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I Vandali

Cultura e Spettacolo
06 dicembre 2018

I barbari che divennero Romani

di Vanni Veronesi
Quando Aquileia viene distrutta dagli Unni, i Vandali sono una parte fondamentale all’interno dell’Impero romano. Una certa storiografia li ha trasformati in distruttori, ma era davvero così?
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Parigi, Biblioteca Nazionale. Il Calculus Dionisi, calendario con tutti i mesi e le costellazioni dello zodiaco
Cultura e Spettacolo
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Gli antefatti

Nel 117 d.C. l’impero romano arriva al massimo della sua estensione: alla morte di Traiano Roma amministra un territorio che va dall’Inghilterra all’Armenia, dal Portogallo alla Romania, dal Belgio all’Iraq.

In questo mondo di strade e città, terme e anfiteatri, scuole e tribunali, popolazioni che un tempo erano state ostili si ritrovano integrate perfettamente nel tessuto socio-culturale romano, al punto che dalla fine del I sec. d.C. gli imperatori arrivano dalle periferie più estreme: dalla Spagna dei Celtiberi giunge Adriano (76-138); nell’Africa dei Berberi nasce Settimo Severo (146-211); dalle file degli Illiri, in Dalmazia, spunta Diocleziano (244-313). È proprio Diocleziano a comprendere lucidamente che questo sistema, ben funzionante nei secoli precedenti, da tempo mostra crepe sempre più profonde.

La crescita dell’Impero si è fermata da quasi 200 anni: dopo otto secoli di conquiste, il mondo romano ha iniziato ad amministrare prima e ad arretrare poi. I conflitti condotti su tutti i fronti non sono più espansivi, bensì difensivi: i bottini di guerra diminuiscono, le tasse aumentano, la moneta viene svalutata, l’inflazione sale alle stelle. Guerre civili continue, colpi di stato e governi che durano un battito di ciglia sono all’ordine del giorno: per porre fine a questo stato di cose Diocleziano divide l’impero in due parti, Occidente e Oriente, con a capo un Augustus (imperatore) e un Caesar (principe) per ciascuna parte. Nelle intenzioni di Diocleziano la cosiddetta ‘tetrarchia’ dovrebbe garantire un argine allo strapotere unico, nonché un migliore controllo di un territorio immenso; nei fatti il sistema reggerà pochissimo, travolto dalle ambizioni personali e dalla pressione dei barbari sul limes. Così, quando nel 376 i Goti Tervingi, scacciati dalle loro sedi dagli attacchi degli Unni, chiedono all’Imperatore della pars Occidentis Valente il permesso di stabilirsi in Tracia, il sovrano è costretto ad accettare, poiché gran parte del suo esercito è impegnato nelle solite guerre contro i Parti.

Inglobate nell’impero, svariate popolazioni germaniche diventano l’ago della bilancia della politica romana; da una parte donano all’esercito generali di straordinario valore (Stilicone su tutti), dall’altra chiedono poteri sempre maggiori. E quando le loro richieste non vengono soddisfatte, le tribù non esitano a muovere guerra contro Roma, fino alle estreme conseguenze: nel 410, per la prima volta dopo 800 anni, Roma viene messa a ferro e fuoco dal generale visigotico Alarico. È l’inizio di quelle che gli storici chiamano ‘invasioni barbariche’.

Dalla Spagna all’Africa

Unni, Visigoti, Suebi, Alamanni, Ostrogoti, Alani: l’onda d’urto delle popolazioni che si riversano nei territori dell’impero è fortissima. Fra queste popolazioni ci sono anche i Vandali, che nel 420 si stabiliscono nel sud della Spagna finché nel 429 il re Genserico decide di compiere il grande passo: trasferire il suo popolo dall’altra parte dello Stretto di Gibilterra. Nel 435, dopo una conquista fulminea, i Vandali sono i nuovi veri padroni dell’Africa settentrionale: inizialmente riconosciuti come foederati dall’imperatore Valentiniano III, nel 442 ottengono l’indipendenza e la piena sovranità sulle odierne Tunisia e Algeria orientale dallo stesso Valentiniano.

Assassinato quest’ultimo nel 455 e salito al potere Petronio Massimo, in una delle solite congiure di palazzo tipicamente romane, Genserico dichiara illegittima l’ascesa dell’usurpatore. Chiamati dalla stessa Licinia Eudossia, moglie di Valentiniano III, per vendicare la morte del marito, i Vandali entrano a Roma dando vita a un saccheggio che la storiografia del Settecento ha consegnato ai posteri come, per l’appunto, vandalico. In spregio, tuttavia, alla reale dinamica degli eventi: nessun assassinio, nessun incendio, nessuna devastazione. E quando, nel 477, Genserico passa a miglior vita, il regno dei Vandali è ormai il più potente fra quelli nati dalle invasioni barbariche, nonché l’unico pienamente legittimato da Roma e da Bisanzio, tanto più che Eudocia, figlia di Valentiniano III, è diventata sposa del sovrano vandalico Hunirico. Così, mentre l’Italia assiste alla caduta di Roma (476) e all’insediamento del regno degli Ostrogoti, l’Africa del Nord può continuare a dirsi romana proprio in quanto vandalica, al punto da rimettere in piedi i teatri, le terme e, metaforicamente, una nuova società letteraria. Che attorno al 534 confezionerà un libro destinato a un successo clamoroso.

L’antologia dimenticata

Alla Biblioteca Nazionale di Parigi è conservato un manoscritto particolarissimo: il Codex Salmasianus (Par. lat. 10318), così chiamato dal nome latinizzato del possessore più noto, Claude Saumaise, che lo ricevette in dono nel 1615 dal collezionista Jean Lacurne. Vergato da una mano umbra in una scrittura onciale databile tra fine dell’VIII e l’inizio del IX secolo, il codice manca di undici fascicoli iniziali ed è mutilo anche alla fine. Per quanto riguarda il contenuto, il Salmasiano è una miscellanea, ma la parte che c’interessa è quella compresa fra le pagine 1 e 188, intitolata Liber epigrammaton («Libro degli epigrammi») ma passata alla storia come Anthologia Latina. Poesie d’amore, liriche d’argomento mitologico, indovinelli, poemetti, epigrammi satirici: la lettura del Liber ci restituisce l’immagine di una corte più romana che barbarica, dove la cultura letteraria è tenuta in gran pregio e i riferimenti agli autori latini del passato formano una trama raffinata e complessa. Un genere a sé è quello dei carmi dedicati alla celebrazione di opere pubbliche legate al controllo dell’acqua, fondamentali in un’area desertica come quella nordafricana: scopriamo così un popolo appassionato di bagni termali, proprio come i Romani. Si prende addirittura in giro chi non si è ancora ‘romanizzato’ e continua a parlare una lingua incolta:

Inter ʻeilsʼ goticum ʻscapia mazia ia drincanʼ

non audit quisquam dignos edicere versus.

Fra i gotici «eils scapia mazia ia drincan» non si ode alcuno recitare versi dignitosi. Il titolo dell’epigramma è significativo: de conviviis barbaris, «sui banchetti dei barbari». È assai probabile che l’allusione sia alle gozzoviglie delle guardie gotiche di Amalafrida, sorella di Teodorico e sposa del re vandalo Trasamondo (sovrano dal 496 al 523). Ospiti ben poco graditi al successore Hilderico, re dal 523 al 530, destinatario della poesia forse più importante dell’intero Liber (la n. 215 della edizione Riese) nella quale tali guardie sono rappresentate come nemici in catene:

Vandalirice potens, gemini diadematis heres,

ornasti proprium per facta ingentia nomen. Belligeras acies domuit Theodosius ultor,

captivas facili reddens certamine gentes.

Adversos placidis subiecit Honorius armis,

cuius prosperitas melior fortissima fecit.

Ampla Valentiniani virtus cognita mundo

hostibus addictis ostenditur arce nepotis.

Potente re dei Vandali, erede del doppio diadema, hai ornato la tua gloria tramite ingenti imprese. Schiere bellicose domò Teodosio vendicatore, rendendo schiave le genti con una facile contesa. Gli oppositori soggiogò con placide armi Onorio, il cui migliore favore divino realizzò gesta fortissime.

La grande virtù di Valentiniano nota al mondo intero si mostra, ridotti alla mercè i nemici, dall’arca del nipote. L’architettura di questo carme è sorvegliatissima: Vandaliricus e nepos, riferiti entrambi a Hilderico, sono rispettivamente la prima e l’ultima parola del testo; Vandaliricus e heres aprono e chiudono il primo verso; a sua volta, heres è nella stessa posizione finale di nepos e i due termini, di nuovo, si rifanno alla medesima persona.

Ciò che colpisce di più, tuttavia, è come il vandalo Hilderico legittima il suo potere, risalendo direttamente al cuore del vecchio, insuperato e insuperabile impero romano attraverso un albero genealogico sorprendentemente matrilineare: Teodosio I padre di Onorio e Galla Placidia; Galla Placidia moglie di Costanzo III, genitori di Valentiniano III; Valentiniano III padre di Eudocia, sposa del re vandalo Hunirico e madre di Hilderico. Siamo di fronte a una dichiarazione di ‘romanità’ da parte di un sovrano dei Vandali; Hilderico vuole infatti dimostrare di avere le carte in regola, fin dai cromosomi, per essere l’erede degli imperatori d’Occidente e, dunque, il primo interlocutore degli imperatori d’Oriente: l’erede, per l’appunto, del «doppio diadema» dei principes romani.

L’ultimo atto

Di questa svolta abbiamo un riflesso in un singolare testo conservato nel Salmasiano subito dopo la conclusione del Liber epigrammaton: il Calculus Dionisi. Si tratta di un computo pascale, di quelli che si trovano spesso nei manoscritti medievali per sapere quando è caduta (nel passato) o cadrà (nel futuro) la festa più importante della cristianità. Fin qui nulla di speciale, se non fosse che il Calculus ha come estremi cronologici il 429 e il 523. Ora, nel 429 inizia la conquista vandalica dell’Africa, mentre il 523 è l’anno della morte di Trasamondo e dell’ascesa al trono di Hilderico: l’anno, cioè, in cui si chiude la fase dei re di estrazione esclusivamente barbarica e si apre quella del gemini diadematis heres. Sembra quasi che il Calculus sia una summa della storia vandalica in Africa: difficile pensare che non accompagnasse il Liber già nell’originale vergato a Cartagine. E del resto la cui virtù Hilderico, tornando al carme 215, è la stessa del nonno Valentiniano III, riflessa nella magnificenza del suo palazzo e ostentata dinanzi ai nemici in catene. Eppure, la nobiltà vandalica, seguace dell’Arianesimo, non perdonerà a Hilderico la sua fede cattolica: il colpo di stato di Geilamir, nel 530, pone fine al regno del gemini diadematis heres e fa retrocedere i Vandali su posizioni ostili all’Impero romano d’Oriente. La risposta di Bisanzio non si fa attendere: con la scusa di vendicare Hilderico e punire l’usurpatore, Giustiniano conquista il regno vandalico. La cui storia, stavolta, finisce davvero. Senza alcun Calculus Dionisi a celebrarla.

 

In collaborazione con "L'Eco del nulla"

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