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Milena Dean

Cultura e Spettacolo
04 febbraio 2019

Arte da tramandare

di Claudio Pizzin
Da oltre 30 anni la restauratrice friulana collabora con Musei, Diocesi, Soprintendenze. «Se l’opera d’arte è un bene collettivo, spetta anche alla collettività il compito di preservarla»
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Milena Dean durante il restauro del Crocifisso della fine del Trecento di San Francesco della Vigna
Cultura e Spettacolo
04 febbraio 2019 di Claudio Pizzin Image

Una professione complessa e appassionante. Quando Milena Dean parla del suo lavoro traspare un’intensità contagiosa. Originaria di Fiumicello, dopo il liceo ha frequentato la Scuola di Conservazione e Restauro di Botticino (BS), dove si è specializzata in restauro della scultura lignea. Terminati gli studi, nel 1986 ha iniziato l’attività come libera professionista a Belluno, dove si era trasferita. La specializzazione in scultura lignea si rivelò provvidenziale, da un lato per la quantità e la qualità dei manufatti in legno presenti su quel territorio, dall’altro per la mancanza nel bellunese e in Veneto, in quegli anni, di restauratori con questo tipo di qualifica.

Milena Dean, restauro di sculture lignee, ma non solo: lei si occupa anche di restauro di dipinti su tavola.

«Scultura lignea e dipinti su tavola sono accomunati dallo stesso tipo di supporto (sono opere in legno) e spesso gli strati pittorici nella scultura lignea si avvicinano tecnicamente alle policromie dei dipinti su tavola: simili sono le tecniche e i materiali che li caratterizzano».

Lei è originaria di Fiumicello ma la gran parte della sua attività professionale si è svolta in Veneto: come mai?

«La mia attività professionale ha inizio nel bellunese, dove mi ero trasferita, e anche oggi che sono nuovamente in Friuli continuo a lavorare su opere di quel territorio e per i Musei di quel territorio. Dal 2003 ho iniziato a lavorare anche a Venezia e Padova, collaborando con Musei, Diocesi, Soprintendenze e Comitati privati. Ho eseguito un unico intervento in Friuli, un restauro ministeriale su un grande crocifisso quattrocentesco, opera d’intagliatore veneziano, della parrocchiale di Porcia. Direi che è andata così».

Nella visione degli interventi di restauro di opere antiche ci sono a suo avviso differenze tra il Veneto e il Friuli Venezia Giulia?

«Direi di no, l’approccio agli interventi, le considerazioni che li precedono, le metodiche che vengono applicate si equivalgono. Va ricordato che molti restauri eseguiti in Friuli Venezia Giulia sono considerati delle eccellenze a livello nazionale: nei laboratori di restauro della Soprintendenza, a Udine, è stato eseguito uno dei restauri più importanti di questi anni: il crocifisso ligneo di Donatello della chiesa di Santa Maria dei Servi a Padova».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tra i restauri da lei eseguiti quali sono quelli che ritiene più importanti?

«Forse quelli eseguiti sulle opere lignee di Andrea Brustolon, perché si scalano lungo gli anni della mia attività. Il primo restauro su un’opera dello scultore l’ho affrontato nel 1989 e l’ultimo l’ho concluso a settembre di quest’anno. Ho avuto la fortuna d’intervenire su una trentina di manufatti autografi dell’autore, opere di grandi dimensioni e piccole sculture, eseguite con tecniche diverse: monocrome, policrome, dorate, a legno patinato... I dati emersi nel corso dei lavori, le indagini scientifiche eseguite per l’occasione unitamente alle ricerche d’archivio, hanno permesso di accumulare un bagaglio di conoscenze anche tecnologiche sullo scultore che sono sfociate in studi utili a colleghi e storici dell’arte».

Quali sono le qualità indispensabili per chi svolge il suo genere di attività?

«È una professione complessa non solo artigianale, ma anche artigianale, che richiede una buona conoscenza di storia dell’arte, di filosofia e di storia della tecnica, una solida formazione scientifica e che prevede un costante aggiornamento professionale».

Restaurare un’opera significa restare fedeli alle sue origini e al suo contesto storico. Quanto studio e conoscenza sono necessari prima di iniziare operativamente ogni singolo intervento?

«Ogni intervento di restauro è sempre un’operazione critica: in questo complesso lavoro sono coinvolte figure professionali con competenze distinte e la qualità dell’intervento è determinata da questo lavoro in equipe. Il restauratore è in costante e costruttivo confronto con lo storico dell’arte, a cui spetta la direzione dell’intervento; si avvale spesso delle competenze dell’archivista, e dei risultati delle indagini scientifiche eseguite da chimici, fisici, biologi sull’opera. Va considerato che le singole opere d’arte sono in rapporto e dialogo costante con i contesti architettonici in cui sono inserite. Nel caso della scultura lignea, si tratti di un singolo manufatto o di un complesso architettonico, la funzione culturale e liturgica sono elementi che vanno sempre considerati e mai sottovalutati e quindi il confronto con la proprietà, diocesi e per estensione le parrocchie, è necessario per risolvere parte delle problematiche che le opere pongono».

Il patrimonio artistico in Italia è pressoché sterminato: come giudica il suo stato di conservazione e la politica di restauro a esso correlata?

«Le figure professionali che si occupano della materia in Italia sono riconosciute anche all’estero come delle eccellenze e non parlo solo dei restauratori, ma mi riferisco ai Centri di Ricerca, agli Istituti di Alta Formazione, ai nostri preparatissimi e poco considerati funzionari di Soprintendenze e Musei, che si trovano a combattere in un panorama politico che da sempre considera di poco conto l’investimento nei beni culturali, anche se ne parla molto».

I mancati interventi di restauro quali conseguenze possono avere sul patrimonio artistico?

«Il restauro è sempre l’ultimo atto. Prima esistono una serie d’interventi meno invasivi e spesso più utili per la corretta conservazione del manufatto artistico e che possiamo descrivere come interventi di manutenzione o minimo intervento conservativo. La mancata manutenzione può avere conseguenze disastrose sul patrimonio e portare di necessità a interventi più complessi e costosi. Un restauro è sempre un’operazione invasiva e le motivazioni che lo precedono devono essere forti e chiare».

Rispetto a quando ha iniziato a svolgere la sua attività di restauro, la sensibilità sulla tutela delle opere d’arte nel nostro Paese è aumentata o diminuita?

«Se l’opera d’arte è un bene collettivo, come io credo, il suo riconoscimento come bene da preservare e da trasmettere alle future generazioni spetta anche alla collettività a cui appartiene. I restauri eclatanti su opere clamorose di autori che sono delle icone della storia dell’arte smuovono di certo grande interesse e hanno una copertura mediatica di gran lunga superiore oggi rispetto al passato. Ma il vero patrimonio in Italia è dato dalle innumerevoli opere sparse sul territorio, spesso di autori poco conosciuti o sconosciuti e la cui tutela e conservazione è, almeno in parte, demandata alle comunità che principalmente ne fruiscono. Una maggiore sensibilità si determina dal sano e costante rapporto di collaborazione fra gli enti preposti alla tutela e le comunità locali».

Come negli altri campi, le moderne tecnologie trovano applicazione anche nell’ambito del restauro: come si sono evolute le tecniche nel corso degli anni?

«L’apporto delle nuove tecnologie è stato significativo in questi ultimi decenni anche in questo campo. Ha contribuito a una migliore conoscenza delle problematiche conservative dei manufatti su cui s’interviene  e consente oggi di eseguire interventi sempre più mirati. Per esempio l’impiego del laser nella pulitura, l’apporto delle nanotecnologie nella selezione di nuovi materiali da impiegare negli interventi, lo sviluppo che ha avuto la diagnostica non distruttiva, fondamentale nelle fasi preliminari del restauro ma non solo. Ma questa professione rimane, per me, sempre e comunque legata anche a una dimensione artigianale del fare, in cui sensibilità e manualità sono ugualmente indispensabili per la qualità del recupero dell’opera».

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