Imoney tab white
Utilizziamo i cookie per offrirti la miglior esperienza possibile sul nostro sito Web.
Quando utilizzi il nostro sito Web, accetti che vengano trasmessi cookie sul tuo dispositivo. Ulteriori informazioni

Silvia Pellizzon e Daniele Ferrari

Figli di uno sport minore
20 gennaio 2014

The Horse Whisperer (Il cavallo sussurra)

di Michele D'Urso
Tutto è iniziato con le gare di equitazione. "Poi ho capito che fra me e i cavalli c’era un legame che andava oltre il solo salire in sella".
CONDIVIDI
3739
Un primo piano di Silvia con il cavallo Diaspro
Figli di uno sport minore
20 gennaio 2014 di Michele D'Urso Image

Diciamolo: a tanti piacciono i gatti, ad altrettanti piacciono i cani, ma i cavalli piacciono a tutti. D’altronde è anche facile da spiegare: fin dalla notte dei tempi questo quadrupede è stato sinonimo di bellezza ed eleganza, di affetto e dedizione e, perché no, indice di ricchezza personale.

Sono nato in una casa di due stanze senza acqua corrente ed elettricità, però eravamo considerati benestanti perché di fianco alla casa c’era la stalla con ‘Rondella’, la giumenta che trainava il carretto monoasse tipico del Sud Italia. Gli altri, i poveri, se non erano alla fame avevano il mulo, mentre se erano male in arnese potevano permettersi solo l’asino. Rondella era considerata se non la Ferrari, perlomeno la Mercedes dei tempi. Ricordo che era così calma e dolce che, io con i cugini, giocavamo a nascondino fra le sue gambe. Ma non ero neanche adolescente che ‘Rondella’ era stata venduta per essere sostituita dal trattore, e sotto i cingoli dei cavalli vapore non ci puoi giocare.

Oltre ai pericoli arrivarono tutti quei comfort moderni che ci hanno reso, se non completamente mancanti, perlomeno bisognosi di quei contatti affettuosi, naturali e antichi tramandati da generazioni.

Per fortuna ci sono giovani in grado di percepire che questo legame uomo-cavallo-natura fa parte della nostrastessa storia e che lottano per riportarlo in auge. Sto parlando dei coniugi Silvia Pellizzon e Daniele Ferrari, che gestiscono il maneggio annesso all’agriturismo San Floreano di Buia.

Silvia, è vero che tutto è partito dall’equitazione classica?

«Pur essendo originaria di Gorizia, per motivi di studio vivevo in Emilia e lì mi sono dedicata all’equitazione. Ho preso anche parte ad alcune gare di Endurance (corse di resistenza, ndr), ma ben presto ho capito che fra me e i cavalli c’era un legame che andava oltre il solo salire in sella. Fu così che ne acquistai uno, per aver un contatto diretto con il cuore di questi animali meravigliosi. Poi ne comprai un secondo e poi uno anche per il mio futuro marito».

Idea originale per un regalo di fidanzamento…

«In realtà noi di regali del genere ne facciamo e ne riceviamo. Il dono di nozze da parte dei nostri amici sono state delle capre; e noi avevamo fatto loro lo stesso dono».

Come mai siete venuti in Friuli?

«Volevo tornare vicino ai miei e la cosa non dispiaceva nemmeno a mio marito: abbiamo iniziato a cercare e alla fine… eccoci qui. Avevamo già otto cavalli e il trasloco avvenne con un camion attrezzato».

Nel vostro maneggio si pratica un’equitazione diversa…

«Io e mio marito riteniamo che la relazione uomo-cavallo vada vissuta non utilizzando il cavallo come strumento ma rispettandolo quale essere vivente. Pratichiamo un’equitazione naturale, senza l’uso di selle, morsi e speroni, dove il legame cavallo-cavaliere si fonde fino a diventare un tutt’uno. L’uomo corre con le potenti gambe dell’animale; il cavallo, a sua volta, pensa con la testa del cavaliere, ma questo avviene solo in un rapporto di totale fiducia».

Affascinante, ma come fate a trasmettere gli ordini?

«Si usa una capezza di corda chiamata Yaquima. Il nome deriva dalla tribù nativa americana, originaria del Sud-Ovest degli attuali Stati Uniti, che ne faceva uso tradizionale. il contatto intimo con il cavallo lo si ha solo se si impara a montare a pelo, proprio come facevano gli Indiani d’America».

Dicono che gli indiani parlassero con i cavalli, come nel famoso film con Robert Redford…

«La gente può anche pensarla diversamente, ma è proprio così. Parlare con il cavallo non significa ‘comunicazione vocale sintatticamente corretta’, ma qualcosa più legato alla percezione dei sentimenti. Noi lavoriamo anche al recupero di animali che, a seguito di maltrattamenti, hanno perso fiducia nell’essere umano».

Cosa si prova a riportare la gioia di vivere nel cuore di un essere vivente?

«La mia prima cavalla, quella presa in Emilia, è al suo terzo puledro, e ogni volta è un’emozione che ti riempie il cuore. Dopo la prima ora, nella quale si fissano in quello che viene chiamato ‘Imprinting’, cioè il riconoscimento madre-figlio, è lei stessa che, dolcemente, spinge con il muso il puledro verso di me, come se gli dicesse “Fidati di questo strano essere a due zampe, è uno dei nostri”».

Un grande lavoro di comunicazione a livello psicologico.

«I cavalli, come tutti gli animali in genere, non sono capaci di mentire; se ti attaccano cercano di spaventarti più che aggredirti e lo fanno perché hanno un motivo, dalla paura alla difesa del territorio o dei cuccioli. Se comprendi il motivo, allora puoi cercare di instaurare un dialogo e arrivare a comprenderli».

Chi viene a fare equitazione da voi come riesce a instaurare questo rapporto con il cavallo?

«All’inizio si lavora a terra; non si tenta di cavalcare l’animale ma si ‘gioca’ assieme. È un lavoro sulla fiducia reciproca. Il cavaliere tiene per una corda il cavallo e gli impartisce i vari ordini, come saltare, fermarsi, correre; questo collegamento visivo permette all’essere più imbranato a livello motorio, l’uomo, di imparare come si muove il cavallo e di seguirne, quando ne sarà in groppa, i movimenti. Così, quando il cavallo decide di portare a spasso il cavaliere, perché lo percepisce come un amico, come una persona che gli vuole bene, si potrà raggiungere quel tutt’uno di cui si parlava prima».

In realtà questo vostro maneggio sembra più un arca di Noè…

«Noi adoriamo tutti gli animali. Abbiamo mucche, capre, galline, anche una maialina da compagnia: una Large White».

Una Large White? Ma sono enormi…

«La nostra ‘Grufì’ - così chiamata perché, ovviamente, grufola - pesa oltre duecento chili, ma è tenerissima. L’unico problema è che se la porto in giro per i prati, e poi mi sdraio a guardare il cielo, vuole ancora venire in braccio!»

C’è qualche altro animale particolare?

«Per me sono tutti particolari. Se faccio un lavoro nel prato, le cavalle non mancano di venire a controllare cosa sto facendo; sembrano quei vecchietti che si divertono a guardare i lavori in corso e fanno commenti sull’operato dei lavoratori. Oppure, se faccio un lavoro negli stalli, i quattro puledri maschi si affacciano dai box e cominciano a nitrire fra loro come per richiamare l’attenzione delle giumente ed esprimere pareri passionali, come dei veri e propri ‘Vitelloni’ felliniani…»

Troppo simpatici. E sono anche la dimostrazione che l’equitazione non è uno sport per snob o solo per ricchi, ma per chiunque voglia un contatto vero con gli animali. Qui davvero si respira un’atmosfera particolare, dove gli animali hanno quell’aria serafica e ilare simile a quella del film di animazione ‘West and soda’ di Bruno Bozzetto, di tanti anni fa. Che io stia invecchiando?

Non mi resta che salutare Silvia e dirigermi verso la sala ristorante per assaggiare i manicaretti preparati da papà Franco Pellizzon. Si sa, a tavola non si invecchia!

Commenti (0)
Comment