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Ennio Rizzotti

Figli di uno sport minore
31 dicembre 2019

Lassù sulle montagne, la felicità

di Michele D'Urso
"La prima dote da avere è la volontà di mettersi a disposizione del prossimo": la guida alpina di Fusine racconta il suo rapporto con la montagna
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Figli di uno sport minore
31 dicembre 2019 di Michele D'Urso Image

Quando mi presento ai giovani esordisco con quat­tro parole: “ho una certa età”. La frase è omnicom­prensiva, e va dagli acciacchi percepiti ai ricordi di mezzo secolo di sport, che partono dalla notte in cui Nino Benvenuti perse il titolo contro Carlos Monzon. Piansi tutta la nottata con mio padre che non riusciva proprio a consolarmi da quella sconfitta. Ho conosciu­to campioni di rango, ma se mi chiedete chi è l’atleta, o chi sono, gli atleti che più mi hanno impressionato in tutti questi anni, vi rispondo: gli alpinisti. Perché hanno la vita stretta di chi mangia solo per fame e non per sfi­zio; le braccia e le mani poderose di chi resta aggrap­pato alla vita per un mignolo su un centimetro di roc­cia al di sopra del cielo, e hanno le gambe di chi fa a gara di salto con gli stambecchi. Ennio Rizzotti, ‘roc­ciosa’ guida alpina, impersona anch’egli questa pode­rosa energia della montagna…

Ennio, lei è nato alpinista o lo è diventato?

«Sono nato a Fusine in Val Romana, nel Tarvisiano, e precisamente in località San Antonio, dove, da qual­siasi parte ti giri, le Alpi Giulie ti avvolgono nella loro bellezza. Ho vissuto la mia infanzia ai piedi del monte Mangart, ed è qui che ho incominciato a frequentare la montagna, verso i 13 anni, con il gruppo degli alpi­nisti di Fusine; una “enclave” autoctona di ragazzi che andavano contro corrente rispetto ai comuni interessi che avevano i giovani tarvisiani di allora. I nostri geni­tori, ovviamente, non erano affatto contenti delle no­stre scorribande e, molto spesso, abbiamo dovuto far credere che andavamo a fare i giochi nel bosco men­tre andavamo ad arrampicare. Fortunatamente allora non esistevano i cellulari e potevamo essere irreperi­bili per molte ore senza che le mamme si preoccupas­sero molto».

Come si diventa guida alpina?

«Prima di tutto bisogna accumulare un’esperienza di montagna che comprenda arrampicata, sci alpini­smo, sci in pista, ghiaccio e grandi montagne; dopo­diché si può pensare a una vita professionale che co­munque non è mai distaccata dalla passione e dalle at­tività private. Chiunque abbia questi requisiti può far ri­chiesta e accedere a una selezione dove vengono va­lutate capacità tecniche, curriculum e volontà. Passa­ta la selezione iniziale si intraprende un iter formativo-valutativo che dura circa 2 anni dove ci sono diversi moduli-esami che costantemente accertano le qualità tecniche e didattiche del discente. Ma non è finita per­ché come in un percorso di laurea ci sono le specializ­zazioni e la possibilità di diventare formatore in qualsi­asi disciplina che viene trattata nel mondo montagna, compresa anche sicurezza e soccorso. Infine possia­mo dire che anche i montanari si sono evoluti e le guide alpine sono imprenditori non solo di scalate ma anche di attività a supporto di aziende ed enti pubblici, sia per il turismo che per l’ambiente».

L’alpinismo è una disciplina che comprende vari sport; lei è specializzato in uno di questi?

«Gli sport di montagna finalmente, dopo anni di ri­chieste, sono stati riconosciuti, dovunque, come tali. L’arrampicata, in particolare, dovrebbe diventare an­che una disciplina olimpica, mentre per lo ski-alp si do­vrà attendere ancora qualche anno. Ai miei tempi, la cultura sportiva dei miei luoghi di origine, basata sui concetti di fatica e impegno, era legata allo sci nordi­co; la nostra regione ha sfornato campioni che hanno partecipato a diverse olimpiadi, vincendo anche ori. Io sono stato dapprima saltatore poi, causa un infortunio, mi sono dovuto fermare e ‘dirottarmi’ sullo sci da fon­do, disciplina che mi ha dato tanto, anche per il fatto di esservi ben portato, sia per la costituzione fisica che per la caparbietà di non mollare mai. Durante il milita­re sono passato allo sci-alpinismo e, tengo a specifi­care, mantenendo gli “sci da fondo”, che è come avere un handicap. E lì mi sono preso qualche soddisfazio­ne: ho disputato gare su tutto l’arco alpino partecipan­do anche, nel 2003, al ‘Trofeo Mezzalama’, detto anche ‘La Maratona Bianca’, una gara davvero massacran­te. Smesso con l’agonismo ho continuato a seguire le competizioni in veste di giudice e direttore di gara».

La vostra forma è invidiabile, come fate a esse­re così ‘FIT’?

«Non ho mai fatto una vera e propria dieta, anche perché da noi in montagna si dice “se non mangi non sali”. Però, come in tutti gli sport, quando vuoi la pre­stazione estrema la dieta è fondamentale. In ogni caso lo stile di vita da atleta è sempre da tenere ben pre­sente, soprattutto la dedizione agli allenamenti. Dicia­mo che, dal punto di vista alimentare, noi guide alpine siamo spesso a faticare all’aperto in climi rigidi dove avere un grande consumo calorico è necessario an­che per stabilizzare la temperatura».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Friuli Venezia Giulia è terra di leggendari alpinisti, da Enzo Cozzolino a Emilio Comici, a Ignazio Piussi, per citarne alcuni. Qual è il suo preferito?

«Sono tre personaggi che hanno fatto la storia dell’alpinismo seppure con modi diversi di andare in montagna. Per quanto riguarda Ignazio Piussi, con lui ho sempre avuto un forte legame affettivo in quanto era coetaneo e amico di mio padre, e il solo ricordarlo mi emoziona. Ignazio era un ‘valligiano’ dei nostri, fa­ceva parte della squadra di Soccorso Alpino di Cave del Predil alla quale appartengo e ho potuto constata­re con mano le sue grandi doti atletiche e alpinistiche che lo hanno reso famoso e che sono ben descritte nei libri a lui dedicati».

Il Soccorso Alpino si avvale della vostra opera; che preparazione dovete avere e cosa si prova ad agire in quei territori così isolati e in condizioni di grave perico­lo per la vita umana?

«La prima dote da avere è la volontà di metter­si a disposizione del prossimo; tutto il resto poi vie­ne da sé. Nel Soccorso Alpino, come in tutte le attivi­tà di montagna, vengono reclutati giovani che hanno una buona preparazione a 360 gradi. Poi si affrontano e si migliorano i vari singoli interventi, approfondendo la conoscenza delle tecniche di movimentazione, di manovra e di gestione degli stessi. Il Soccorso Alpino e Speleologico interviene non solo in montagna, ma anche nelle forre acquatiche, in grotta e, soprattutto, nella ricerca di persone scomparse sul terreno imper­vio. Ogni settore ha a disposizione tecnici specializza­ti che sanno valutare il ‘come’ affrontare l’ambiente sul quale si interviene. Ogni tanto capitano interventi ‘de­licati’, ma questo fa parte della nostra opera; sappia­mo cosa rischiamo e per questo cerchiamo di minimiz­zare il rischio con la formazione continua, la simulazio­ne di eventi quasi reali e le verifiche di preparazione».

A spasso fra le vette va sempre da solo o si porta appresso anche la famiglia?

«Al contrario di quello che si crede, operare come guida alpina implica avere poco tempo da dedicare alla montagna con la famiglia; io cerco di ritagliarmi il tempo per far conoscere l’ambiente naturale e le bel­lezze dell’alpe alle mie bambine, con la speranza di tra­smettere la mia passione nella loro coscienza, senza forzare i loro naturali interessi».

In un mondo sempre più globalizzato e frenetico, come vede la situazione della vita di montagna?

«Sulle Alpi si stanno ottimizzando le tutele di tutte le attività turistiche di fondovalle e in quota. Non credo ci sia più spazio per gli speculatori avventati. Il siste­ma è competitivo ma la qualità fa la differenza e premia sempre. Non è facile vivere in montagna, ma i mez­zi di comunicazione sono sempre più capillari e qual­che carenza nei servizi è compensata dalla qualità del­la vita che l’ambiente offre. Mi auguro che gli enti pre­posti continuino a supportare le zone alpine, soprattut­to cercando di studiare quali esigenze reali hanno le popolazioni dislocate nelle aree rurali più remote; que­sto allo scopo di non abbandonare il territorio. Bisogna investire sul futuro dei giovani affinché anche loro pos­sano svolgere una vita dignitosa rimanendo nelle val­li dove sono nati».

Un’ultima domanda, impertinente: lei è felice?

«Ho due bellissime bimbe che mi rendono felice a prescindere; inoltre ho avuto la possibilità di fare nel­la vita quello che mi ero preposto. Ho viaggiato abba­stanza, ho vissuto con le varie popolazioni con le quali sono venuto a contatto apprendendo e rispettando le loro culture, e questo mi ha permesso di comprende­re molte dinamiche umane, comuni non solo alle gen­ti che popolano le montagne. La montagna resta la scuola di vita che mi ha dato la possibilità di fare tutto questo, a dare valore all’essenziale; e io vivo di monta­gna. Come posso dire di non essere felice?»

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