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SUMMARY:Il birraio di Preston
DESCRIPTION:(ph. Tommaso Le Pera)\nVa in scena da giovedì 18 a domenica 21 dicembre al Politeama Rossetti “Il birraio di Preston” tratto dall’omonimo romanzo di Andrea Camilleri, con una grande compagnia d’interpreti: la commedia trasporta il pubblico a Vigata, dove si intrecciano molti fili narrativi in una trama avvincente e ironica. Lo spettacolo è ospite della Stagione 2025-2026 del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia.\n«Sono stato per lungo tempo un regista per non capire quante insidie si nascondono nella trasposizione scenica di un’opera letteraria» scrisse Andrea Camilleri quando “Il birraio di Preston” fu pronto per la prima volta ad andare in scena.\n«Ci sembra, questa volta, di avere fatto il possibile affinché l’opera, lo spirito, l’ironia del romanzo siano state conservate. Per il resto non posso che essere d’accordo con quell’altro mio illustre conterraneo, quando diceva che l’opera dello scrittore finisce quando comincia quella del regista.\nPirandello amava dire che il lavoro dell’autore terminava quando egli riusciva a mettere la parola “fine” alla scrittura teatrale. Bene, questo copione ha la parola fine, messa nell’ultima pagina. Tuttavia mi sento di chiosare il buon Luigi: è proprio nella messa in scena che inizia un nuovo viaggio del testo, sempre diverso e sempre nuovo, sempre imprevedibile, sempre disperatamente esaltante. Per questo il confine del teatro è come l’orizzonte dei viaggiatori nei mari d’Oceano: sempre presente, mai raggiungibile».\n“Il birraio di Preston”, tratto dal romanzo di Andrea Camilleri, è stato messo in scena con la regia di Giuseppe Dipasquale, che ha firmato e curato insieme all’autore la riduzione teatrale.\nLo spettacolo è andato in scena per la prima volta nella stagione 1998-1999 ed è stato ripreso poi fra il 2008 e il 2010 in tournée nazionale e nuovamente quest’anno, in occasione del centenario della nascita di Camilleri.\nLo sfondo della vicenda è il paesino di Vigàta – che i lettori di Andrea Camilleri conoscono già molto bene – durante la seconda metà dell’Ottocento: nel paese si desidera inaugurare il nuovo teatro civico “Re d’Italia”.\nIl prefetto di Montelusa – paese distante qualche chilometro, ma odiato dagli abitanti di Vigàta perché più importante e perché sede della Prefettura – si intestardisce di inaugurare la stagione lirica del suddetto teatro con un’opera di Ricci. Nessuno vuole la rappresentazione di quel lavoro, tra l’altro realmente scadente.\nMa il Prefetto obbliga addirittura a dimettersi due consigli di amministrazione del teatro pur di far passare quella che lui considera una doverosa educazione dei vigatesi all’Arte.\nSi arriva quasi a una guerra civile tra le due fazioni: da un lato i vigatesi che, con quel naturale e tutto siciliano senso di insofferenza verso ciò che sa di “forestiero” (e il Prefetto Bortuzzi lo è!), decidono di boicottare l’ordine prefettizio; e dall’altro il prefetto Bortuzzi con Don Memè Ferraguto, al secolo Emanuele, cinquantino, sicco di giusto peso, noto uomo d’onore del luogo, sempre alleato al potere per atavica e pura convenienza. Da ciò si diparte una storia divertentissima e al tempo stesso tragica, che culmina nell’incendio del teatro.\nUna narrazione interessante per il suo intreccio e intricata nello sviluppo specie quando compaiono sulla scena i dinamitardi che hanno il compito di dare al boicottaggio di quell’inaugurazione la fisionomia di un messaggio a livello nazionale: dovranno infatti far esplodere il teatro per convincere il governo che anche la Sicilia è allineata, contro lo Stato, a favore dei Carbonari.\nLa turbolenta vicenda si incastra con quella del Delegato Puglisi e della sua amante, la cui sorella ha trovato atroce morte proprio in seguito all’incendio del teatro, della cantante Maddalena Paolazzi vittima una delle più clamorose “stecche” nella storia del bel canto, del Dottor Giammacurta, dell’avvocato Fiannaca, dell’ingegnere Hoffer e di tanti altri.\nUna vicenda esemplare per raccontare oggi la Sicilia. L’eterna vacuità dell’azione siciliana, che spesso si traduce in un esasperato dispendio di energie per la futilità di un movente, è la metafora più evidente del testo.\nIn un esempio sublime e divertito di narrazione dei caratteri, la Sicilia, il suo mondo, i suoi personaggi vengono ammantati, attraverso la lingua camilleriana, da una luce solare, vivida di colori e ricca di sfumature.\nQuesta Sicilia che non dimentica i morti, non dimentica i mali letali che cercano di consumarla inesorabilmente dal di dentro, che non dimentica il tradimento verso valori appartenuti a sè stessa quando era culla di una civiltà, questa Sicilia oggi può senza timore ricominciare a parlare di sè stessa con la necessaria ironia e distacco, affinché l’autocompiacimento delle virtù come dei vizi e dei dolori, non costituisca uno stagno dal quale diviene difficile uscire.\nAffiatata, impegnata, versatile la compagnia d’interpreti capeggiata da Edoardo Siravo: saranno impegnati nelle repliche giovedì e venerdì alle ore 20.30, sabato alle 19.30 e domenica in pomeridiana con inizio alle ore 16.\n
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