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Nives Meroi

Sport
04 aprile 2019

Il volo del corvo timido

di Margherita Reguitti
L’alpinista friulana ha ripercorso in un libro la scalata dell’Annapurna. «La scrittura aiuta a distillare l’esperienza». In attesa della prossima sfida: in Nepal o Pakistan
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Nives Meroi sul Makalu, la quinta montagna più alta della terra
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04 aprile 2019 di Margherita Reguitti Image

La tarvisiana Nives Meroi, una delle alpiniste più forti al mondo che ha salito in cordata con il marito Romano Benet le 14 cime più alte della Terra, torna in libreria con il nuovo libro Il volo del corvo timido, edito da Rizzoli. Diario della salita nel 2017 alla cima Annapurna, massiccio montuoso di oltre 8 mila metri in Nepal.

Un’impresa diversa dalle altre, portata e termine in cordata di sei, ma sempre coerente con lo stile dei due alpinisti: rispetto della montagna, onestà nel raccontare i propri passi. Un inno alla bellezza ma anche un itinerario di crescita e consapevolezza.

“Con quest’ultima perla chiudiamo la nostra collana”: cosa intende con questa frase che apre il libro?

«Ho chiamato i 14 ottomila la nostra collana di cime incastonate nella fila di passi che io e Romano abbiamo percorso assieme. L’Annapurna è una perla perché è stata una spedizione particolare, compiuta non da soli ma in cordata con due cileni e due spagnoli, in uno stile alpinistico d’altri tempi. Abbiamo unito le forze, abbiamo armonizzato e messo assieme le differenze per riuscire in un progetto altrimenti impossibile. In solitaria nessuno avrebbe potuto farcela. L’Annapurna è una montagna molto difficile sia per le condizioni climatiche che per le sue caratteristiche».

Il vostro non è alpinismo estremo e neppure turismo d’alta quota, ma un alpinismo che definite onesto. Cosa intendete?

«Per onesto intendiamo il nostro modo di confrontarci con la montagna, utilizzando solo le nostre forze e capacità, senza il supporto di bombole di ossigeno e climbing sherpa, usando le corde fisse solo se necessario. Diciamo come siamo saliti, senza metafore o imbellettamenti, senza fare i tromboni».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Preparazione, sacrificio, coscienza dei limiti, cuore aperto per vivere la gioia della bellezza della natura. Quali altri sentimenti entrano in gioco?

«La condivisione, direi; camminare insieme verso un obiettivo. Per il resto c’è tutto quanto lei dice. Sicuramente è la bellezza la molla che spinge a partire, senza paura di mettersi in gioco, abbandonando le certezze e le comodità. In questo caso in particolare è stata forte la ricerca di un tempo più lento e naturale; diverso dalla città, dalla nostra civiltà consumistica. Ma anche la necessità e la voglia di ricominciare a guardarci intorno. In alta quota si ha l’opportunità di sperimentare l’attenzione ai dettagli».

Scrivere un libro cosa aggiunge alla soddisfazione e alla complessità dei sentimenti di un’ascensione?

«Durante il trekking di avvicinamento compro sempre un quadernino che uso come diario. Ci scrivo particolari di incontri, momenti speciali e cose fatte. Dunque i libri sono diari ripuliti. Ci vuole tempo, una volta rientrati a casa, per digerire l’esperienza e coglierne il messaggio più forte. Posso dire che la scrittura è distillare l’esperienza. Ma un incontro mi ha fatto anche capire che la scrittura può essere un messaggio importante. Il libro precedente, Non ti farò aspettare, raccontata la salita interrotta del Kangchendzonga per il manifestarsi della malattia di Romano, superata dopo 5 anni di cure e due trapianti di midollo. Durante una presentazione ho incontrato un giovane che si era fatto tipizzare (reso disponibile a donare il midollo, ndr) dopo aver letto il libro. Risultato compatibile per un trapianto aveva ridato la vita a una ragazzina. Con noi in cima c’è sempre anche il donatore anonimo che ha salvato Romano. Mi sono commossa al suo racconto».

Qual è il messaggio di questa salita?

«Ho imparato a smentire i pregiudizi. Il libro è incentrato sull’incontro con altri 4 alpinisti: un confronto fra il mio essere metodica nell’esercizio mentale di preparare tutto quanto serve durante la spedizione e la loro esuberanza, a volte sciaguratezza, e forza di trentenni. Mi sono resa conto che quello che per me era superfluo, cambiando prospettiva, diventava utile e meritevole di essere portato in spalla con fatica».

Un esempio?

«Loro non avevano il fornelletto, per me indispensabile, ma si sono portati una cassa da musica da un chilo fino a 7400 metri. Nella discesa le note sono state importanti. Mi sono ricreduta sulle mie convinzioni che erano pregiudizi».

Quanto è durata la salita?

«Siamo partiti dal campo base basso a 4 mila metri il 7 maggio e rientrati il 13: cinque giorni. Dall’ultimo campo a 7150 metri siamo partiti a mezzanotte e giunti in vetta alle 9. Pochi minuti per goderci lo spettacolo e poi iniziare la discesa. Non è possibile restare a quelle altitudini a lungo».

Come siete cambiati, in oltre 20 anni di scalate, dal punto di vista atletico, psicologico e interiore?

«Gli anni vanno avanti, si perde in forza esplosiva e si guadagna in esperienza, capacità di ascoltare i messaggi che il corpo ti manda. Noi non siamo progettati per vivere in alta quota, per questo è importante seguire i segnali del corpo che ha una sua saggezza».

Rispetto ai due libri precedenti, in questo lo stile di scrittura appare più incisivo. Un linguaggio asciutto, ironico, mai gergale e sempre di empatia con il lettore.

«Sto prendendo coraggio e confidenza con la scrittura e dunque ritengo emerga una maggiore spontaneità. Messa da parte un’iniziale paura mi sento più libera».

Cosa prova quando torna sulle sue montagne friulane?

«È sempre un piacere essere a casa così come è bello partire, tornare e partire ancora. Quando siamo lontani sentiamo la nostalgia degli affetti, della famiglia, non sentiamo la mancanza di casa perché ovunque ci si sente in un’altra casa. Ci portiamo anche una moka per fare il caffè e una bottiglia del nostro vino. Davvero non ci manca nulla».

Progetti a breve?

«Continuare ad andare in montagna. Partiremo presumibilmente in aprile per tornare in Nepal o in Pakistan. Ci piace quella zona dell’Asia. Siamo in una fase nebulosa di scelta della meta. Possiamo decidere all’ultimo in quanto viaggiamo leggeri, tutta l’attrezzatura ci attende a Katmandu dove un’agenzia si fa carico della parte logistica e organizzativa. Oggi è diventato tutto più facile, anche avere i permessi per la salita. Noi pensiamo solo al biglietto aereo».

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