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Classic art

Socrate il sopravvissuto

Drammaturgia: Simone Derai e Patrizia Vercesi
(ph. Giulio Favotto)
Trieste
Politeama Rossetti, largo Gaber 1
25/11/16
20.30

Anagoor è uno dei gruppi leader del teatro d’innovazione italiano contemporaneo. Attraverso un sistema di codici espressivi affascinante e fuori dagli schemi, affronta in Socrate il sopravvissuto/come le foglie un tema di cui è particolarmente sentita l’urgenza, quello della questione educativa. Il regista, con acutezza, osserva che questa sembra diventata contemporaneamente un tema marginale e una montagna insormontabile, che si tenta di affrontare per mezzo di riforme scolastiche meramente parziali che mortificano gli insegnanti, i ragazzi e il processo stesso della conoscenza. Lo spettacolo “entra” in una classe, in una scuola come tante traendo ispirazione dal romanzo di Antonio Scurati Il sopravvissuto. Vi si immagina che uno studente, giunto all’ambìto traguardo della maturità, arrivi davanti alla commissione d’esame e la massacri a colpi di pistola, risparmiando soltanto l’insegnante di storia e filosofia. Una vicenda purtroppo per nulla lontana da scenari che ci appaiono troppo spesso sulle pagine di cronaca. Ma lo spettacolo non tratta affatto di cronaca nera. Alterna a questa linea narrativa la rappresentazione – che si percepirà soprattutto da un video – della morte di Socrate che, ricevuta la condanna e attorniato dai suoi discepoli, si appresta ad assumere la cicuta: così anche nella drammaturgia, alle pagine di Scurati si intersecano brani dal Fedone di Platone, in un corto circuito espressivo fra attualità e cultura classica. «Si parte dallo sconforto dell’insegnante che, per l’incalzare del calendario scolastico, o per l’indicibilità del Male, per l’impossibilità di spiegare il Male in sé della nostra epoca deve limitarsi ad elencare stragi e stermini del Novecento, dalla Shoah alle pulizie etniche, senza alcuna concreta prospettiva di entrare nel merito o cercarne le ragioni» scrive Renato Palazzi sul Sole24ore, nella bella recensione dedicata allo spettacolo. «Il nucleo profondo dell’azione – continua – è la solitudine del professore a cui i sogni “sono cascati di dosso”, ma che si sente in obbligo di nutrire i sogni dei ragazzi, ed è l’infelicità di costoro, feriti nella loro ricerca di “altri sentieri verso l’assoluto”. È lo struggente contrasto fra la consapevolezza adulta del dolore – si può evocare il miraggio di un amore idealizzato senza parlare di Kleist, suicida a 31 anni dopo aver ucciso la sua amante, malata come lui? – e il bisogno dei giovani di cogliere “il palpito dell’infinito”. È il rapporto tra corpo e anima, tra aspirazione all’immortalità e coscienza della fine. In questo incontro-scontro fra l’insegnamento come inganno a fin di bene e il “sesto senso per la sofferenza cosmica, che è l’unica facoltà conoscitiva in possesso della giovinezza”, la regia di Derai crea immagini di folgorante intensità».