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Meeting

I Krampus di Masa

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Tarvisio
Torre Medievale, piazza Unità
05/12 e fino al 11/01
da lunedì a venerdì 10-12/16-18, sabato 10-12/16-19; domenica 10-13

Capita nella vita - scrive Maurizio Zanei - d’incontrare persone particolarmente interessanti. Cosi’  e’ stato con  Masa:  con mia moglie Lia siamo abituati a cercare con occhio attento le novita’ dell’ arte per cui, giunti casualmente alla trattoria Alla Cerva di Serravalle, abbiamo trovato una mostra di pittura bella e intrigante.Ammirati e incuriositi, abbiamo contattato l'autore: schivo, sicuro di se’ ma…nel suo mondo. Sincero e con un pizzico di narcisismo, triste e gioioso. Adora la natura e trae ispirazioni anche dai viaggi in Peru’, Francia, New York e Grecia. 
Che dire della sua pittura? Originale. Ha un suo stile e una grande ambizione. Fragile, sensibile e generoso d’ animo, con grande personalita’ coglie artisticamente il nostro tempo, affrontando eticamente problemi esistenziali quali l’inquinamento, la droga, la follia, i disastri della guerra, il disagio del vivere tra uomo e donna.
Un universo colorato - scrive Marianna Accerboni - da cui promana un’energia inarrestabile, i cui intrecci compongono la vita: così si palesa, come un magma di angoscia e bellezza, lirismo e stupore, pensiero e azione, la pittura contemporanea di Davide Maset, giovanissimo artista dalle origini semplici, legate alla natura e alle forme più elementari dell’esistenza. 
Innamorato dell’amore, sensibile al bello, atterrito dalla violenza, la esorcizza con un segno vitalissimo e ripetitivo, con forme scure e oscure, dettagli agghiaccianti e tenerissimi, in cui gli opposti - il Bene e il Male - s’incontrano e si scontrano, spaventando l’uomo che assiste impotente, ma la cui fuga è il sogno.
Tra sogno e realtà, natura e artificio tecnologico, Maset vive i suoi giovani anni sospesi tra esaltazione e consapevolezza di potenziali débâcle, mostri e angeli, apnee d’emozione e voragini liberatorie di speranza e di soffio vitale.
Tra mille indizi e suggestioni, sta cercando la sua strada, mentre la penna incide con forza e grande talento la carta, la tela, il legno, e la mente, mai a riposo, crea vertici infiniti di colore e di sentimento.
L’energia fauve e, a volte, l’esaltazione e l’iperbole di quel movimento, fanno da contrappunto a rari momenti d’atarassico, semplice abbandono neoromantico, declinati come su un pentagramma di musica psichedelica in un mix immaginario di note classiche e d’avanguardia.
 
Nel sound a volte lirico, a volte grottesco della sua pittura, risuonano i ritmi disperati dell’ispirazione espressionista: introspezione e disagio, azione e bellezza pura del colore, libertà assoluta dagli schemi, ma, nel contempo, narrazione onirica e presagio, speranza, il buon senso e il sapore del quotidiano. 
Quasi avesse raccolto i frame più inquieti e contemporanei di tale corrente, Maset non abbandona tuttavia la “sicurezza” della narrazione e dei riti fondamentali della vita: la caccia, la pesca, la vendemmia, che lo rasserenano e lo acquietano, quali pause necessarie e insostituibili nel trambusto a volte sanguinoso dell’esistenza.
 
L’interesse per la tradizione nel suo aspetto più crudo e ancestrale lo rapisce in questa mostra ancora una volta: ed ecco i Krampus, o meglio i suoi Krampus, creature silvestri terribili, ma in lui anche giocose, simboli e loghi che Maset sa agganciare altresì all’agognata figura femminile, oggetto di tenerezza e timore, esaltazione e nobili sentimenti.
Fauve, neoromantico, espressionista, ma anche surreale e istintivamente memore della Pop Art, l’artista colloca uno di questi spiriti silvestri anche nell’acqua di un fiume o del mare, in una sorta di rappresentazione onnicomprensiva e possibilista della natura, in una specie di fiaba dove tutto può accadere.
Anche in tali figure della tradizione, ritorna il concetto del Bene e del Male, inscindibile in ogni aspetto della vita; e se il Bene è luce, natura, orizzonti sconfinati e chiari e silenzio ideale, il Male è clangore, inquinamento, iterazione convulsa dei simboli, confusione, paura.
Una tenera figura femminile dai tratti a volte ancora infantili, il personaggio rasserenante e rassicurante di S. Nicolò, il vento insistente che porta via ogni miasma e crudeltà, spazzano però l’orizzonte - conclude Accerboni - dove, a guardare il mare, raffigurati pudicamente di schiena, rimangono due giovani, abbracciati verso il futuro.
 
 
Combinando grafemi e mappe segniche appartenenti ad un patrimonio storico-artistico solidificato - scrive Lorena Gava -Davide Maset sa ricavare un alfabeto personale innervato di illuminazioni sceniche, di felici contaminazioni grafico-espressive e di invenzioni figurali fortemente simboliche. Sui corpi dotati di busti ma generalmente sprovvisti di arti e soprattutto di piedi( manca un suolo su cui stare), prevalgono facce esagerate e teste orrende, ampliate da chiome che ricordano i serpenti aggrovigliati di Meduse dallo sguardo di pietra. Si legge indignazione, rabbia, protesta e una lucida volontà di affidare le insanabili contraddizioni del presente alla forza antica, rivelatrice e dirompente propria del segno che diventa di-segno.
Continua a sorprendere dunque l'estro creativo di Maset. Partito alcuni anni fa con uno stile metropolitano decisamente graffiante e incisivo, vicino a soluzioni pop e ad una epistemologia di segni estremamente comunicativi , è approdato, ora, ad una figurazione sempre più riconoscibile ed autonoma, fatta di linee di confine marcate e decise. La superficie dipinta risponde ad una sorta di narrazione interiore, di racconto autobiografico in cui il segno diventa lettera, fonema, cifra stilistica di un sentire autentico e profondo. 
Attraverso un’ iconografia composta prevalentemente di volti esagerati, deformati, caratterizzati da cavità orali che mostrano denti e lingue, Masa eleva la sua personale protesta nei confronti del tempo presente che non appaga e delude perché denso di contraddizioni e falsità. In un momento storico in cui tutto sembra frammento, separazione e distacco, l’artista insegue un sogno di unità, di congiunzione, di equilibrio. Illuminanti risultano le pagine dei suoi diari, nei quali emerge il desiderio giovanile forte e prorompente di vivere in un ambiente sociale responsabile e giusto, fatto di rapporti umani sinceri. Tutta l’opera di Masa sembra denunciare questa impossibilità e insieme la fatica a tessere relazioni costruite sul senso e sui valori della vita anziché sulle apparenze e sulla vana superficialità.
Con ironia e sarcasmo sfilano personaggi macrocefali impiantati su corpi ridotti o sproporzionati, con gli arti non sempre visibili, soprattutto i piedi ( manca un suolo su cui stare), privi di una pelle di rivestimento e con gli organi interni esposti come fossero circuiti meccanici od elettrici, depauperati di anima e spirito. Tutta l’umanità è concentrata nei volti urlanti e frontali, dentro una bidimensionalità dissacrante, che volutamente procede con un ritmo paratattico perché risponde a sequenze lineari proprie della scrittura e della successione filmica. Fisionomie di volti simili a crani, occhi senza iride e bocche spalancate nel vuoto, emettono urla profonde e l’eco si materializza nella vibrazione sorda di tanti corpi-tomba instabili. Chiusi in una stanza, oppure liberi di muoversi, questi individui appaiono sempre nella loro consistenza grafica di sagome senza carne, involucri trasparenti che esibiscono, senza vergogna, le nude viscere. Talvolta presentano epidermidi tatuate in cui si incontrano labirinti di strade o, meglio, mappe criptiche di territori fantastici, di luoghi inaccessibili e irraggiungibili.