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Effetto Dunning-Kruger

L'analisi
27 marzo 2019

Io so che tu sai che io non so

di Paolo Marizza
La mancanza di conoscenza su un argomento rende le persone incapaci di riconoscere quanto non capiscono. Nell’era delle distorsioni cognitive di massa, la conseguenza può essere drammatica
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(ph. pixabay.com)
L'analisi
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Di questi tempi i ricercatori Dunning e Kruger della Cornell University troverebbero molte ulteriori conferme dell’effetto studiato già nel 1999 che prende il loro nome. Secondo l’effetto Dunning-Kruger le persone che sanno molto poco di qualcosa hanno più probabilità di sentirsi come se ne conoscessero molto, perché la loro mancanza di conoscenza su un argomento le rende incapaci di riconoscere quanto non capiscono. Dunning e Kruger fecero ricerche per dimostrare come, per qualche ragione, gli umani che non sanno molto di un argomento hanno una grande tendenza a ritenere la loro comprensione “al di sopra della media”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I due ricercatori avevano peraltro individuato illustri precedenti a sostegno del fenomeno secondo il quale l’ignoranza genera maggiore fiducia che la conoscenza: secondo Charles Darwin e Bertrand Russell chi afferma di sapere è stupido, mentre quelli

con immaginazione e comprensione sono pieni di dubbi e di indecisioni. Anche Shakespeare sosteneva che il saggio sa di essere stupido e lo stupido, invece, crede di essere saggio. Socrate, ancora, affermava che il sapere sta nella consapevolezza di non sapere. In tempi più remoti Confucio affermava che la vera conoscenza consiste nella consapevolezza dell’estensione della propria ignoranza.

Partendo da questi presupposti, i due ricercatori  condussero empiricamente molti test e sperimentazioni per sostenere e validare quanto affermavano. I risultati di Dunning e Kruger sono stati replicati in almeno una dozzina di domini diversi: abilità matematiche, degustazione di vini, scacchi, conoscenze mediche tra i chirurghi, sicurezza e utilizzo delle armi da fuoco tra i cacciatori, conoscenze informatiche tra i programmatori, ecc. Di volta in volta, a prescindere dai soggetti e dagli ambiti interessati, i risultati dei test evidenziavano che le persone meno performanti classificavano la loro competenza molto più alta. In media, i candidati che totalizzavano punteggi inferiore al 10° percentile si auto classificavano intorno al 70°  percentile: quelli che meno sapevano di cosa stavano parlando credevano di sapere quanto gli esperti.

Ad esempio, ai negatori del cambiamento climatico la superficiale conoscenza della scienza sottostante consente loro di assolutizzare la certezza che il cambiamento climatico mondiale è una bufala e che certamente non c’è nessun riscaldamento globale. Il gap di conoscenza e di consapevolezza dello stesso è spesso così ampio da non indurre al dubbio, proprio perché non sapendone abbastanza non si è in grado di riconoscere i pezzi mancanti del paradigma. Sfortunatamente, la scarsa conoscenza scientifica dei negazionisti è maggiore della “quantità” di conoscenza del fenomeno climatico conosciuta dal pubblico più consapevole. Si potrebbe continuare con le conseguenze degli antibiotici o con il viaggio sulla Luna.

L’effetto Dunning-Kruger è quindi una distorsione cognitiva che determina in coloro che non sanno la falsa convinzione di competenza e, al contrario, nei più saggi una scarsa fiducia  nelle proprie conoscenze. Da Confucio in poi si tratta di un fenomeno che ha sempre caratterizzato l’uomo, ma che mai come ora, in particolare a causa dei social media e della possibilità di accesso alle fonti di informazione più disparate e non validate, ha avuto una così vasta diffusione.

I tuttologi dilagano nel web: aumenta il numero di coloro che, spesso caduti ingenuamente in una bufala o del tutto privi di informazioni affidabili, si gettano a capofitto nei social ostentando certezze e assurdità di ogni genere. Purtroppo, per via dell’ignoranza estesa, queste notizie assumono a volte credibilità arrivando addirittura ad acquistare risonanza nazionale e internazionale.

I due ricercatori sostengono che l’effetto è particolarmente preoccupante quando qualcuno con influenza o mezzi per comunicare non trova contraltari che possano mettere in discussione con onestà intellettuale i diversi punti di vista e, figuriamoci, argomentare per far riconoscere i propri errori. Ad esempio, i ricercatori hanno registrato diversi incidenti aerei che avrebbero potuto essere evitati se nell’equipaggio non ci fosse stato un pilota troppo sicuro di sé.

Cosa succede quando in situazioni di carenza di basi di conoscenza non si è disposti ad ammettere di esserne in difetto o di avere visioni parziali di un fenomeno? Quando si è così sicuri della propria posizione e percezione che si rifiuta l’idea stessa di apertura all’ascolto e al miglioramento? Le ricerche di Dunning e Kruger mostrano che i più poveri di conoscenze sono anche i meno inclini ad accettare le critiche o i meno interessati al miglioramento personale. E non è un fenomeno “classista”: riguarda tutte le categorie sociali, in quanto gli sviluppi esponenziali del sapere sia negli ambiti delle scienze esatte che delle scienze umane rendono velocemente obsolete le conoscenze apprese solo un anno prima.

È interessante notare che, per quanto ho potuto vedere, queste ricerche non abbiano suscitato analisi e discussioni sulle  implicazioni dei risultati sulle dinamiche sociali e politiche nelle democrazie, almeno in quelle rappresentative. I cittadini, che sono ragionevolmente e inevitabilmente “disinformati” sulla maggior parte delle questioni di cui il governo si occupa, se non riconoscono il fatto che non sono informati diventano facili prede di manipolazioni. E se decisioni e votazioni, referendarie o elettive, sono più simili al ragionamento logico che ai dibattiti sul calcio, non si può sperare in un processo decisionale razionale da parte dei cittadini, tantomeno in decisioni razionali non informate.

Diventa veramente difficile prendere orientamenti e decisioni razionali non informate dal momento che non si è informati e consapevoli del proprio livello di disinformazione. Si manifesterebbero orientamenti e decisioni per credere che si capiscono le cose che non si conoscono, nella rassicurante certezza che il proprio giudizio sia basato su fatti e ragionamenti quando in realtà si basa su passa parola e superficialità amplificate dalle nuove tecnologie dell’informazione.

Pregiudizi subconsci, stereotipi, consuetudini e reiterazioni di messaggi rassicuranti per la loro immediata fruibilità e banalità orientano la formazione di propri “gruppi di affinità”, molto spesso autoreferenziali. Non piace sentirsi dire cose che non si vogliono sentire. Anche lo status sociale esercita un ruolo: c’è il bisogno di sentirsi in qualche modo superiori agli altri per mantenere il proprio senso di autostima. Di conseguenza, qualcuno più informato che dice cose complicate che implicano fattualità scomode, ma accurate, non piacerà a nessuno. L’effetto Dunning-Kruger nella nostra epoca rischia di avere una magnitudo e impatti incomparabili rispetto alle epoche passate in cui era già stato preconizzato: da Confucio a Bertrand Russel.

È una situazione sfortunata per le giovani e future generazioni. La politica, in particolare la democrazia, richiede sì che le persone siano coinvolte, ma anche e soprattutto di fornire gli strumenti per la crescita personale e professionale, di creare le condizioni per un sistema educativo che formi a imparare e a reimparare per favorire l’autonomia di giudizio e l’onestà intellettuale del confronto.

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