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Successioni ed eredità

Diritto
20 settembre 2019

Si può diseredare un figlio?

di Massimiliano Sinacori
Una disposizione testamentaria può escludere dalla successione un legittimario, che ha tuttavia la facoltà di ricorrere in giudizio. Ecco in quali termini
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(ph. pixabay.com)
Diritto
20 settembre 2019 di Massimiliano Sinacori Image

Se sposi quell’uomo da me non avrai un centesimo!” È la classica frase che si sente pronunciare in molti film dal padre iracondo quando la giovane e bella figlia si innamora perdutamente dello spiantato di turno.

Una frase che rimanda a una vetusta concezione della famiglia ma che offre anche un interessante spunto di riflessione: diseredare un figlio, nel nostro ordinamento, è possibile? La risposta è meno banale di quanto si possa pensare, perché coinvolge questioni di diritto sostanziale e processuale spesso non così facili da cogliere per chi è estraneo al mondo forense.

Procediamo con ordine. La prima cosa da tenere in considerazione è che esistono due tipi di successione nel nostro ordinamento: la successione testamentaria e quella legale (successione legittima) che opera quanto il de cuius (la persona della cui eredità si tratta) non ha lasciato per iscritto le sue volontà.

A tutti o quasi nella vita è capitato di essere chiamati all’eredità insieme con altri parenti le cui quote di partecipazione all’asse ereditario (così è chiamato il patrimonio del de cuius) variavano a seconda del grado di parentela, divenendo sempre più modeste a mano a mano che il vincolo di parentela con il de cuius diventava più lontano.

Il principio che sta alla base è semplice: tutti in vita dispongono di un patrimonio e, dopo la morte, si deve capire quali saranno le sue sorti. O lo sceglie il de cuius redigendo un testamento, oppure per lui ci pensa la legge, individuando le persone a cui l’eredità va devoluta in assenza di specifiche volontà, secondo le disposizioni contenute negli articoli 566 e seguenti del codice civile.

L’art. 565 del cod. civ. dispone che nella successione legittima l’eredità si devolve al coniuge, ai discendenti, agli ascendenti, ai collaterali, agli altri parenti e allo Stato, secondo precise disposizioni. Questi sono i soggetti che, in mancanza di testamento e secondo regole ben precise, succedono al de cuius in assenza di specifiche previsioni.

Con il testamento invece è colui che lo redige, il testatore, a stabilire le sorti del suo patrimonio scegliendo lui chi far diventare suo erede e in quale misura, e quindi è il testatore che include o esclude dal testamento secondo le proprie volontà. Detto questo parrebbe allora che, ad esempio, un padre possa, facendo testamento, escludere un figlio dalla successione. Ma, vedremo, non è così semplice. A complicare le cose interviene un’altra disposizione, l’art. 536 cod. civ., che stabilisce che una quota di eredità nella successione è riservata dalla legge a determinati soggetti: il coniuge, i figli e gli ascendenti.

Come si può vedere questi soggetti – detti legittimari – sono legati da rapporti di parentela estremamente stretti con il de cuius, e in effetti lo scopo della norma è quello di tutelare la famiglia, anche comprimendo in parte la volontà del testatore. Fatte tutte queste premesse è evidente che non si pongono problemi rispetto alla successione legittima, posto che, in questo caso, è la legge a stabilire a chi vada devoluta l’eredità. Il problema si pone nel caso di successione testamentaria, quando il testatore manifesta una specifica volontà successoria individuando certi soggetti e non altri per succedergli. In questo caso dobbiamo immaginare che, in presenza di discendenti, ascendenti o coniuge, il patrimonio del testatore sia idealmente diviso in due parti: una disponibile (individuata con le modalità di cui all’art. 556 cod. civ.) e l’altra indisponibile. Per la parte disponibile il testatore potrà fare come ritiene, la parte indisponibile invece va riservata ai legittimari.

Così, ad esempio, se il testatore ha solo un figlio, il suo patrimonio è diviso in due identiche parti: una disponibile e l’altra, invece, riservata dalla legge al figlio. Diverso il caso se il testatore ha un figlio e il coniuge: in questo caso la quota indisponibile è pari a due terzi del patrimonio (un terzo al coniuge e un terzo al figlio), mentre il terzo rimanente è liberamente disponibile. E così via secondo le modalità stabilite negli articoli 537 e seguenti cod. civ..

Ma se il testatore, supponiamo, ha un figlio e nel redigere il suo testamento lascia tutto il suo patrimonio (quota disponibile e quota indisponibile) a un vicino di casa che, immaginiamo, si è occupato di lui nel momento del bisogno, quel testamento che fine fa?

In base a quanto appena scritto verrebbe da dire che il testamento è invalido, perlomeno nella parte in cui lede la quota legittima che la legge riserva ai discendenti. In questo caso, un mezzo dell’asse. In realtà non è così: il testamento con il quale viene diseredato un legittimario, nel nostro esempio il figlio, è valido ed efficace ma può essere impugnato dal figlio diseredato per ottenere la quota di sua spettanza. L’art. 554 cod. civ. infatti prevede che, nei limiti della quota, le disposizioni testamentarie eccedenti la quota di cui il defunto poteva disporre sono soggette a riduzione. Quindi se il figlio privato dei suoi diritti successori volesse, potrebbe agire in giudizio allo scopo di ridurre il lascito del padre e vedersi riconosciuta la quota legittima, oppure potrebbe decidere di non agire in riduzione e lasciare intatta la disposizione testamentaria del padre.

In conclusione dunque è possibile, con una disposizione testamentaria, escludere dalla successione un legittimario, ma a questi è sempre concesso il diritto di agire in riduzione per vedersi riconosciuta la sua quota. Come si può ben intuire anche solo da questo piccolo esempio, la materia successoria è estremamente ricca di sfaccettature interessanti e di problemi complessi e spesso è opportuno che sia colui che sta per redigere testamento sia colui che vuole contestare le diposizioni testamentarie, vengano ben guidati da professionisti del diritto.

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