolosi e malaria messe insieme. In Italia, e in tutto il mondo occidentale, è causa del 10% di tutti i decessi per anno, rappresentando la prima causa d’invalidità e la seconda causa di demenza con perdita dell’autosufficienza.</p>
<p style="text-align: justify;"> 	Sul sito <a href="http://www.aliceitalia.org" target="_blank" rel="noopener">www.aliceitalia.org</a> (Associazione Lotta Ictus Cerebrale) è possibile trovare queste e altre informazioni in modo dettagliato e completo.</p>
<p style="text-align: justify;"> 	 </p>
<p style="text-align: justify;"> 	<strong>Legenda:</strong></p>
<p style="text-align: justify;"> 	<em>Nel mondo anglosassone l’uso degli acronimi per ricordare sintomi o azioni è molto comune. Nel caso dell’ictus, l’acronimo FAST viene utilizzato per indicare i segni principali a cui fare attenzione: Facial (faccia), Arms (braccia), Speech (parola), Time (tempo).</em></p>
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