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Pierluigi Cappello

Cultura e Spettacolo
18 gennaio 2019

La libertà della parola

di Vanni Veronesi
Il 1 ottobre 2017 Pierluigi Cappello moriva nella sua casa di Cassacco. A poco più di un anno dalla sua scomparsa, ripercorriamo la vita di un poeta eccezionale
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Pierluigi Cappello fotografato all'interno della sua casa di Cassacco nel 2012
Cultura e Spettacolo
18 gennaio 2019 di Vanni Veronesi Image

L’anno zero

Il 10 settembre 1983 è un sabato. Un sedicenne di Chiusaforte scende a Udine: è il grande giorno della gara di corsa, per la quale si è duramente allenato. Accanto a lui, ai blocchi di partenza, ci sono altri quattro sfidanti; «al “pronti” i cinque ragazzi inarcano le schiene […]; al “via”, lo scoppio di cinque corpi levigati si alza nella mattina di settembre, e cinque armonici sistemi di leve, modellati per due anni al solo scopo di coprire una distanza nel più breve tempo possibile, aggrediscono il tartan, che sotto i passi corre via veloce».

Il sedicenne, però, ha una marcia in più: «La linea d’arrivo si avvicina, non vede nessuna schiena davanti a sé, passa il traguardo e procede ancora per una decina di metri, adesso è un arco scarico. […] Si guarda attorno, vede i suoi compagni, il corpo è docile, non dà pensieri, lui è felice». Non sa, il ragazzo, che la sera stessa si troverà catapultato sull’asfalto cadendo da una moto, assieme a un amico che morirà sul colpo. Non sa che dovrà rinunciare ai suoi sogni di aviatore. Non sa che la sua vita, sballottata da un ospedale all’altro, sarà per sempre inchiodata su una sedia a rotelle.

Il racconto dell’anno zero del poeta Pierluigi Cappello è affidato al suo unico, stupendo romanzo uscito nel 2013: Questa libertà. 173 pagine in cui l’autore ricorda la sua infanzia fino all’uscita dall’ospedale, quando «la porta automatica si spalancò su un continente ignoto », ovvero la vita dopo l’incidente; 173 pagine in cui Pierluigi − da qui in poi lo chiamerò così: unica concessione pubblica al nostro rapporto privato, che rimarrà tale – ricostruisce il suo universo di bambino e adolescente, in quella Chiusaforte che «non era l’Italia del Settanta [….] / ma una bolla, minuti raddensati in secoli / nei gesti di uno stare fermi nel mondo / cose che avevano confini piccoli, gli orti poveri, le cataste / di ceppi che erano state un’eco di tempo in tempo rincorsa / di falda in falda, dentro il buio» (Ombre).

Le prime raccolte

«Cominciai a disegnare alle medie, a Pontebba, quando la professoressa ci lesse la Chanson de Roland prima in originale e poi in traduzione: fu un impatto fortissimo. Disegnavo a china o matita – una passione che mi è rimasta – dame e cavalieri: disegnavo quando ancora non ero in grado di esprimere compiutamente l’eco che quelle letture avevano suscitato in me. Passato alla poesia, ero convinto che quella fosse la forma più semplice di letteratura: mi sbagliavo, era la più difficile». Così mi disse Pierluigi nel dicembre 2012, ripercorrendo le tappe del suo apprendistato letterario, culminato nel 1994 con l’uscita della prima raccolta ufficiale: Le nebbie. Ma il vero principio, nel giudizio severo che egli riservava a se stesso, è la seconda raccolta (1998): La misura dell’erba. Il titolo, emblematico, riprende una delle poesie ‘manifesto’ del libro: «Attieniti alla misura dell’erba / di questo prato che è largo / quanto si stende di verde / è qui che sei approdato, adesso; / ti sei svegliato / hai inforcato gli occhiali / hai calzato le scarpe / hai camminato, perfino».

Il prato in cui Pierluigi può addirittura alzarsi e passeggiare è quello della letteratura, uno spazio mentale in cui le parole sono gambe che portano lontano: un cortile che ha limiti ben definiti, ai quali bisogna attenersi perseguendo una poesia limpida, un «cielo elementare / azzurro come i mari degli atlanti / la tersità di un indice che dica “questa è la terra, il blu che vedi è il mare”». Proprio la ricerca della purezza lo conduce alla poesia in friulano, la vera lingua ‘madre’ appresa quando ancora non si aveva paura di definirla ‘dialetto’, con tutta l’epica domestica racchiusa in questa parola: il focolare, la dignità dei genitori, il mondo rurale di Chiusaforte. Nascono così, nel 1999, le raccolte Il me Donzel e Amôrs, piccoli capolavori di vitalismo traboccante: «Tô la mê bocje amôr sul to savôr / la mê vergogne di vivi cumò / ch’o ti tocji ch’o ti sflori e o ti cor / come inte gnot un gjat adôr dai mûrs; / jo o ti cor come un gjat adôr dai mûrs / siben ch’o sai che intai conts di amôr / doi mancul un mancul di zeri al fâs / e un plui un un al varès di fâ, / siben che e reste cumò che tu vâs / la mê cerce di te su la tô piel / su la mê il risinâ dai tiei cjavei / e je dentri te tô la mê pôre / di smenteâmi di me» (Tua la mia bocca, amore, sul tuo sapore, la mia vergogna di vivere adesso che ti tocco che ti sfioro e ti corro, come un gatto nella notte rade i muri; io ti corro come un gatto rade i muri, sebbene sappia che nei calcoli d’amore due meno uno dia meno di zero e uno più uno dovrebbe dare uno, benché resti, adesso che vai, il mio cercarti sulla tua pelle, sulla mia lo stillare dei tuoi capelli, è dentro la tua la mia paura di smemorarmi di me).

La consacrazione

Il ritorno all’italiano con Dentro Gerico, nel 2002, segna una svolta nella poesia di Pierluigi, sempre più fluida e al contempo rigorosa, come nella preghiera laica di Isola: «Concedi loro di sopportare / per ogni ciglio sospeso alle tenebre / al tramonto di ogni palpebra sfinita / la pronuncia dell’alba e del crepuscolo / e il rombo immenso, che sale dall’uomo».

Nel 2004 la sezione friulana Inniò e quella in italiano Ritornare danno vita a Dittico, dove svetta Assetto di volo, la poesia dedicata alla memoria di Gino Lorio che darà il titolo alla prima antologia della sua produzione letteraria (2006): «E io vi vedo una bellezza di cimieri abbattuti / e dentro la parola andare la parola compimento / e sono sicuro che lui sogna baci pieni di vento / mentre la volontà conquista le giornate a morsi, / schiaffo dopo schiaffo perché venga la sera / schiaffo dopo schiaffo, chiglia in piena bufera». Ma è con Mandate a dire all’imperatore (2010) che Pierluigi assurge alla ribalta nazionale, inaugurando una lunga stagione di premi e riconoscimenti: 40 poesie sublimi, un mosaico di immagini che raccontano un mondo intero. Ed ecco Campo Ceclis, 1978, istantanea sulle baracche del post terremoto, quando casa Cappello era ormai un ricordo, annientata dal sisma del 6 maggio 1976: «due cerchioni cromati, copertoni consumati / fino all’anima di metallo / un vecchio telaio Bianchi / una rete da materasso sfondata al centro / una quantità imprecisata di bottiglioni vuoti / un disordine slavo e un fusto di latta / un motore grippato su un cavalletto / la ruggine bagnata, il metallo di tubi Innocenti / addossati alla parete di legno / la libertà dei terremotati, / lo zenit dei prefabbricati».

E poi il Friuli della ricostruzione, con il traumatico arrivo delle comunicazioni veloci raccontate ne L’autostrada: «Se la montagna frana, la mia faccia frana un poco al giorno / se il fiume si dissecca, il mio cuore è pronto a disseccare / se l’autostrada mette ombra all’ombra della valle / ne trovi il taglio qui, poco sotto l’ombelico / com’è vero che il cerchio si aggiunge al cerchio nel mutarsi del tronco». E poi ancora il ricordo della figura paterna, con momenti altissimi: «e se c’è un’uscita, papà, anche se non posso dire domani, / la sua luce sulla soglia / è questo stare dei tuoi occhi dentro i miei / questo pensarvi vivi, liberi e scalzi / le tasche piene di sassi, la memoria di voi / che trema in noi / come una stella incoronata di buio» (I vostri nomi).

E in quel dicembre 2012, quando lo conobbi nella sua vecchia casa di Tricesimo (un prefabbricato donato dall’Austria ai terremotati del ’76), Pierluigi aveva già in cantiere il romanzo da cui siamo partiti: Questa libertà (2013), che deflagrò in me come una bomba, con la sua brutale e violentissima bellezza. Sapiente contraltare al delicato sguardo di Parole povere, il documentario che Francesca Archibugi ha dedicato al poeta di Chiusaforte nello stesso 2013.

La purezza finale

Questa libertà segna il passaggio alla Rizzoli: è il grande salto nell’editoria popolare, la consacrazione definitiva che si concretizza nella silloge Azzurro elementare, comprendente tutte le precedenti raccolte da La misura dell’erba a Mandate a dire all’imperatore. Nel 2014 esce Ogni goccia balla il tango, dedicata alla nipotina Chiara: una deliziosa silloge di poesie per bambini, ma in fondo anche per adulti («Tutto tace e si fa notte / e dal manto delicato / fantasie sono tradotte / nel tuo sogno smemorato»). Nel 2015 arriva Il dio del mare. Prose e interventi, dove si distingue Bosco di Courton, 1918, stupenda lettura della lirica di Giuseppe Ungaretti «Si sta come / d’autunno / sugli alberi / le foglie»: è il Pierluigi esegeta che svela come nasce una poesia, con i suoi pieni e i suoi vuoti. Una riflessione sul mestiere del poeta che ritroviamo nella sua raccolta forse più matura, e proprio per questa più scabra ed essenziale: Stato di quiete (2016). Apriamo una pagina a caso: «Comincia con lo scrivere il tuo nome, / perché ne resti traccia, qualche segno di grafite / risonante nel bianco. Con poche lettere / sigla decenni di storia, il silenzio / della pagina pronto a spalancarsi, / ad accogliere e disperdere. / Spicca nel bianco e non è più bianco / ma voce la matita che attraversa il foglio, / e goccia a goccia qualcosa cede e ti si allarga dentro: / Pierluigi, e dopo Cappello, in un sussurro un nome; / e dentro un nome, l’uomo che non concede a sé / i suoi stessi lineamenti, protetti da un’ottusità misericordiosa. / Leggero, come la cenere. Fresco, come l’aria fra le dita. / Scomparso, come una nuvola».

Niente è più complesso di questa semplicità, alla quale si arriva sporcandosi le mani e grondando sangue: è la conquista finale, l’ultima meta, il traguardo di una vita dedicata interamente alla parola. Fino a quel settembre 2017, quando il cancro era già in fase terminale e Pierluigi scriveva il suo testamento poetico: il sentiero sale […] e in cima piega a una svolta e non c’è modo di vedere cosa c’è al di là perché tu sei in basso e la salita in alto; ma quello che vedi oltre l’orlo del tracciato è un vuoto di colore, che lontano si fa giallino e più lontano ancora un infinito tutto e una gioia senza direzione*.

 

* Dalla raccolta postuma Un prato in pendio (Rizzoli, 2018), comprendente tutte le poesie dal 1992 al settembre 2017.

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