Imoney tab white
Utilizziamo i cookie per offrirti la miglior esperienza possibile sul nostro sito Web.
Quando utilizzi il nostro sito Web, accetti che vengano trasmessi cookie sul tuo dispositivo. Ulteriori informazioni

Cristian Agnoletti

Figli di uno sport minore
16 maggio 2019

Dietro le quinte

di Michele D'Urso
Piloti, ciclisti, pattinatrici. Nella sua carriera ha aiutato numerosi atleti a ottenere grandi risultati. E per valorizzare i suoi metodi di preparazione ha fondato a Udine un'accademia speciale
CONDIVIDI
29612
Cristian Agnoletti nel suo centro sportivo T&SLA
Figli di uno sport minore
16 maggio 2019 di Michele D'Urso Image

Del mondo dello spettacolo o dello sport la maggior parte di noi conosce solo i protagonisti, gli attori principali, mentre sappiamo poco di cosa accade e chi opera dietro le quinte. Sportivamente parlando i preparatori atletici, o figure similari, sono semisconosciuti ai più. Voglio invece dare il meritato lustro a questa categoria intervistando Cristian Agnoletti, udinese purosangue, fresco laureato in scienze motorie, nonché già maturo preparatore atletico, in quanto ultraquarantenne.

Cristian, da bambino cosa avrebbe voluto fare da grande?

«Il veterinario o il pilota di aerei, perché queste erano le mie passioni più grandi. Infatti mi sono diplomato perito meccanico all’Istituto Malignani. Però ho sempre sentito che aver cura degli altri era un messaggio innato che risiedeva nel mio profondo. Da piccolo costringevo mia madre a stare seduta per lunghi periodi perché gli dovevo massaggiare la cervicale… Era un massaggio spontaneo, fatto di amore e percezione, senza conoscenza alcuna. Però mia madre non ha mai sofferto di cervicalgie».

Quindi il talento nascosto non era poi tanto nascosto…

«La scuola italiana è anche scuola dell’arte di sopravvivere, nel senso che lo stimolo più grande che si riceve è quello di trovarsi subito una collocazione sociale, un posto di lavoro per soddisfare le esigenze di vita, piuttosto che coltivare il proprio talento. Fare il dipendente in una grande impresa è molto più facile che mettere su una propria attività, e anch’io ho esordito così nel mondo del lavoro».

Però rimaneva quel sogno di bambino...

«Sì, credo sia stato questo a portarmi a comprendere che la mia vera passione non era la meccanica delle macchine ma quella del corpo».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E se nulla succede per caso, un corso per massaggiatore amatoriale…

«Nel 1999 frequentai un corso di massaggio finalizzato solo a scopo ricreativo. Fu il primo passo verso la scoperta del talento. In realtà, con tutti i limiti che ha un corso amatoriale di massaggio, non fu proprio una passeggiata; essere impegnato per 8 mesi quasi ogni weekend e impiegare il resto del tempo libero per lo studio di Anatomia e Fisiologia crearono i presupposti che mi fecero sentire pronto a lasciare un lavoro sicuro e ben retribuito per il “salto nel blu”».

E lei saltò.

«Aprii il mio piccolo centro massaggi. All’epoca, circa vent’anni fa, mettersi in proprio in questo settore era più facile rispetto ad adesso. Oggi, con l’avvento dei social, dove puoi trovare di tutto, dai video illustrativi alle consulenze on line, sorvolando sui contenuti, l’accessibilità delle informazioni a tutti fa venir meno il bisogno di avere persone esperte nei vari settori».

Quando ha capito che, per completare la sua professione, i muscoli bisognava anche viverli?

«Quando dovetti riabilitarmi il ginocchio destro a seguito di un intervento chirurgico per la ricostruzione del legamento crociato. Pensai che avevo le carte in regola per diventare un personal trainer, e lì ripresi a studiare. Con gli anni sono passato dal piccolo centro massaggi dove facevo solo quello, a un secondo centro dove si aggiungeva la possibilità di accedere a una palestra per poter allenare gli utenti, atleti di rango o persone “qualsiasi” che fossero. Tuttavia, mi mancava ancora qualcosa. Avvertivo la necessità sviluppare i miei allenamenti all’esterno, e così ho creato il mio centro sportivo T&SLA vicino al Parco Moretti di Udine, dove ho la possibilità di allenare anche all’esterno usando il parco e la zona limitrofa».

Come mai questo nome?

«È l’acronimo di Training and Sport Life Academy, perché questa struttura vuole davvero essere un’Accademia per lo Sport della Vita, sia esso fatto come atleta o come persona che desidera avere un’opportunità di vivere la vita al meglio».

Lei ha fatto quasi tutto il suo percorso con una famiglia “sulle spalle”.

«Sia che parliamo di sport che della vita quotidiana, un atleta – o una persona realizzata – è tale perché lo vuole lui nel profondo e nulla potrà innalzarlo o affondarlo se lui non permetterà che ciò avvenga. Questa  determinazione per qualcuno è innata, per altri va creata ed è per questo che esistono i genitori e gli allenatori, i life coach… Perché quando ci accorgiamo di avere davanti a noi un potenziale campione di vita, spetta a noi, a queste figure, far sì che il talento si realizzi. Personalmente ho una famiglia fantastica. Mia moglie Laura è coprotagonista di tutti i miei successi professionali e non, compreso l’aver messo al mondo nostra figlia Anna, uno spettacolo della natura».

Quali qualità deve avere un buon allenatore?

«Ci vuole tanta umiltà, è questa la qualità che ritengo indispensabile per un coach. Il resto viene da sé».

E umilmente si arriva alla laurea in Scienze Motorie...

«La mia laurea è stata voluta, perché non mi sento mai abbastanza preparato. Ogni giorno mi si prospettano domande nuove alle quali rispondere in modo professionale ed esauriente: è cosa assai difficile. Oggi poi la laurea è necessaria perché ci sono troppe persone che si improvvisano . L’unica differenza fra le mie e le altre lauree è che l’ho ottenuta in un campo attinente al lavoro che da 19 anni già pratico, e questo è un valore aggiunto perché molte delle cose che ho studiato le ho potute applicare da subito».

Fra tanti sport differenti ci saranno modi differenti di preparazione…

«Ogni sport ha un suo modo di essere allenato perché ha una fisiologia del movimento diverso da tutti gli altri. La cosa più importante è capire che ci sono delle linee guida che possono essere usate per diverse discipline. Ogni sport ha un suo movimento di base che è unico e legato alla disciplina in oggetto ma quel determinato movimento può essere preso come spunto è usato in diversi sport. Ad esempio il lavoro che si fa sulle parti dell’avambraccio, dei polsi e delle mani per il pilota di auto da corsa può essere usato per rinforzare i polsi delle atlete che fanno pattinaggio, a cui serve avere una struttura ossea e muscolare adatta ad attutire le cadute con appoggio delle mani a terra per subire meno danneggiamenti possibili dai traumi».

Quali titoli hanno conquistato i “suoi” atleti?

«Negli anni ho allenato diversi atleti che hanno ottenuto risultati degni di nota, anche se essere un atleta è già cosa degna di enorme rispetto. L’atleta vero vive per lo sport che pratica, non ha tempi di riposo; deve allenarsi più volte al giorno, sei giorni su sette e alle volte sette su sette per mesi, deve mangiare, dormire, studiare in funzione dell’obiettivo finale da raggiungere. Deve dare il 200% per un risultato per nulla scontato. Deve fare i conti ogni giorno con fatica, stanchezza, dolori, cure, delusioni. Tra i tanti, ho avuto l’onore di allenare: Luca Cappellari, Campione del mondo FIA GT su Ferrari 550; il BMX rider Davide Maestrutti, quinto ai Campionati Europei nel 2017; Jonathan Cecotto, vice campione nel 2018 del “Lamborghini Super Trofeo”, e tutte le atlete agoniste della “Roller Skate Manzano” che seguo da tre anni e che continuano ad affermarsi in ambito regionale e nazionale con notevoli risultati».

Per i non agonisti, quali sono le regole d’oro per tenersi in forma?

«Scegliere qualcosa che piace e per cui dedicare molto tempo della propria vita; studiare e trovare un equilibrio nell’alimentazione; essere pronti a soffrire di un male che farà star bene alla fine dei giochi; essere felici dell’opportunità di avere persone che vogliono insegnarci qualcosa e che credono in noi; non prenderti in giro mai,  le scuse sono un modo per accettare il fatto che in realtà questa cosa non la si vuole davvero; godere di tutti gli attimi in cui potersi sentire liberi di fare uno sport perché è un dono che non è concesso a tutti. Non importa essere un agonista o uno sportivo amatoriale, fare sport è per tutti, amare lo sport è per tutti, volersi più bene è per tutti. Questo è, in umiltà, il mio messaggio finale: di certo non sono il miglior massaggiatore della terra, né il preparatore più bravo in assoluto, ma faccio le cose con il cuore, con l’amore e il rispetto dovuto, e questo fa sì che tutto funzioni e continui a funzionare».

Commenti (0)
Comment