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Pensiero e religione

Società
17 gennaio 2014

Il senso del sacro

di Cristian Vecchiet
La dimensione religiosa riguarda da millenni tutte le culture e le società del pianeta. Nel futuro sarà ancora così?
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Mantenere vivo lo spirito religioso è importante?
Società
17 gennaio 2014 di Cristian Vecchiet Image

Viviamo in una società fortemente secolarizzata. I riti religiosi sono sempre meno frequentati. La capacità di influenza delle religioni sui costumi individuali e collettivi è potentemente indebolita. I valori religiosi, quando ci sono, appaiono relegati alla mera dimensione privata dei singoli. La religione è di norma esclusa dal dibattito pubblico. Ma soprattutto abbiamo tutti la sensazione di vivere più il frammento che l’unità, più il puro immediato che una prospettiva ampia e complessiva. Ma chiediamoci: può essere importante mantenere vigile lo spirito religioso? E perché?

A titolo di premessa, è opportuno ricordare che la dimensione sacra e religiosa è trasversale alle società.

Indipendentemente dal contenuto della credenza, è difficile, se non addirittura impossibile, trovare delle società prive di una dimensione religiosa. Il rapporto col sacro è ineliminabile nelle più diverse culture, situate secondo le più variegate coordinate temporali e geografiche.

Ma la domanda è: a quale bisogno rispondono lo spirito religioso e l’istanza religiosa? Il senso religioso corrisponde al bisogno di dare un senso alla propria vita. Gli eventi dell’esistenza interpellano inevitabilmente l’uomo e lo spingono a dare significato e unità al proprio vivere. E questo soprattutto quando si tratta di fatti decisivi che lo toccano nel profondo, come la morte, la nascita, l’ingiustizia, la bellezza... È difficile sottrarsi all’esigenza di dare un senso al trascorrere inesorabile del tempo.

Il desiderio di dare un senso alla propria vita (dove vado?), di capire perché sono al mondo (da dove vengo?), è radicato nel cuore degli uomini. Il senso religioso corrisponde a un bisogno di interrogazione e di riflessione filosofica. La domanda sul senso della vita e sul perché delle cose è talmente radicata nell’uomo, che ogni cosa che egli fa in un certo senso può essere considerata una risposta pratica (anche irriflessa) a queste istanze.

La domanda di senso (filosofico e religioso) riflette il bisogno di andare al di là dell’oggi, del contingente, dell’immediato, per tirare le fila di tutti i frammenti che compongono la vita. La domanda di senso è un’interpretazione della realtà e del passato, nonché una progettazione del proprio futuro. L’esigenza di senso nasce dal desiderio di una felicità che viene continuamente minacciata e irrimediabilmente sconfitta dalla morte.

Ma la morte e la sofferenza sono tanto reali, quanto lo sono il desiderio di non morire e l’aspirazione al bene.

La domanda di senso (filosofico e religioso) esprime a un tempo la grandezza e la povertà della realtà umana: l’uomo non è semplicemente una delle tante cose presenti nel mondo eppure al contempo risulta estremamente fragile. L’uomo è qualcosa di più, eppure in una prospettiva fenomenologica non si è fatto da sé ma è stato dato a se stesso. Non solo: l’uomo trascende la realtà puramente materiale ma al tempo stesso non è padrone della realtà.

La domanda di senso esprime l’impossibilità dell’uomo di non chiedersi le ragioni del male. Il limite e soprattutto il male morale costituiscono un appello forte al bisogno di felicità dell’uomo. Qualunque sia la risposta alla domanda di senso, tutti desiderano essere felici. E questo desiderio di felicità non può essere sottaciuto, se si vuole una vita che abbia un minimo di senso.

La domanda di senso implica il riferimento all’altro da sé, inteso come “tu” simile ma diverso da sé. Il significato delle cose trascende il singolo individuo e abbraccia tutte le persone. Il religioso è un richiamo al rispetto dell’identità dell’altro, come realtà altra da me e a me non riducibile. L’altro non è possedibile e non può essere fatto oggetto della propria voracità. Certo, senza dimenticare i rischi cui la degenerazione di appartenenze religiose o di un frainteso senso del sacro può condurre.

Perché può avere valore il tenere alta l’istanza religiosa? E entro quali termini? L’istanza religiosa va tenuta alta se e nella misura in cui esprime il bisogno di dare un senso alle proprie giornate, il bisogno di non rassegnarsi all’appiattimento, al bisogno di aprirsi alle diverse forme di alterità che ci costituiscono intimamente.

L’istanza religiosa è antropologicamente fondata e spinge a una conversione etica. Come fare per tenere alta questa esigenza? Probabilmente la prima via consiste nell’alimentare e sostenere educativamente il senso critico dei ragazzi, ovvero la loro capacità di ascoltare e interrogare la realtà.

Il senso del mistero e lo spirito filosofico sono tenuti vigili dalle domande fondamentali, le cui risposte non saranno forse mai del tutto esaustive o mai definitive ma al tempo stesso non per questo insensate. Il senso filosofico e religioso è la risposta alla domanda sul senso della vita e sulla qualità della vita cui possiamo e dobbiamo tendere.

Educare al senso religioso o filosofico della realtà non vuol dire imporre una visione. La posizione degli adulti può essere religiosa, atea o agnostica. L’importante è che lo spirito di ascolto e di interrogazione della realtà, di dialogo attivo e non banale con gli altri rimanga acceso. E per questo decisiva è la testimonianza degli adulti significativi, gli adulti di riferimento dei ragazzi.

La vita etica degli adulti come riflesso della capacità riflessiva e autoriflessiva è probabilmente il punto nodale. E poi chiaramente la loro capacità di stimolare i ragazzi mediante la discussione attiva. In fondo la questione in primis è rifiutare il pensiero negligente a favore di un pensiero critico e personale che sappia fecondare e lasciarsi fecondare dalla vita pratica.

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