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Ecuador e Perù

Turismo
18 agosto 2020

Il mondo si è fermato a Lima

di Claudio Pizzin
La maestosità del Machu Picchu e i misteri indecifrabili di Nazca. I colori di Quito e le eruzioni del vulcano Tungurahua. Un viaggio affascinante prima e dopo il Coronavirus
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Reserva Nacional de Agua Blanca e Salinas con Lama e Vicunha al pascolo (ph. Claudio Pizzin)
Turismo
18 agosto 2020 di Claudio Pizzin Image

L’asfalto scorre veloce visto dal finestrino. Il nostro taxi procede spedito lungo la strada a tre corsie per senso marcia che collega l’aeroporto internazionale di Quito con il centro cittadino. Lo scenario di modernità, tuttavia, cambia in maniera repentina alle porte della capitale dell’Ecuador.

La carreggiata diventa improvvisamente stretta, inerpicandosi su una salita lungo cui gli autobus sputano un fumo nero che contamina l’aria. Rallentando le auto in coda. Finalmente arriviamo in città, dopo un viaggio intercontinentale partito da Venezia, via Madrid. È il 14 febbraio.

Dopo aver depositato i bagagli io e mia moglie Lucia andiamo subito alla scoperta del centro. A dominarlo è l’imponente Basílica del Sagrado Voto Nacional, paragonata alla cattedrale di Notre-Dame di Parigi: un capolavoro di arte neo-gotica, il più grande nel suo genere in tutto il continente americano.

Proseguiamo lungo i rilassanti saliscendi di Quito; sentiamo le note di una musica e subito intravvediamo giovani che danzano e bande con majorette al seguito, pronti per l’avvio della sfilata di San Valentino.

Ci allunghiamo verso Plaza Grande, su cui si affaccia la maestosa cattedrale: scocca mezzogiorno, udiamo un vociare incessante provenire dalle vie laterali.

Colorate bancarelle vendono di tutto: palloncini a forma di cuore, giubbotti, calzini, maglie e dolci che restano per ore illuminati dal sole… Sotto i portici una fila di lustrascarpe ripetono all’infinito le movenze del mestiere, rendendo a specchio i calzari di clienti soddisfatti. Iniziamo a essere stanchi: i 3000 metri di altitudine di Quito si fanno sentire, così decidiamo di rientrare.

L’indomani è sabato e tutto è chiuso. Cerchiamo senza fortuna un locale per la colazione, finché ci imbattiamo in una struttura angusta: non invoglia, ma è l’unico aperto che ci fornisce un pasto spartano. Dopo aver pagato una cifra modesta, ci avviamo verso Parque El Ejido, il più grande di Quito, bellissimo punto di ritrovo di giovani e famiglie, ricco di divertimenti per bambini.

Il mattino seguente raggiungiamo il terminal bus per partire alla volta di Baños. Dopo tre ore e mezza di viaggio tra grandi pascoli di mucche, serre e coltivazioni di ananas e di prodotti orticoli, raggiungiamo la città situata a 1.820 metri sul livello del mare, sul pendio settentrionale del vulcano Tungurahua, la cui attività è caratterizzata da frequenti e potenti esplosioni e getti di lava, visibili dal centro cittadino.

Baños de Agua Santa (ovvero “Bagni di acqua santa”) deve il suo nome alle numerose sorgenti di acqua termale presenti, conosciute per le elevate proprietà curative, che la popolazione locale definisce “miracolose”. Il giorno successivo ci dirigiamo di buon mattino alle terme, situate ai piedi della cascata Cabellera de la Virgen.

Qui troviamo le Piscinas de la Virgen: piscine di acqua solfurea calda, a 54 gradi centigradi, e piscine di acqua fredda. Trascorriamo alcune ore immergendoci prima nell’acqua calda poi in quella molto calda, stando attenti di non rimanerci per troppo tempo… Quindi sotto la doccia nell’acqua fredda: un’esperienza unica. Impossibile non concludere il rito gustando una deliziosa paella nel ristorantino della struttura…

Il pomeriggio raggiungiamo Casa del Árbol, al cui interno si trova una cabina di monitoraggio sismico, a ridosso di un burrone. Dietro allo strapiombo, i nostri occhi vengono catturati dalla Cordillera Real e dal vulcano Tungurahua: uno spettacolo da brividi. Pochi metri accanto, i turisti fanno la fila per testare il salto nel vuoto dell’Altalena alla fine del mondo, attrazione mozzafiato priva di qualsiasi cintura salvavita…

Lucia decide di abbandonarsi a questa pazzia, mentre io resto con i piedi piantati per terra a fotografare la sua gioia per questa esperienza unica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dopo una notte di pioggia incessante, anche il mattino successivo si presenta grigio e piovoso, alla faccia dell’estate. In puntuale ritardo partiamo in bus alla volta di Cuenca. Un viaggio di sette ore su strade di montagna in mezzo a strapiombi che tolgono il fiato, attraversando ponti su cui gli autobus passano sbuffando.

Per rendere il viaggio emozionante, l’autista fa danzare il mezzo a ogni tornante: qui non ci si addormenta. Lungo il tragitto salgono a bordo venditori di tutto, che ci fanno provare un’infinità di profumi, comprese le papas con pojo e la specialità di queste zone: il cuy (porcellino d’India). Continuiamo a salire fino in mezzo alle nuvole e, a tratti, non vediamo ciò che ci circonda. Ma, alla fine, arriviamo a Cuenca.

La sua bellezza ci viene svelata dalla vista meravigliosa offerta dal Mirador de Turi, con la chiesa Reina del Cisne che cattura subito la nostra attenzione. Raggiungiamo il Parque Calderón e la Cattedrale dell’Immacolata Concezione (Nuova Cattedrale di Cuenca). Tra i diversi stili dell’edificio il neoromanico è quello predominante: la cattedrale è sormontata da tre cupole giganti coperte da piastrelle smaltate blu e bianche fatte pervenire appositamente dall’allora Cecoslovacchia. All’esterno risuona la musica della banda che sancisce l’inizio dei festeggiamenti del Carnevale.

L’indomani ci dirigiamo al museo Pumapungo, dove sono esposti preziosi reperti archeologici. All’esterno, invece, si possono ammirare le rovine del più grande complesso archeologico a sud di Ingapirga. Negli spazi espositivi del piano terra ammiriamo la mostra dedicata ai centocinquanta anni dalla nascita di Gandhi, con bellissime foto dell’epoca e molti oggetti riconducibili alla cultura e religione indiana.

Di buon passo ci rechiamo anche al museo del Sombrero de Paja Toquilla, luogo dove si confezionano i famosi cappelli Panama, erroneamente ritenuti provenienti dall’omonimo Stato: la loro origine è infatti di Cuenca.

Il giorno successivo la città è piena di gente festante per la sfilata del Carnevale. Cerchiamo di schivare le persone che spruzzano con le bombolette di schiuma bianca che i venditori invitano a comprare all’urlo “carioca, carioca”. Raggiungo il container della polizia, da dove riesco a scattare diverse foto. Poi a un uomo viene la balzana idea di scaricarmi acqua e schiuma sulla schiena: lo fulmino con gli occhi urlando alcune parole in friulano che sembra comprendere, visto come scappa.

L’indomani, alle 21.30 partiamo da Cuenca in bus per raggiungere il Perù. La notte scorre tranquilla e, nonostante un forte temporale estivo, dormiamo tranquilli. Alle prime luci dell’alba il panorama attorno a noi è cambiato: ordinate risaie si alternano con piantagioni di banane. Poi, all’improvviso, il deserto. Lo sguardo si perde nell’infinito. Scorgiamo solo qualche piccolo arbusto e cespugli addobbati con rifiuti di plastica. La scarsa attenzione per l’ambiente viene confermata al nostro arrivo a Chiclayo: lungo le strade molte immondizie bruciano all’aria aperta.

Il giorno seguente inizia con la visita al Mercado Modelo: un caos indescrivibile. Alle 13.30 si parte per Truijllo. La città è molto accogliente e pulita, mentre il clima gradevole conferma la sua fama di “città dell’eterna primavera”.

Decisamente più caotica ci appare invece Lima, la capitale peruviana che raggiungiamo dopo un viaggio aereo e da dove ripartiamo sempre in volo con destinazione Cuzco. Appena atterrati ci affrettiamo a comprare i biglietti per il treno che ci porterà a Machu Picchu e per l’ingresso al sito. Incomincia a piovere e raggiungiamo il nostro alloggio: si è fatta sera.

Dopo una buona colazione cerchiamo un passaggio per uno dei luoghi che circondano la città. Contrattiamo non senza polemiche, individuando la persona che ci accompagnerà per tutto il giorno. Raggiungiamo Chinchero, dove i 3760 metri di altitudine si fanno sentire. Nella piccola comunità locale una cooperativa esegue numerosi lavori artigianali, in particolare con la lana di alpaca. Gironzoliamo fra le bancarelle e prima dei saluti ci chiedono di fare tutti assieme una foto: impossibile non accettare.

La tappa successiva sono le saline di Maras. La strada sterrata mette i brividi: non ci sono infatti protezioni tra la carreggiata e i profondi precipizi ai suoi lati. La tensione viene tuttavia spazzata dallo spettacolo unico offerto dalle saline. Inizia a piovere, proseguiamo verso Ollantaytambo, passando per Urubamba e il maestoso sito archeologico di Ollata, di origine Inca. Da qui partono i treni per Aguas Calientes, punto di partenza per Machu Picchu.

Dopo 24 ore di relax, il grande giorno inizia con una levataccia alle 4.30 del mattino. Smette di piovere e qualche nube gioca a nascondino con il sole, la temperatura è ideale. Il Machu Picchu lascia senza fiato. Mentre ascoltiamo le spiegazioni di Celestina, la nostra guida, ogni tanto ci fermiamo a riposare e a scattare foto. Il tempo scorre veloce ed è già ora di uscire per prendere il bus, quindi il treno che ci porterà a Ollantaytambo per ritornare a Cuzco, dove arriviamo tardi.

La notte successiva ci attende un nuovo viaggio in bus, destinazione Arequipa. Alle prime luci dell’alba il sole nascente dipinge uno spettacolare quadro illuminando le Ande innevate. Arriviamo alla periferia di Arequipa all’ora di punta: c’è un traffico incredibile ma nel caos più totale non ci sono incidenti: il perfetto disordine. Giunti al terminal ci attende la solita trattativa per organizzare un tour sul mirador del Colca, esperienza ineguagliabile per assistere al volo del condor.

Sono le 3.30 del mattino quando ci vengono a recuperare con un furgone. Alle prime luci dell’alba   giungiamo alla pampa del Toccra, una zona desertica e inospitale in cui crescono piccoli cespugli e si formano rare lagune. Il cielo è limpido, in lontananza il vulcano Sawankaia sta fumando. Sul vicino vulcano Ampato, invece, è stata trovata la niña Juaita. Siamo nella pampa di Patapampa, a 4900 metri di altitudine. Fa molto freddo e tira vento. Scatto alcune foto e poi via per raggiungere una piccola comunità dove ci aspettano per una frugale colazione. Mangiamo poco, ci attendono ancora troppe curve prima del mirador del Condor. Quando lo raggiungiamo, a 3700 metri di altitudine, la giornata è meravigliosa. Tante persone sono in attesa di immortalare il volo del condor, tutti con il naso all’insù. E l’attesa viene premiata.

Dapprima un esemplare giovane, poi un susseguirsi di condor: 5, 6, 7… per la gioia di tante persone e delle loro macchine fotografiche. Dobbiamo ripartire: ci attendono le terme di Chivay la Calera per un bagno rilassante e rigenerante. Dopo pranzo ritorniamo verso Arequipa, fermandoci alla Riserva Nacional de Agua Blanca e Salinas, dove osserviamo moltissimi lama e vicuñas liberi al pascolo. Lungo il tragitto possiamo ammirare la maestosità unica del vulcano El Misti, noto anche come “Guagua-Putina” con la sua imponente altezza di 5822 metri che spicca tra il monte Chachani e il vulcano Pichu Pichu. Abbiamo percorso 480 chilometri.

Molti altri ce ne attendono qualche sera dopo, quando su uno dei confortevolibus della Cruz del Sur partiamo alla volta di Nazca. Dopo una giornata di visite agli antichi acquedotti tuttora funzionanti e al sito archeologico del Centro Administrativo Paredones, arriviamo all’aeroporto Maria Reiche Neumann dove ci attendono i piloti per un volo sulle linee di Nazca e Palpa. Restiamo a bocca aperta mentre non troviamo risposte sulla loro origine antica. Osservandole da vicino noto che ci sono delle pietre disposte a piccoli gruppi, di un’altezza di circa di 4-5 centimetri. Chissà com’è possibile.

Le emozioni proseguono l’indomani, saliamo le imponenti scale del Mirador alto 18 metri per ammirare le mani, l’albero e la lucertola che purtroppo la strada Pan-Americana taglia in due. Riesco anche a toccare la linea: brividi puri. Raggiungiamo la casa museo di Maria Reiche, la signora delle linee, dove sono conservati numerosi disegni con minuziosi rilievi. Il locale è polveroso e piuttosto degradato: un così grande personaggio meriterebbe altro rispetto.

Il giorno seguente arriviamo a Cahuachi, antico centro cerimoniale della civiltà Nazca, nel cui sito archeologico ha operato anche l’archeologo italiano Giuseppe Orefici. Attraversando prima paesaggi lunari e poi vigneti e coltivazioni di asparagi arriviamo a Paracas, dove ammiriamo l’oceano, la Spiaggia Rossa, il club nautico, l’hotel e i ristoranti di tipica cucina peruviana a base di pesce e frutti di mare. Dal porto partono le escursioni per visitare le Isole Ballestas e le Isole Chincha.

Mentre dall’Italia arrivano notizie preoccupanti sull’epidemia di Coronavirus, torniamo a Lima, ultima tappa del nostro viaggio. Vorremmo visitarla con serenità, ma con le cancellazioni dei voli in Europa siamo costretti a concentrarci – grazie all’aiuto professionale della nostra agenzia di viaggio italiana –  nell’organizzazione del rientro. Dalle tv, intanto, scopriamo che la pandemia coinvolge anche il Perù, che chiuderà le frontiere per tre mesi.

Saliamo sull’aereo che ci riporterà a casa con sensazioni strane. Sta accadendo qualcosa di epocale. Salutiamo il Sudamerica dal cielo. Chissà quando potremo tornarci.

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