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1914-1918: l'inutile strage

Cultura e Spettacolo
02 novembre 2018

Né vincitori né vinti

di Alberto V. Spanghero
Il 3 novembre 1918 l’armistizio da parte dell’Impero Austro-Ungarico pose fine alla Grande Guerra su questi territori. Un conflitto che, con oltre 8 milioni di morti in Europa, lasciò tutti sconfitti
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Croci bianche nel cimitero americano in Francia. Nel conflitto gli USA persero 405 mila soldati
Cultura e Spettacolo
02 novembre 2018 di Alberto V. Spanghero Image

Era la mattina del 28 ottobre 1917 quando la gente del monfalconese prese coscienza della ritirata italiana e, nei paesi, non vi era più alcuna traccia di militari in divisa color grigio-verde. Le poche ore che precedettero l’arrivo delle truppe austro-ungariche furono dedicate dalla popolazione all’accaparramento e al saccheggio di buona parte del materiale abbandonato dall’Esercito italiano, materiale che poteva tornare utile. Furono pure messe a soqquadro le abitazioni di quelli che si erano compromessi con gli italiani e li avevano seguiti nella ritirata per paura di vendette e ritorsioni.

Dopo mezza giornata di spasmodica attesa, nel pomeriggio incominciarono ad arrivare, provenienti dal Carso via Ronchi e Soleschiano, i primi soldati austro-ungarici della X Divisione del XXIII Corpo d’Armata. Salutati da poche bandiere giallonere a lungo tenute nascoste, i soldati avevano le barbe lunghe dopo mesi di trincea. Sullo slancio attraversarono l’Isonzo e il Torre, il 29 entrarono a Ruda, il 30 liberarono Cervignano e San Giorgio di Nogaro, arrivando il 31 a Pocenia.

Un militare ungherese stanco e affamato, mentre camminava inquadrato, rivolto verso alcuni bambini di Turriaco che lo salutavano sogghignò tra i denti “Bruti taliani”. I bambini risero. Anna Cosma, che allora aveva sedici anni, raccontava che i militari austriaci, a differenza di quelli italiani, erano tutti magrissimi con le divise malridotte. Le campane della chiesa di Turriaco, l’unica rimasta ancora in piedi nel territorio di Monfalcone, suonarono per tre giorni di seguito, in segno di giubilo.

A iniziare dal gennaio del 1918, incominciarono a rientrare i primi profughi bisiachi provenienti dal campo di Wagna, in Stiria, da Graz e da altre località dell’interno della monarchia. Le varie fasi del rientro avvennero alla spicciolata e terminarono quasi del tutto nell’agosto dello stesso anno, quando la cifra segnalata raggiunse le 5.255 persone: quasi il totale di quelle partite nel 1915. Non ritornarono perché decedute più di 200 persone. Solo nel cimitero di Wagna furono sepolte 158 persone, 98 delle quali sotto i dieci anni. Le cause di morte registrate tra i minori furono il morbillo, la scarlattina, la difterite, la polmonite e la tubercolosi.

Il sindaci del Monfalconese, dove era possibile, ripresero possesso delle amministrazioni comunali e tutti gli uffici ritornarono nelle loro sedi naturali. I ritratti del re Vittorio Emanuele III e della regina Elena furono calpestati e bruciati, a incominciare da quelli appesi ai muri delle scuole elementari che riaprirono già nel novembre del 1917. Il Diciassette non fu solo l’anno della liberazione, ma fu ricordato soprattutto come l’anno della grande fame. In definitiva si stava ripetendo l’amara esperienza della carestia che aveva colpito l’Europa cent’anni prima a causa delle guerre napoleoniche. In conseguenza del blocco navale delle forze dell’Intesa, la situazione economica delle popolazioni degli imperi centrali diventò insostenibile, con risvolti drammatici anche nel Friuli e nel Veneto. Toccò questa volta al Friuli essere occupato da un esercito invasore di austro-tedeschi che, privi di risorse, intesero quelle terre di conquista soprattutto come un deposito inesauribile dal quale prelevare impunemente ogni cosa. Dapprima ci furono ruberie e violenze indiscriminate perpetrate da soldati affamati, in seguito il saccheggio cambiò nome diventando requisizione, asportazione, razionamento.

Invece, sul campo italiano, il generale Luigi Cadorna, a seguito della disfatta di Caporetto, fu sostituito in qualità di nuovo comandante dell’Esercito italiano dal generale Armando Diaz, il quale napoletano riempì lo Stato Maggiore dell’Esercito di ufficiali provenienti dalla città di Napoli o dalla regione Campania. In buona sostanza, Caporetto e Diaz furono gli elementi decisivi nella riorganizzazione dell’esercito e questo contribuì alla demolizione del monopolio dei conti e marchesi settentrionali. A differenza di Cadorna, che preferiva i contatti con l’aristocrazia dell’esercito, Diaz “non delegava le sue funzioni ad altri e sapeva usare parole buone con sobrietà di gesti senza urla che in certi momenti contavano per la truppa più della coercizione”. Gli ufficiali, pur temendolo, gli volevano tutti bene. Insomma, Diaz era l’immagine del generale buono che amava ripetere “che il segreto del suo mestiere stava nell’elemento uomo, e che si comandava col cuore, con la persuasione, con l’esempio, con la stima e la cortesia”.

Armando Diaz, quando fu scelto a sostituire Cadorna in qualità di comandante supremo, era uno degli oltre duecento tenenti generali operativi in quel momento nell’Esercito italiano. Di lui, il generale Enrico Caviglia, sicuramente non poco invidioso del fatto che Diaz venne nominato quale nuovo comandante supremo dell’Esercito, ebbe a dire che era un brav’uomo e un buon soldato, ma che per tutta la vita aveva svolto funzioni di segretario e che quello era il suo posto; “(…) non intese mai bene perché l’Italia abbia vinto a Vittorio Veneto ed al Piave ed è morto senza saperlo (…) ma aveva la più grande qualità che un uomo potesse desiderare: era fortunato!”

I suoi collaboratori più stretti, Badoglio e lo stesso Caviglia, dichiararono talvolta di dubitare che il loro superiore avesse un pensiero qualsiasi. Diaz però seppe riconoscere la validità del piano elaborato dal generale Cavallero riguardo all’offensiva di Vittorio Veneto e lo accettò totalmente. Un giorno, mentre guardava con la lente d’ingrandimento la carta geografica della battaglia, in napoletano disse: “Ma ‘sto Vittorio Veneto, addò sta?”. Però bisogna ammettere che Diaz, a differenza di Cadorna, nel primo semestre del 1918 fece fucilare soltanto (si fa per dire) 114 soldati italiani colpevoli di diserzione, insubordinazione, vigliaccheria, abbandono del posto, contro i 173 del quadrimestre maggio-agosto 1917 fatti fucilare da Cadorna. Non si può dire però che questo fosse un progresso, anche perché le fucilazioni del 1918 in realtà riguardavano un periodo di stasi operativa.

Le due settimane che intercorsero tra la rottura delle linee italiane a Tolmino e a Plezzo e la loro ricomposizione dietro il Piave furono le più drammatiche, non solo della Prima guerra mondiale, ma di tutta la storia dal Risorgimento in poi. Con la precipitosa fuga delle truppe italiane dalla Bisiacaria e dai territori occupati, terminarono le violenze sulle donne e altre porcherie ignominiose come l’abitudine obbligo da parte di certa soldataglia sporcacciona dedita al sesso orale da parte dei bambini per un bicchiere di zucchero (testimonianza di Mario Spessot di Turriaco, classe 1907).

L’esercito italiano sembrava in totale disfacimento, una grossa porzione di territorio era stata conquistata dagli austro-tedeschi. Se gli austriaci avessero attaccato dalle Valli Giudicarie, persino Milano sarebbe stata in pericolo. Caporetto fu una frustata per tutto il popolo italiano e la guerra divenne improvvisamente e veramente un fatto nazionale di tutti, di chi l’aveva voluta, di chi non l’aveva voluta e persino di chi ancora non la voleva. Bisognava lavare l’onta di Caporetto e quindi si doveva tener duro e vincere a ogni costo. Si realizzò una tensione, un collante che permise all’Italia di superare un momento critico, di resistere e di arrivare, seppur con il fiato corto, alla vittoria finale. La guerra italiana si decise militarmente sul Piave, ma dopo Caporetto si decise pure il dopoguerra che segnò la vittoria di qual nazionalismo che doveva portare l’Italia, di lì a qualche anno, al fascismo.

La sconfitta e il dissolvimento dell’esercito austroungarico fu determinato da molti fattori, in primo luogo dalla penuria di cibo e dalla forza crescente del socialismo, che furono alla base dei fermenti politici nei territori dell’Impero; in secondo luogo dalle aspirazioni di autogoverno delle minoranze etniche di Cechi, Bosniaci, Italiani, Polacchi, Serbi, Slovacchi e Romeni. A seguito di questi fatti l’impero asburgico si disintegrò, a prescindere dalla firma dell’armistizio con l’Italia del 3 novembre 1918. Per quanto riguarda le azioni militari che dettero il colpo di grazia alla “finis Austriae” furono in senso stretto coordinate dalla IV armata sul monte Grappa a ovest e dall’VIII armata sul Piave che ebbero il compito di accerchiare e isolare la VI armata austro-ungarica. A queste armate italiane si aggiunsero 11 divisioni britanniche, americane e francesi. Dopo aver attraversato il Piave il 26 e 27 ottobre 1918, l’Esercito italiano il 28 successivo, quando i segni di disgregazione interna del grande impero cominciarono a ripercuotersi anche sul fronte, iniziò il vero sfondamento. Il 29 l’VIII Armata entrava a Vittorio Veneto e il 3 novembre il tracollo austriaco si rivelava definitivo sia in Veneto sia in Trentino.

La battaglia finale costò agli austro-ungarici 30.000 perdite tra morti e feriti e un numero stratosferico di prigionieri. Mentre l’Italia ebbe un totale di 38.000 perdite. All’Italia questa vittoria fu necessaria per assicurarsi non solo le sue rivendicazioni territoriali, ma anche il diritto di essere considerata alla pari dei cobelligeranti al tavolo delle trattative di pace che si sarebbero tenute a Parigi nel 1919. Nella famosa conferenza infatti si fecero i conti e si tirarono le somme dell’“Inutile Strage”, frutto dall’imbecillità umana. L’Italia era presente come paese vincitore, consapevole di aver fornito un grande contributo alla vittoria finale. Ma venne subito emarginata, quando si vide che lo sforzo di Francia e Inghilterra oscurava per numero di caduti quello italiano. In quel mondo di pazzi furono mandati a combattere quasi 70 milioni di maschi adulti. Le perdite furono semplicemente oscene: più di 5 milioni di morti negli stati dell’Intesa e tre milioni e mezzo quelli degli Imperi centrali.

La Conferenza di pace di Parigi si aprì il 28 gennaio del 1919 e rispetto agli accordi di Londra l’Italia chiese la città di Fiume. Le aspirazioni italiane furono definite imperialistiche e la delegazione italiana abbandonò, per protesta, la conferenza. Dopo ripensamenti la delegazione rientrò, ma politicamente indebolita. Definiti gli accordi, la Germania firmò senza riserve il trattato di pace, seguito il 10 settembre da quello austriaco. All’Italia fu riconosciuto il confine stabilito dal trattato di Londra del 26 aprile del 1915 per cui le vecchie province di Trento, Gorizia e Trieste passarono all’Italia. In buona sostanza si erano realizzate le istanze strategiche che già furono dell’Impero romano, della Repubblica Veneta e del Regno Italico in modo di assicurarsi l’intero controllo di tutto l’asse geopolitico dell’Isonzo.

L’ordinata amministrazione austriaca fu subito sostituita da quella borbonico-clientelare. La frittata era fatta e, per certi aspetti, cent’anni dopo non è ancora terminata. Tutto quello che poteva ricordare la storia austriaca venne rimosso e sostituito con la storia italiana, iniziando dalla nomenclatura di vie, piazze, scuole e giardini. I monumenti asburgici furono distrutti e sostituiti con altri che inneggiavano al sacrificio dei soldati italiani.

Negli anni Venti il fascismo si sarebbe impossessato della storia e della memoria della Grande Guerra. Così i vari eroi come Enrico Toti, Luigi Rizzo, Francesco Baracca e tanti altri, vennero mitizzati e utilizzati come potente arma di propaganda che l’Italia proletaria e fascista tenterà di imporre come propri. Alla fine di una guerra dove tutti avevano perduto si tirarono le somme. Senza contare i morti civili, il numero dei soldati austro-ungarici di lingua italiana (bisiachi e friulani) e parte di quelli dei paesi della Contea di Gorizia e Gradisca che hanno dato la loro vita per una causa forse condivisa ma che non hanno mai compreso, lo si può osservare in anteprima nello specchietto, ancora incompleto, che segue.

Specchietto di estrema importanza realizzato dopo anni di ricerche dallo storico Giorgio Milocco di Saciletto. Noi lo proponiamo così come ci è pervenuto con alcuni dati ancora parziali o in via di ultimazione e con le singole tipologie espositive.

 

Comune, Tipo di esposizione, n° caduti

Aiello del Friuli, Monumento, 36

Aquileia, , 80

Belvedere, Targa, 12

Begliano, Targa,

Brazzano ?

Campolongo, Lapide, 37

Capriva, Lapide mista, ?

Cervignano, 42

Chiopris, Lapide, 35

Cormons, Dati da aggiornare

Doberdò, ?

Dolegna del Collio, 40

Farra, ?

Fiumicello, 88

Fogliano Redipuglia, Lapide

Gorizia, ?

Grado, 132

Gradisca, Monumento, ?

Isola Morosini, Targa, 29

Joannis, Lapide, 19

Lucinico, Monumento, 84

Mariano, Lapide mista, ?

Medea, ?

Monfalcone, Incompleto, 27

Moraro, ?

Mossa, ?

Muscoli Strassoldo, 39

Perteole, Targa, 46

Pieris, Targa, ?

Romans d’Isonzo, Lapide, 50

Ronchi, 90

Ruda, Targa, 46

Sagrado, ?

San Canzian d’Is., Targa, 34

San Floriano, 22

San Lorenzo Is., ?

San Pier d’Is, 20

San Vito, 42

Savogna, Libro, ?

Scodovacca, 14

Staranzano, 38

Tapogliano, 22

Terzo d’Aquileia, Targa, 60

Turriaco, Targa, 33

Versa, Lapide, 18

Villesse, Monumento, ?

Visco, Lapide, 17

Villa Vicentina, Lapide, 39

Dati aggiornati a giugno 2018

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