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Attesa e ascolto

Società
08 febbraio 2019

Riscoprire il silenzio

di Cristian Vecchiet
Dall’attenzione a scuola all’abbandono dello sport, fino all’incapacità di accettare i rimproveri sul lavoro. La frenesia del mondo di oggi sembra annullare la capacità di riflessione dei giovani
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Società
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Si ritiene comunemente che la nostra società sia caratterizzata dalla velocità, dalla frenesia e dal rumore. Tutto avviene di fretta e nel frastuono. L’esempio lampante è la frenesia del consumo. Il mercato spinge non solo a produrre, ma soprattutto a comprare e ancor di più a consumare subito per poter tornare a comprare. Si registra una sorta di compulsività indotta all’acquisto e al consumo. Tutto possibilmente senza troppa riflessione e autoriflessione.  Certo non tutti, ma molti sono coinvolti in questo gioco sottile.

Un fenomeno che si esprime in forme diverse. Chi insegna nota come negli anni i ragazzi abbiamo affievolito la capacità di stare fermi al banco, di fare silenzio, di prestare attenzione dall’inizio alla fine delle ore di lezione. La capacità di tenuta e di resistenza pare essersi attenuata un po’ in tutti gli ambiti di vita. Si pensi al lavoro. Non sono pochi i datori di lavoro che registrano le difficoltà dei ragazzi ad accettare i rimproveri e le critiche e a durare nel tempo. Oppure allo sport: il fenomeno del drop-out (ritiro) è emblematico di una tendenza sempre esistita ma che sembra accentuatasi nel tempo.

È quindi probabilmente vero che dobbiamo riscoprire la capacità di fare silenzio, di fare attenzione, di ascoltare. E dobbiamo pertanto riattivare la capacità anche di educare al silenzio, all’attenzione, all’ascolto. Non è un caso che il tema del silenzio si sia fatto strada nella pubblicistica negli ultimi anni. Evidentemente se ne avverte da più parti la necessità. E cosa vuol dire fare silenzio? Chiaramente c’è silenzio e silenzio. Qui si allude al silenzio inteso come la capacità di far spazio al prossimo e a se stessi, l’arte di ascoltare l’altro, le sue ragioni e persino il suo mondo interno, come pure l’arte di ascoltare se stessi e la propria interiorità. Il silenzio, inteso in questo modo, è una modalità di rapporto con gli altri e con se stessi, e anche con la natura e l’universo.

Non ogni forma di silenzio è positiva. Infatti il silenzio può anche essere quello dell’indifferenza, del menefreghismo di chi semplicemente non è interessato a cosa pensano o fanno gli altri, a quello che provano, alle loro paure e speranze, oppure della complicità di chi sa e tace o non fa niente, o di chi omette parole e azioni che per paura o pigrizia non pronuncia o preferisce non commettere. Ma perché è importante il silenzio buono, quello dell’ascolto e dell’attenzione verso il prossimo, verso se stessi e la natura? È importante perché vuol dire darsi la possibilità di incontrare davvero l’altro e se stessi, darsi la possibilità di un incontro profondo, non superficiale, capace di far maturare uno stile di pensiero, di sentimento e di vita più autentico, più vero. Stare sempre alla superficie può portare a non cogliere la realtà per quello che è, a fraintendere il significato degli avvenimenti, a perdere il vero sapore degli eventi e soprattutto a non entrare in contatto con la profondità sempre insondabile delle persone.

Il silenzio non è qualcosa di immediato e spontaneo, soprattutto quando si tratta di un silenzio consapevole, fatto di ascolto profondo, di attesa, di desiderio di scoprire e lasciarsi scoprire, di costruire qualcosa che vada al di là dell’immediato. Il silenzio è frutto di educazione, esercizio, lenta maturazione, così come accade per tutte le cose di valore. L’educazione al silenzio passa in primo luogo attraverso le relazioni tra i ragazzi e gli adulti significativi.

L’adulto educa all’interno di una relazione in cui sa accogliere, ascoltare e riconoscere l’altro per quello che è. Quando un bambino o un ragazzo esprime un’opinione, questa va ascoltata senza banalizzarla. È meglio non ripetere di continuo frasi come: «Taci tu che non capisci». Oppure: «Non si può aver paura per scemenze». O ancora: «Non piangere per stupidaggini ». Quando un bambino o un ragazzo esprime un’emozione, questa va riconosciuta.

Accogliere non vuol dire giustificare o accettare tutto, ma capire e dare il giusto peso. L’adulto ha anche il dovere, quando opportuno o necessario, di prendere le distanze dai comportamenti, dalle parole o dalle omissioni dei ragazzi. Però sempre all’interno di una relazione calda e di fiducia. Al di fuori di un rapporto di fiducia e di riconoscimento, è difficile per chiunque di noi riuscire a cogliere il valore anche della critica o dell’assenso. Proprio perché accettato e accolto, un ragazzo può più facilmente fidarsi dell’adulto. Proprio perché si fida, un bambino o un ragazzo può seguire  le indicazioni, i suggerimenti dell’adulto. La fiducia alimenta la credibilità.

Le indicazioni esplicite possono essere importanti: «Ho ascoltato le tue ragioni, adesso ascolta tu le mie». Costruire uno stile relazionale esplicitando anche delle regole minime può essere utile. È decisivo per la crescita di una personalità adulta e responsabile educare ad ascoltare le ragioni dell’altro, a non esprimere giudizi affrettati, a presumere che l’altro abbia dei motivi che di primo acchito si possono non cogliere e non capire. L’altro può avere delle ragioni che neanche sospettiamo. In ogni ambito di vita è possibile insegnare e quindi imparare l’arte del silenzio, dell’ascolto e dell’attesa. A scuola è importante insegnare e quindi imparare che, prima di scrivere un tema, bisogna saper comporre delle frasi corrette, prima di svolgere un’espressione, bisogna studiare e saper svolgere i singoli calcoli, prima di esprimere un’opinione, bisogna studiare quello che altri in passato hanno pensato, detto, scritto.

Tutti i grandi compositori, poeti, scrittori, matematici, calciatori sono passati attraverso esercizi ripetuti, compiendo piccoli passi, seguendo un maestro, qualcuno che aveva esperienza e a sua volta ha fatto fatica e ha imparato progressivamente. E soprattutto sono fioriti attraverso la fiducia verso chi ne sapeva di più. Anche il talento o l’intuizione geniale non maturano se non per passaggi progressivi e all’interno di rapporti che fanno crescere.

Tutti, gli adulti prima e i ragazzi poi, dobbiamo imparare che bisogna prima ascoltare e quindi parlare, prima studiare e poi esprimere la nostra opinione, prima mettere in discussione noi stessi e poi eventualmente anche gli altri. E dobbiamo imparare  che non tutto si può capire subito ma che, per crescere, è necessario anche fidarsi. E gli adulti è bene che non dimentichino che i giovani imparano a fidarsi solo all’interno di una relazione fatta di accoglienza e che la fiducia nasce solo di fronte a esempi buoni, ossia ad atteggiamenti e comportamenti onesti e coerenti.

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