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Sport e psiche

Psicologia
05 luglio 2018

Mens sana in corpore sano

di Andrea Fiore
Continua a crescere il numero dei giovani che non praticano attività sportiva. Un fenomeno che rischia di portare con sé problematiche educative, evolutive, salutari e sociali
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(ph. pixabay.com)
Psicologia
05 luglio 2018 di Andrea Fiore Image

Il periodo critico è quello delle scuole medie. Secondo le statistiche e le esperienze sul campo è infatti tra i giovani dai 12 ai 14 anni che si assiste al crollo di partecipazione alle attività proposte dalle associazioni sportive. In concomitanza con il fisiologico aumento dell’impegno scolastico, rispetto a quanto avveniva in passato le prime attività extra a venire ridotte sono proprio quelle che riguardano lo sport, sacrificato senza troppi ripensamenti rispetto al tempo trascorso sul web, davanti alla tv, giocando alla playstation o chattando sullo smartphone.

Tempo e denaro. In caso lo sport

Come mai lo sport non viene più percepito come un mezzo educativo e un’attività socializzante e salutare, ma come il primo intrigo da eliminare nelle priorità del tempo libero dei nostri giovani? La risposta a questo fenomeno coinvolge molteplici fattori, tuttavia una discriminante comune chiama in causa anche le famiglie. In una società in cui il più delle volte entrambi i genitori lavorano, se i propri figli rinunciano a praticare attività sportive che  richiedono spostamenti e necessità di accompagnamento il rischio di assecondarli per una questione di comodità è sempre più incombente. L’iscrizione a un’associazione sportiva e l’attrezzatura o l’abbigliamento per praticare lo sport, inoltre, hanno un costo rilevante. Senza scordare che attualmente lo Stato non prevede rimborsi in materia. Ecco allora che in tempi di crisi, specie nei casi di famiglie in cui uno o entrambi i genitori restano senza lavoro, questa voce di spesa tende a essere tagliata senza troppi rimpianti.

Peccato, ma va bene lo stesso

Le problematiche di natura logistica o economica, tuttavia, non sembrano essere le uniche in ambito familiare. Tra i genitori è sempre più diffusa una percezione di timore del mondo esterno per i propri figli. Ecco allora che saperli chiusi in casa davanti a uno schermo li rende paradossalmente più tranquilli: se stanno lì non rischiano di fare cavolate fuori o di finire nei pericoli (sebbene dei pericoli che si nascondono dietro a un semplice schermo abbiamo già ampiamente parlato…). In questa visione, a venire colpita non è solo l’attività sportiva praticata all’interno delle associazioni, ma anche il gioco libero con i coetanei nei campetti pubblici, nei ricreatori o in altri luoghi di aggregazione. Con ripercussioni potenzialmente devastanti.

Lo sport è relazione

La mancanza di attività sportiva, oltre che ripercussioni di carattere salutare sul fisico dei giovani, impoverisce anche le loro capacità di vivere in relazione. L’assenza di rapporto, confronto e competizione con i coetanei rischia infatti di produrre ragazzi sempre meno performanti, con una sensibile perdita della propria autostima (“Tu cosa fai?” “Nulla, sto a casa a guardare la tv…”). Senza confronto viene meno la spinta evolutiva, lasciando l’individuo privo di idee e stimolazioni. Relazionarsi significa anche competere, ma i giovani di oggi sanno sempre meno cosa sia la competizione. E questo nel tempo mina la loro capacità di diventare adulti responsabili e critici, rischiando al contrario di divenire sempre più massa gestibile da altri.

Invertire la rotta? A scuola

In Italia, abbinare i termini attività sportiva e scuola è da sempre un azzardo. È sufficiente che ognuno di noi provi a ricordare le proprie ore di educazione fisica alla scuola dell’obbligo per scacciare ogni timore di possibile smentita. Tuttavia proprio l’universo scolastico, paradossalmente, sembra detenere al momento l’unico chiavistello per invertire la tendenza. Perché di fronte a uno scenario come quello sopra descritto, senza un drastico intervento normativo il rischio che le giovani generazioni abbandonino sempre più lo sport con pericolose conseguenze per il loro sviluppo psicofisico va quanto prima disinnescato. E l’unico modo è far sì che la scuola renda obbligatoria la frequenza di attività sportive. È vero, gli obblighi quasi mai piacciono, ma se sono a fin di bene diventano necessari. Anche i nostri antenati non avevano il minimo dubbio sull’importanza della pratica sportiva (“mente sana in corpo sano”): spetta a noi voler essere una società in evoluzione e non in involuzione.

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