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Gianfranco Oradini

Sport
17 gennaio 2014

Inventore e gentiluomo

di Giuliana Dalla Fior
Sulla barca a vela è diventato campione olimpionico. Conclusa la carriera sportiva, ha capito che il vento può essere amico prezioso anche in altri campi. Ecco come.
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Gianfranco Oradini, 62 anni il prossimo 20 giugno (a destra) con Randy Smith, velista, stunt-man e controfigura di Kevin Costner nel film Woterworld
Sport
17 gennaio 2014 di Giuliana Dalla Fior Image

Sorriso, sobrietà e pacatezza nel parlare. Doti che si sono radicate in lui dopo molti anni di agonismo sportivo, fatto di passione e di pazienza, di coraggio e di consapevolezza: tutti elementi di un carattere che lo hanno reso più volte campione. Trascorsi gli anni dei successi sportivi, è diventato un inventore. Ora il suo brevetto ha destato l’interesse del Centro di Ricerca di Trieste, che potrebbe deciderne l’applicazione pratica. Nel frattempo, con l’Arciduca Markus d’Asburgo, sta ideando il “Giardino della Pace”.

Campione olimpionico e campione europeo di vela: quando e come è nata in lei questa passione?

«A sette anni ho ricevuto in regalo un guscio di plastica, simile a metà noce; ho ritagliato una tenda indiana per farmi una piccola vela triangolare, due pezzi di legno, perché fossero l’albero e il boma... e via, in mezzo al lago, a trascorrere giornate intere, in tutte le situazioni meteorologiche! Così ho imparato ad affrontare senza paura il vento anche molto forte, ingegnandomi a tenere diritta la barca».

È sempre stato uno sportivo?

«Avendo due fratelli maggiori, ho iniziato precocemente a provare diversi sport - bici, sci, tennis - per stare in compagnia. A quattordici anni, dopo una rovinosa caduta con gli sci, una frattura alla gamba destra e conseguenze anche alla schiena, ho dovuto abbandonare sci e tennis».

È nato a Rovereto, in Trentino, poco lontano dal lago di Garda, ma vive anche a Trieste. Quali sentimenti e quali motivazioni la legano a questi due luoghi?

«Ho vissuto fino a 40 anni in una casa in riva al lago. Recentemente mi sono trasferito a Trieste passando dall’Ora del Garda alla Bora, per sperimentare nuove strutture veliche e per la definizione di nuovi progetti».

A proposito di vento, in tempi abbastanza recenti lei ha messo a punto un’invenzione: un generatore eolico. Come le è venuta questa idea?

«Un’intuizione. Combinando tecnologie veliche con sistemi eolici ad asse verticale, riesco a ottenere energia elettrica o meccanica da qualsiasi parte arrivi il vento; avendo la possibilità di modulare le superfici veliche, è consentito mantenere l’impianto attivo, sia con vento leggero sia con vento molto forte, nei luoghi più impensati».

In quali campi potrebbe essere utilizzato?

«Gli usi sono molteplici, perché questa invenzione permette alla gente di vivere anche là dove l’energia non può essere trasportata, per problemi di costi o di distanza eccessiva dai luoghi di produzione. Pertanto il progetto, che dà energia elettrica o meccanica in diretta, consente ad esempio di pompare acqua e di ossigenarla, di irrigare o segare il legname, ovvero di accumulare energia attraverso accumulatori caricati dal sistema stesso, quindi permette di utilizzare la corrente nel momento in cui serve, senza dispersione. Questo sistema è definito “in Isola” per proprio consumo».

Chi la conosce bene dice che “è un geometra di grande vivacità intellettuale”. Si riconosce in questa definizione?

«Gli studi tecnici mi sono serviti in un primo tempo, in quanto l’attività di famiglia era la vendita di materiali da costruzione. Successivamente, l’anno dopo le Olimpiadi del Messico (1968, ndr), ho aperto con i miei fratelli un laboratorio di riparazioni vele e di produzione di qualsiasi accessorio utile a facilitare lo sport del windsurf. La vivacità intellettuale era quella di osservare e sperimentare tutto ciò che aiutava a vivere meglio, in un contesto quale quello offerto dal lago di Garda».

Un episodio fondamentale della sua vita?

«Una vacanza estiva di un mese in Baviera, sul lago di Stanberg, a 17 anni. Lì ho conosciuto la ex famiglia imperiale degli Asburgo, che abitava a Pöking in esilio, e Luitpold di Baviera, bisnipote di Ludwig terzultimo Re in Baviera. Due famiglie che hanno lasciato un segno nella storia. Con Luitpold condividiamo la passione della barca a vela e talvolta regatiamo assieme. Forse merita ricordare anche che la sua famiglia a tutt’oggi produce un ottima birra “reale”, prodotta in castello allora come oggi, e che furono proprio i suoi antenati a dar vita alla famosa “Oktoberfest”. In quel periodo sono stato pure ospite al Max Planck Institut di Monaco: lì ho incontrato Konrad Lorenz, il famoso zoologo ed etologo, un pioniere dell’ambientalismo. Rientrato in Italia, a fi ne agosto ho vinto la “Centomiglia del Garda” con Fabio Albarelli, medaglia di bronzo nelle Olimpiadi del Messico 1968, e mio timoniere alle Olimpiadi in Canada nel 1976. Nello stesso anno nasceva la Barcolana».

Un episodio invece che vorrebbe dimenticare?

«Perdere per meno di un punto una regata molto importante, che ero sicuro di vincere! Ma l’avversario è diventato poi campione del mondo e medaglia d’oro alle Olimpiadi nel 1992 a Barcellona, e disegnatore dei Formula 40 piedi, antesignani dei catamarani in Coppa America: Yves Loday».

Vela e surf: due modi diversi per sfruttare il vento e viaggiare sull’acqua. Quali emozioni si provano?

«Mentre in barca a vela ci vogliono anni per arrivare ad alti livelli in campo internazionale, in surf la strada è più breve, perché la tecnica è completamente diversa, l’età e la prestanza fisica fanno il resto. Le emozioni poi sono differenti, con il windsurf sono immediate per il contatto più diretto con vento e acqua: non puoi mollare, altrimenti cadi. Per contro, la barca a vela ti rilassa, ti fa ragionare con più calma».

Come può nascere in un giovane la passione per la vela?

«La passione può essere trasmessa, se qualcuno ti porta in barca! L’età non conta, è la predisposizione a conoscere emozioni nuove che può far proseguire. Importante è iniziare con chi è pratico, chi sa spiegare come affrontare le diverse situazioni».

Quali doti apprezza nei giovani d’oggi?

«La curiosità di tutto ciò che è nuovo nel campo della tecnologia, e la facilità che hanno nell’utilizzarla.

Cosa invece vorrebbe rimproverare loro?

«L’utilizzo eccessivo e talvolta improprio delle tecnologie e dell’informazione, che li allontana dalla realtà, dalle fatiche quotidiane e dallo sport. I giovani oggi sono troppo sedentari e soli».

I suoi figli di cosa si occupano?

«Mia moglie è morta diversi anni fa e per me non tutto è stato facile. Ora però Francisco, che ha seguito studi di informatica ed elettronica, mi è di grande aiuto per il mio progetto; Isabel invece lavora in una banca a Montevideo (Uruguay) e parla correttamente quattro lingue. Sono molto fiero di loro».

Lei è amico e portavoce dell’Arciduca Markus d’Asburgo, pronipote dell’Imperatore Francesco Giuseppe: come lo ha conosciuto?

«Ho incontrato e conosciuto l’Arciduca Markus nel 1999, durante una sua visita ad Arco (TN). Abbiamo parlato dei suoi parenti famosi e questo ha facilitato i successivi incontri. Da quando vivo a Trieste ci siamo incontrati più volte: in quelle occasioni io organizzo appuntamenti con amici musicisti, scrittori e giornalisti, per interviste legate alla storia della sua famiglia o visite nei dintorni della città».

Dagli Asburgo alla Prima Guerra Mondiale: per un trentino di nascita e un triestino d’adozione, cosa rappresenta oggi quel conflitto?

«Vivo la prima Guerra Mondiale con il dolore espresso da mio padre attraverso i racconti del nonno. Purtroppo neanche il male estremo e le esperienze passate, sono servite. Le continue tensioni, che si percepiscono per la disuguaglianza tra chi vive nell’abbondanza e chi non arriva a sera, la disuguaglianza nella distribuzione energetica e alimentare, le operazioni finanziarie spregiudicate che hanno impoverito le famiglie, riacutizzano la voglia di rivincita di chi non ha potuto dividere il benessere».

Cosa si sta mettendo in cantiere a Miramare per celebrare il centenario della Grande Guerra?

«L’Arciduca vive la memoria di questo centenario con grande turbamento. Sono parole sue che “il mondo è stato sconvolto per un assurdo potere concentrato in poche mani, che ha portato minacce, angoscia, sofferenza, miseria e morte”. Per questo pensiamo con l’Arciduca di lasciare un segno di pace».

Nello specifico?

«Siamo in contatto con l’amministrazione del Castello di Miramare per far nascere nel parco un “Giardino della Pace” dove personalità degne di questa parola possano mettere una pianta a dimora».

Si sente più sportivo, imprenditore, inventore, o portavoce dell’erede di Casa d’Asburgo?

«Sul podio metto prima la parola sportivo, poi inventore, al terzo posto imprenditore. Essere definito portavoce di casa Asburgo è un onore».

Quale suo recondito desiderio vorrebbe che si realizzasse?

«Che il mio progetto veda... la ‘luce, in senso tanto metaforico quanto concreto, poiché l’energia è indissolubilmente correlata allo sviluppo: interviene in tutti i settori chiave dell’attività umana (acqua, salute, refrigerazione dei prodotti alimentari, illuminazione, riscaldamento, trasporti, agricoltura, produzione industriale) e costituisce un potente fattore di assetto del territorio e di coesione economica e sociale. Anche l’accesso alla conoscenza, cioè all’istruzione e alla formazione, non avviene senza l’energia».

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