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John Martina, Easy flyer

Sport
15 gennaio 2014

Il vagabondo dei cieli

di Michele D'Urso
L’amore per la neve e lo sci. Un tumore e la forza di reagire. Scalando vette sempre più alte. Fino alla passione per il parapendio. «La vita va vissuta, altrimenti è uno spreco».
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John Martina pronto alla partenza con il parapendio
Sport
15 gennaio 2014 di Michele D'Urso Image

Easy Rider è un film che ha fatto epoca. Il successo che riscosse ne fece uno degli emblemi delle lotte sociali svoltesi negli anni ’70, le quali anelavano al raggiungimento della possibilità, per ogni essere umano, di realizzare se stesso. Lo strumento necessario per raggiungere l’obiettivo era anche la parola chiave della trama, ovvero Freedom, Sloboda, Libertà.

Proprio negli anni in cui il film veniva girato nasceva, in uno sperduto paesino della Val Raccolana, (Piani di Sotto, frazione di Chiusaforte), John Martina. Uno sportivo ‘estremamente normale’ (un metro e novanta dalle elastiche fattezze) che incarna il vero spirito della Libertà, essendo capace di passare dall’alpinismo al parapendio usando come tramite un giro in bicicletta di centinaia di chilometri o una mezza maratona, a piedi o sciistica che sia.

John, lei pratica molteplici attività: con che sport ha cominciato?

«Diciamo che la prima gamba me la sono rotta a sei anni sciando… Ho sempre praticato tanto sport, svolgendo perfino la leva militare nel gruppo sportivo dell’Esercito come sciatore di fondo. Poi, alla fi ne della ferma, mi sono lanciato anche in altre attività, compreso il parapendio».

Lei è assurto alle cronache, per l’ennesima volta, lo scorso inverno, per aver compiuto in solitaria il giro del Parco delle Prealpi Giulie, scalandone anche le principali cime. Come mai questa scelta?

«Il giro del Parco l’avevo già fatto in estate; il mio pallino era farlo anche d’inverno, solo che non è facile prepararsi per un’impresa del genere perché, se si vuole tornare a casa, bisogna cogliere anche il momento buono, sia personale che meteorologico».

Siamo in un caratteristico locale del Canal del Ferro, e John accende il computer per mostrarmi le foto della sua impresa. Sullo schermo appaiono panorami e viste mozzafiato.

«Il Parco è come fosse casa mia. L’avevo già girato in un’unica tappa assieme a un amico. Da quell’esperienza nacque ‘Estremamente Parco’, competizione di trekking da me ideata e giunta alla sua quarta edizione, che si svolge d’estate».

Un piccolo capannello di avventori si avvicina per ammirarle le foto che scorrono. Sono persone del posto, gente di montagna che conosce John e che di cime, freddo e neve se ne intende. Le loro parole di ammirazione rendono l’idea di quanto sia stata storica l’impresa.

«Sono partito con uno zaino di oltre venti chili, un peso che dopo quasi venti ore di marcia diventa un macigno. Ma dovevo portarmi dietro tutta quell’attrezzatura se volevo tornare a casa, perché lassù non si scherza. Cornicioni di neve in cresta, salite con pendenza superiore al cinquanta per cento in gole così strette dove per cambiare la direzione degli sci devi arrampicarti alle pareti e poi lanciarti giù, come qui, nella Forcella dei Tedeschi».

John mostra la foto di un canalone angusto e ripido, dove le impronte dei cambi di direzione dei suoi sci sono così tante da non riuscire a contarle.

«C’era tanta neve, anche buona, ma se toglievo gli sci sprofondavo giù fi no al petto, perciò niente tratti a piedi. Alla fine, per fortuna, ho fatto delle discese che erano una goduria: la giusta ricompensa dello sci alpinismo per le fatiche compiute».

Il susseguirsi di foto è degno di un book fotografico. Le cime del monte Canin, del Guarda, dello Jama e tutte le altre sono state immortalate da John in posizioni e momenti unici. C’è un passaggio in cresta che mi viene indicato.

«Qui avevo un piede in Italia e uno in Slovenia: ho dovuto fare tutta la cresta in quelle condizioni perché era l’unica via possibile. Ovviamente, se la neve avesse ceduto… In imprese del genere il fattore di rischio è alto, ma se pensi che lassù ci sia la tua fine, allora non vai da nessuna parte. Questo non significa che io sia uno scavezzacollo; se sono qui è perché la prudenza l’ho sempre impiegata».

Cosa rende un uomo coraggioso?

«La consapevolezza dei propri mezzi, la preparazione personale. Se così non fosse io, stando alle mie condizioni, dovrei stare solo sul divano».

Scopro così che John, appena finito il servizio militare, è stato operato di un tumore alla gamba destra, con asportazione dei muscoli tibiali e altro. Resto sconcertato.

Come riesce a compiere queste imprese se le manca la flessione del piede?

«Per lo sci di fondo ho ideato un elastico che sistemo a metà della gamba e che lego, all’altra estremità, allo scarpone; per il resto, bisogna avere il coraggio di vivere. Non sono ricco, faccio l’operaio, però per apprezzare la vita non occorre essere dei nababbi. Se vivi in montagna, come al mare, e non sfrutti la possibilità che ti è data di vivere questi angoli di paradiso e te ne stai davanti al televisore, allora è un vero spreco».

Come si prepara fisicamente alle sue imprese?

«Faccio un po’ di tutto. L’ultimo allenamento speciale è stato legarmi sulle spalle un armadio di mio zio, pesante oltre quaranta chili, e portarlo su per oltre mille metri di dislivello in uno stavolo di sua proprietà che intende sistemare. Ci ho messo due ore scarse».

Parliamo dell’altra passione: il parapendio.

«Ho cominciato per caso. Avevo accompagnato dall’istruttore un mio amico di Pontebba che voleva cominciare. Finì che lui a scuola di volo non ci volle andare mentre io, che uscivo dal tumore, dissi: “Domani ti porto i soldi e cominciamo”».

E da lì, altre avventure…

«Non avevo un posto da dove decollare. Trovare radure idonee è stato impossibile, così ne ho creata una tagliando qualche pianta. Una decina di anni fa sono atterrato a Cortina decollando da Chiusaforte: oltre cento chilometri di volo, che oggi, per le vele esistenti, sono un gioco, ma all’epoca…»

Che effetto fa avere i piedi fra le nuvole?

«È magnifico. Il silenzio del cielo, la ricerca delle correnti ascensionali, i panorami. Io decollo anche d’inverno e per farlo devo prima arrampicarmi sulle cime. Sono anche abilitato al volo con l’ala biposto con la quale porto, chi lo desidera, a fare un giro nel cielo».

E poi ci sono anche le gare trail (corse a piedi su sentieri natura, ndr) a cui lei partecipa…

«Sì, ho fatto anche due volte la Ultra Trail della Valle d’Aosta. Con la bici, invece, sono andato fi no a Rimini in un’unica tappa partendo da Chiusaforte. Una volta ero anche partito con quella di andare fi no a Catania, ma a Gemona mi hanno investito».

Da un episodio brutto a uno bello: quale ricorda con più piacere?

«Una volta atterrai con il parapendio in Slovenia; c’era ancora il confine, e nessuno voleva darmi un passaggio in autostop. Ero decollato con gli sci: chi poteva pensare di caricare in macchina uno che andava in giro con la vela del parapendio sulle spalle (già di suo un valigione enorme), con gli sci e gli scarponi attaccati ai lati, che camminava scalzo in inverno? Solo un ubriaco ebbe il coraggio di darmi un passaggio fi no a Caporetto».

Dai ricordi al futuro: il sogno nel cassetto?

«Atterrare a Bolzano partendo da casa».

Ma il segreto per fare tutto ciò qual è?

«Conto sulla preparazione e sull’esperienza. Quest’ultima mi consente di visualizzare tutte le fasi di un’impresa, dall’equipaggiamento alle vie da seguire».

Tutti i più grandi campioni sono dei grandi visualizzatori delle gare che svolgeranno, e questo vuol dire che John Martina, fra le altre cose padre di due figli, Nico e Remy, è quel che si dice un talento naturale. Mi mostra un’ultima foto: un larice immerso nella neve.

«Questo albero si trova a oltre millenovecento metri di altitudine: il massimo qui in zona. Ogni volta che passo di lì gli faccio un saluto, perché quell’albero sono io».

Forse è così, ma a me John, con la sua energia, ricorda tanto Wambli Ganesha, l’aquila dei nativi Americani. E me lo vedo lassù, a volare con le altre aquile, a cavalcare l’aria con la sua vela da parapendio, a rendere facile un’impresa per altri ardua. Lui vola facile, libero. Come correvano Hopper e Fonda, a cavallo delle loro moto, nel film di cui sopra. Chissà che un giorno qualcuno non giri un film su John. Easy Flyer.

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