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Classic art

Adesso Odessa

(ph. ertfvg.it)
San Vito al Tagliamento
Auditorium Comunale, via Manfrin
23/01/16
20.45

Un viaggio fra musica e parole, eterodosso e sfrontato in cui Moni Ovadia e Pavel Vernikov ci condurranno nelle viscere di quella città, perla del Mar Nero, che lo scrittore ebreo sovietico Isaac Babel, nei suoi Racconti di Odessa chiama: la città schifosa.

Questa leggendaria città, con un po’ di libertà definita la Napoli ebraica del meridione russo, ancora nei primi decenni del Novecento era per metà della sua popolazione composta da ebrei, ed ebraica era la picaresca malavita che aveva il suo quartier generale nel quartiere della Moldavanka. Ebreo fu il grande Utiosov, bardo delle canzoni gaglioffe e maledette che celebrano quel mondo di banditi, tagliagole, gigolò, e di donne perdute, di puttane e di vite dissipate nel gioco e nell’alcool. Ma oltre al talento poetico maliardo della sua malavita, Odessa ha saputo segnalarsi per il suo inarrivabile umorismo ebraico, che non ha eguali neppure fra gli stessi altri ebrei della yiddishkeit, e quella che è stata forse la più grande scuola violinistica di tutti i tempi.

Un viaggio nell’espressività virtuosistica della sua passione per la musica classica con la passionalità viscerale delle sue canzoni mascalzone e coniugare le sue anime musicali con witz, storie e racconti di una città eccezionalmente balorda.

Con impareggiabile umorismo e sarcasmo tipici della cultura yiddish, Babel ci offre una rappresentazione della vita popolare del ghetto, dei suoi delinquenti descritti allo stesso tempo come caricature e come eroi romantici. Si tratta di una malavita non organizzata che però aveva le sue canzoni e i suoi cantori, fra cui uno dei più grandi era appunto Leonid Utysov, una sorta di Fred Buscaglione russo degli anni Venti, che fondeva canzoni yiddish con temi popolari russi, arrangiati in stile jazz.

Attraverso i racconti di Babel, le canzoni di Utysov, musiche colte e non, Ovadia e Vernikov dipanano un mix di narrazione, canto e cabaret, una fusione di sapienza letteraria, musicale e teatrale condita da quella punta di humor grottesca tipica di molti loro spettacoli, nella quale fa costantemente capolino l’ironia, o meglio l’autoironia, peculiare dell’ebraismo.