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Il primo conflitto mondiale nel Goriziano

Turismo
13 gennaio 2014

Il Calvario d'Italia

a cura della redazione
La conquista di Gorizia da parte dell’esercito italiano è uno dei capitoli più sanguinosi della Grande Guerra. Il ricordo di quei giorni terribili è ancora vivo negli scritti di chi li ha vissuti.
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Gorizia, il monumento a Enrico Toti in piazza Cesare Battisti
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13 gennaio 2014 della redazione

Come sul Golgota

Nel 1915, quando l’Italia entra in guerra contro l’Austria-Ungheria, Gorizia è una formidabile testa di ponte dell’esercito asburgico, difesa con un enorme apparato di uomini, mezzi e strutture: i generali di Francesco Giuseppe sanno bene che la città è il primo obiettivo delle mire italiane. Gli scontri, infatti, infuriano immediatamente nelle colline tutto intorno, prima fra tutte il Monte Calvario. Un nome che sembra uno scherzo macabro del destino: a definirlo «il Calvario d’Italia» sarà Clemente Rebora, poeta lombardo spedito quassù nell’autunno del ‘15. Sono passati solo due anni dal suo esordio letterario con gli splendidi Frammenti lirici, di esplosiva vitalità: «O poesia, nel lucido verso / che l’ansietà di primavera esalta / che la vittoria dell’estate assalta / che speranze nell’occhio del cielo divampa / che tripudi sul cuor della terra conflagra...».

Ma dopo poche settimane di guerra, quei verbi assaltare, divampare, conflagrare da metaforici diventano reali. Ora, a parlare sono le bombe e le mitragliatrici che  sconvolgono la sua postazione di Piedimonte, dove non si è al sicuro nemmeno dai proiettili degli stessi commilitoni, come il poeta denuncia in una disperata lettera alla madre del 28 novembre 1915: «Perdona se non scrivo come vorreste - l’orrore di ciò che mi circonda (che tanfo di nostri morti insepolti, mentre l’artiglieria nostra ci accoppa in sbaglio!), l’imbestialimento e lo sforzo di tener su queste larve d’uomini; non mi lascia espressione più».

È lo scenario terribile della poesia Viatico, in cui si arriva a chiedere al soldato agonizzante di morire, almeno lui, in silenzio: «O ferito laggiù nel valloncello, / tanto invocasti / se tre compagni interi / cadder per te che quasi più non eri, / tra melma e sangue / tronco senza gambe / e il tuo lamento ancora, / pietà di noi rimasti / a rantolarci e non ha fi ne l’ora, / affretta l’agonia, / tu puoi finire, / e conforto ti sia / nella demenza che non sa impazzire, / mentre sosta il momento, / il sonno sul cervello, / lasciaci in silenzio / - Grazie, fratello».

Una sorte comune a Scipio Slataper, autore nel 1912 del romanzo Il mio Carso, denso di amore per la vita e la natura: «Sono disteso nell’erba. Sugli occhi mi sventola il sole con il tremolio soffuso degli olivi. Giunge pieno di salute e di gioia il maestrale dell’Adriatico. Abbrividisce il verde mare di Grignano, e sprazza in innumeri fiamme e scintille dorate, e la fresca pace mi penetra disciogliendomi come terra di marzo. In bocca balza un canto ingenuo e scomposto. Come il corpo s’adagia avidamente sulla terra! Le braccia si distendono grandi su di essa, e il mio respiro si fonde come una preghiera nell’infinita aria gioconda. [...] Dolce è riposare così, amando delicatamente questa lunga erba, e palpitare persi con lo sguardo nel cielo. Io sono una dolce preda desiderosa d’inghiottirsi nella natura».

Ad inghiottirlo sarà invece il fango del Calvario: il 3 dicembre del ‘15, Scipio muore in un attacco nemico. La sua salma, caso quasi unico, non verrà mai trasferita in un sacrario o in un ossario: riposa ancora oggi fra i cipressi, vicino al solitario Cippo sulla Strada Giuliano-Trentini Volontari Irredenti.

Cosa resta, oggi, di quella ferocia che ha insanguinato il Calvario? I resti delle posizioni militari quasi non esistono più: s’innalza invece, in un piccolo spiazzo, il Cippo dedicato ai Volontari Giuliani caduti su questa altura, mentre sulla sommità svetta l’enorme Obelisco dedicato ai vari reparti che qui hanno combattuto, ognuno dei quali è ricordato con un’epigrafe su ogni lato del monumento. Più avanti parte un sentiero, in quello che fu il cuore della difesa austro-ungarica in prima linea, al termine del quale si apre una terrazza che dà sul Collio: qui, sono poste Tre Croci a rappresentare il Golgota nel momento del calvario di Cristo.

Premesse di uno scontro terribile

«Da tre giorni nel fango, tra il fango, col fango, mangio e bevo misto a fango, respiro fango, la mia pelle e le mie ossa sono infangate. Non c’è roba di lana che tenga. Mi metto a riposare un secondo: platch, frane di fango e pietruzze nella bocca, nelle narici, sulle mani, per la schiena. La sera che marciammo agli avamposti una bufera di neve e acqua voleva spazzarci dalla strada».

Sono parole di Carlo Stuparich, fratello del più noto Giani, entrambi scrittori. Scritta dal fronte goriziano, questa lettera, che denuncia la vera realtà della guerra - fango, sporcizia e pidocchi, altro che gloria e ardore, come dirà anche George Orwell in Omaggio alla Catalogna dedicato alla guerra civile spagnola -, porta una data importante: 2 marzo 1916. Negli stessi giorni, sul fronte tirolese, l’esercito austriaco sta infatti accumulando mezzi, armamenti e uomini per un’operazione che passerà alla storia come Strafexpedition: ‘spedizione punitiva’.

Il nome è programmatico: l’idea è quella di invadere il territorio italiano da Trento a Venezia per serrare in una morsa le truppe italiane, impegnate re sull’Isonzo, come una sorta di vendetta contro l’ex alleato, reo di aver tradito schierandosi con l’Intesa. Così, dopo un certo ritardo nelle operazioni dovuto alle condizioni meteorologiche avverse, la notte fra il 14 e il 15 maggio le postazioni italiane sugli altipiani vicentini subiscono un terribile bombardamento a tappeto. La decisione del generale Cadorna è immediata: spostare il maggior numero possibile di uomini e mezzi dal Carso all’Altopiano di Asiago. Fra i trasferiti c’è anche Carlo, che si separa così dal fratello Giani rimasto a presidiare l’isontino: non si rivedranno mai più. Carlo muore il 30 maggio dello stesso anno: un suicidio, per evitare di cadere nelle mani del nemico. Quel nemico che solo pochi giorni dopo è costretto a ritirarsi con un nulla di fatto: nessun vincitore, nessun vinto, solo 26.000 morti fra italiani e austriaci e un numero infinitamente più alto di feriti e dispersi.  E così, l’Isonzo ritorna di nuovo protagonista: il trasferimento di massa riparte in senso opposto.

La Grande Guerra a Gorizia

Sono le ore 5.15 del 29 giugno 1916 quando, sul Monte San Michele, l’esercito asburgico apre 6.000 bombole contenenti una miscela letale di cloro e fosgene: dopo i primi usi in Francia e in Belgio nel 1915, il gas arriva per la prima volta sul fronte italiano. Esattamente lo stesso giorno, nella vicina Mariano, per uno di quegli incredibili corto circuiti della storia, Giuseppe Ungaretti scrive Il porto sepolto, una poesia che cambierà la storia della letteratura mondiale: «Vi arriva il poeta / e poi torna alla luce con i suoi canti / e li disperde // Di questa poesia / mi resta / quel nulla / di inesauribile segreto». Parole alate, mentre a pochi chilometri si muore in massa grazie all’ultimo ritrovato della scienza applicata all’autodistruzione dell’uomo.

Ma dopo questo episodio, le truppe italiane iniziano ad avanzare e lo scontro si sposta dal Calvario al Monte Sabotino; dalla prima linea difensiva, gli austriaci arretrano alla seconda: è la Sesta Battaglia dell’Isonzo, una delle più terribili, consumatasi nell’estate del 1916 e terminata con la presa di Gorizia da parte dell’esercito italiano. Nel corso dei decenni, l’Italia ha voluto ricordare questa conquista, per non dire consacrarla alla leggenda, con monumenti in ogni angolo della città: opere che oggi, talvolta, possono persino suscitare imbarazzo nella loro retorica, ma comunque fondamentali tasselli per ricostruire la storia del nostro Novecento.

Nel 1923 iniziano i lavori per la realizzazione del Parco della Rimembranza, affacciato su Corso Italia: fra cippi, busti e targhe commemorative, le macerie del monumento dedicato ai volontari goriziani caduti nella Grande Guerra (il progetto è di Enrico Del Debbio), fatto saltare nella Seconda Guerra Mondiale dai nazisti, ci ricordano che la strage del ‘15-18 è stata solo la prima catabasi nell’orrore in un secolo dominato dalla bestialità. Una bestialità già intuibile, per chi voleva intuirla, solo pochi anni dopo, nelle parole volute da Mussolini che possiamo ancora leggere nel Monumento alla Sesta Battaglia dell’Isonzo, posto fra via dei Torriani e via Don Bosco: «Sulle rive del Tevere è nata l’Italia, sulle rive dell’Isonzo è rinata». Diverso il clima culturale che ha prodotto, invece, il Monumento ad Enrico Toti in piazza Battisti (1958) e la Statua del Fante (1966) in via Cadorna: nella scelta di celebrare eroi ‘semplici’, quando non senza nome, c’è tutto lo sforzo di un’Italia che vuole lasciarsi alle spalle le ombre del passato senza rinunciare alla propria identità.

Nel ventre del Sabotino

Ma per capire cos’ha significato la presa di Gorizia, bisogna tornare lì, sul Sabotino, magari iniziando dal comune sloveno di Brda, dove l’ingresso al Parco della Pace è segnalato da una piramide in pietra: altre due sono poste su un versante diverso dell’altura, nel punto preciso in cui partirono gli attacchi italiani alle postazioni austriache. È il punto di partenza di una strada che corre per 7 km in mezzo alla vegetazione carsica: il percorso abbraccia l’intera collina e finisce in un ampio parcheggio, preludio al rifugio del Monte, adibito a punto ristoro e soprattutto a piccolo museo.

Da qui si dipanano diversi sentieri: quello a sinistra conduce, attraverso una trincea, alla Caverna delle 8 cannoniere, realizzata dagli italiani dopo la presa della vetta; quello alle spalle del rifugio porta invece all’articolato sistema di gallerie su più piani, costruito dagli austro-ungarici e successivamente migliorato dai vincitori nemici; quello alla destra, invece, conduce in mezz’ora direttamente alla cima (Quota 609). Il magnifico panorama spazia su Gorizia e il Monte Santo: solo l’Ossario di Oslavia ci riporta alla realtà e ci ricorda che in questi pochi chilometri sono morte, nella Sesta Battaglia dell’Isonzo, 30.000 persone.

Il silenzio che finalmente regna su questi pendii, a un secolo da quegli eventi, ne rinnova la memoria meglio di qualsiasi parola.

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