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SUMMARY:Giro del mondo in 80 fotografie
DESCRIPTION:Gianni Pignat, Madagascar 1989\n \nInaugurata alla Galleria Sagittaria di Pordenone la mostra  “Gianni Pignat. Giro del mondo in 80 fotografie“, curata dal critico d’arte Angelo Bertani e promossa dal Centro Iniziative Culturali Pordenone. \nUn percorso espositivo che guida in un tour straordinario a ogni latitudine del pianeta.Dall’Afghanistan a Beirut, da New York all’Etiopia, dal Bangladesh alla Colombia, da Cuba al Borneo, dalla Russia al Venezuela.\nGianni Pignat, noto fotografo di viaggio, ha allestito la sua prima camera oscura a 16 anni e da allora ha girato il mondo, privilegiando nei suoi viaggi la frequentazione di popolazioni indigene: dai pigmei del Camerun alle tribù nomadi tuareg dell’Africa subsahariana, dagli yanomami dell’Amazzonia ai dayaki del Borneo, dai dani della Nuova Guinea agli aborigeni australiani.\nPopoli dai quali ha appreso molte cose, imparando come muoversi in zone ostili e come attrezzarsi per produrre oggetti e utensili con strumenti molto primitivi.\nSpiega il curatore, Angelo Bertani: “Abbiamo voluto che molte delle fotografie esposte in mostra avessero una didascalia articolata, scritta dallo stesso autore, per spiegare il contesto dello scatto: ogni foto è uno spaccato di una realtà, e le rappresentazioni più dure, quelle di contesti di crisi, rappresentano un mutamento determinante o un disequilibrio drammatico. Nelle sequenze esposte si passa dalla Russia postsovietica degli anni ’90 alla solitudine degli anziani a New York, da Beirut semidistrutta dai bombardamenti a un gulag siberiano, da un tragico ossario della Cambogia ai villaggi tra le discariche del Bangladesh. Non mancano le immagini di mitiche mete di esploratori d’altri tempi: la leggendaria Timbuctu, il Nepal delle alte quote e dei commercianti nomadi, le iene protettrici di Harar, in Etiopia. Ma la vicinanza umana e l’empatia di Gianni Pignat emergono soprattutto nelle foto dei Dayak del Borneo, degli Yanomami del Venezuela, degli indios colombiani: popolazioni che resistono ancora all’omologazione, grazie anche al loro volontario isolamento. C’è infine una foto che ci porta a Damasco, all’interno della moschea degli Omayyadi, all’origine una basilica cristiana, che conserva le spoglie del Saladino e il reliquario con la testa di san Giovanni Battista, ed è frequentata sia dai fedeli dell’Islam che dai cristiani, oltre che dai sufi: nonostante i danneggiamenti durante la recente guerra civile siriana, resta un resiliente monumento al sincretismo e alla tolleranza”.\nAggiunge Fulvio Dell’Agnese, presidente del Centro Iniziative Culturali Pordenone, che «la fotografia di Gianni Pignat è realizzata da un occhio fuori dal comune, che riesce a intrattenere simile dialogo di sguardi con un branco di iene maculate al calar della notte in Etiopia e, in una New York dei primi anni Settanta, con un bassottino intirizzito nel gelo climatizzato di un supermarket. È una fotografia che rasenta il fiabesco quando ci racconta di maestose figure di pastori in Afghanistan, o quando in Africa ci porta al cospetto del re di Bamikelè con la sua corte, sospeso in un’atmosfera quasi felliniana. Ma bastano la trama di suture craniche in un ossario, in Cambogia, o gli esili recinti funerari di un’isola-Gulag in Siberia per ricondurre alla crudezza della realtà, trasmettendo il senso della profondità del vivere».\nGianni Pignat è nato nel 1952. Dopo la laurea in Architettura, ha conseguito il diploma d’Arte applicata e fotografia presso l’Istituto d’Arte di Udine, dove poi ha insegnato fotografia. Ha allestito la sua prima camera oscura a 16 anni, iniziando a lavorare per i giornali locali e durante il periodo universitario per l’Istituto di storia dell’architettura presso lo IUAV di Venezia, realizzando un censimento delle architetture costruttiviste di Mosca. Fotografo di viaggio, è autore di testo e immagini di cinque libri fotografici: “Gracias por venir a Colombia”, “Herat, Afghanistan”, “Sudan”, “Tuol Sleng, Cambogia”, “Birmania”. Ha svolto una ricerca documentaria e fotografica su Tina Modotti, consultando archivi pubblici e privati in Russia, Spagna, Germania, Messico e Cuba. Ha collaborato alla realizzazione di documentari per la televisione francese: “Une petite pierre”, “Que viva Tina” e “Goli Otok”. Diverse sue opere grafiche e fotografiche sono state utilizzate per copertine di libri e manifesti.\nOrario\nFino al 9 maggio, da lunedì al sabato, ore 9-19. Ingresso libero.\n
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