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SUMMARY:Atlante dei campi profughi di Trieste
DESCRIPTION:Immagine dal campo di Santa Croce\nVisitabile fino a domenica 16 febbraio al Museo “Ugo Carà” di Muggia la mostra “Città nascoste. Atlante dei campi profughi di Trieste (1947-1975)“.\nL’esposizione, curata dallo storico Francesco Fait, ricercatore indipendente, è realizzata da ANVGD (Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia), CDM (Centro di Documentazione Multimediale della Cultura Giuliana Istriana Fiumana e Dalmata), FEDERESULI (Federazione delle Associazioni degli Esuli Istriani, Fiumani e Dalmati), in collaborazione con l’Archivio di Stato di Trieste e il Comune di Muggia, Assessorato alla Cultura, e gode del patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri – Palazzo Chigi.\nLa mostra è aperta al pubblico con ingresso libero da giovedì a sabato in orario 10-12/17-19 e la domenica dalle 10 alle 12.\nLa mostra rappresenta la tappa intermedia di un progetto di ricerca che Francesco Fait sta conducendo da circa un decennio, con l’ambizione di raccontare in modo rigoroso ma nitido e accessibile a tutti l’epopea drammatica e in un certo senso epica dei campi profughi per istriani, fiumani e dalmati del territorio di Trieste: dal Lazzaretto di Muggia al Villaggio del Pescatore di Duino Aurisina oltre che ovviamente a Trieste centro e sull’altipiano.\nUn progetto di ricerca che è anche e contemporaneamente progetto di attivazione sociale.\nNella ricerca (e nella mostra) la “Storia” e la “Memoria” si connettono intersecandosi.\nPer prima viene la “Storia”, indispensabile per mettere a fuoco il tema attraverso i mezzi tradizionali della ricerca storica ossia, prevalentemente, lo studio delle fonti bibliografiche e soprattutto documentarie che si trovano presso i vari archivi, nella fattispecie Archivio di Stato di Trieste, Archivio Storico del Comune di Trieste, Archivio storico del Comune di Muggia, Catasto dei terreni e Ufficio Tavolare.\nE in questo senso, l’esito della ricerca è stata la schedatura del più alto numero possibile di strutture e la restituzione cartografica delle principali e più rappresentative, cioé i campi baraccati: Santa Croce, San Sabba, Padriciano, Noghere ed altri ancora,\nE dopo la “Storia” la “Memoria”, raccolta in un congruo numero di interviste appositamente realizzate con le persone che vissero nelle strutture del C.R.P, Centro Raccolta Profughi, talvolta essendovi nate.\nSi tratta di testimonianze imprescindibili, fonti complementari rispetto alle archivistiche ma essenziali per restituire la complessità tratteggiando anche la quotidianità di quelle esistenze e di quelle vicende, sicuramente drammatiche ma non di rado culminanti in episodi e vicende di fratellanza, amicizia, convivialità e socialità.\nCon la nota bipartita dell’8 ottobre 1953 i governi di Stati Uniti e Gran Bretagna annunciano la volontà di abbandonare la Zona A del mai costituito Territorio Libero di Trieste per consegnarla al governo italiano in tempi non definiti ma vicini.\nCampo profughi a San Giovanni\nIl destino della Zona B è segnato e quello che fino a quel momento era un flusso, anche copioso, diventa una marea oceanica: migliaia e migliaia di istriani lasciano la Zona B e raggiungono Trieste sistemandosi, nella maggior parte dei casi, presso parenti, amici, locatari, quasi sempre in spazi angusti e sovraffollati, non di rado sottotetti e cantine.\nUna parte minoritaria, ma sempre ingentissima, viene prese in carico dalle autorità, in primis la Prefettura e il Commissariato generale del Governo presso il quale viene costituito il CRP, Centro Raccolta profughi di Trieste.\nAl loro apice nel 1956, i centri simultaneamente in funzione saranno circa trenta: alloggi pubblici e scuole sottratte alla loro destinazione d’uso, case private e alberghi requisiti, fabbriche in disuso, scuole, caserme, campi di baracche e campi di edifici in muratura.\nSi tratta di agglomerati di dimensione varia, che soprattutto nel caso dei campi baraccati assumono i tratti di vere e proprie città, con una viabilità interna, chiese, scuole, servizi sanitari e attività commerciali.\nCittà talvolta di dimensioni ragguardevoli, come nel caso di Padriciano che supera i 3.400 abitanti. Città nascoste, sebbene in molti casi situate in pieno centro cittadino: sia in quanto di norma bandite ai triestini, sia in quanto tenute “segrete” dagli stessi abitanti che salvo casi eccezionali non parlano del loro status con nessuno se non con i propri compagni di avventura (o di sventura).\nEcco quindi a cosa è dovuto il titolo della ricerca e della mostra che però, più “segretamente”, contiene anche una citazione letteraria, un omaggio alle Città invisibili di Italo Calvino, dato che “Città nascoste” è uno delle nove parti del libro che racconta nel complesso 55 città magiche, suggestive e fantatiche che Marco Polo svela a Gengis Khan, l’imperatore dei tartari nei loro incontri.\nChi è interessato può ancora partecipare al progetto facendosi intervistare e mettendo a disposizione le proprie foto “vernacolari”, contattando il curatore della mostra Francesco Fait (cescofait@gmail.com ( mailto:cescofait@gmail.com )).\n\n
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