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Da Alessandria ad Aquileia

Cultura e Spettacolo
03 luglio 2018

Cristianesimi perduti

di Vanni Veronesi
Dalle sabbie dell’Egitto alle rogge del Friuli, un viaggio lungo due secoli. Sulle tracce di un pensiero cristiano che la storia ha eliminato dal suo corso
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Vienna, Biblioteca Nazionale, cod. Lat 847: manoscritto con le opere di Rufino di Aquileia. Il codice si apre con un’immagine simbolica raffigurante due uccelli sotto la croce
Cultura e Spettacolo
03 luglio 2018 di Vanni Veronesi Image

Il problema del ‘prima’

«Se il mondo ha avuto inizio nel tempo, cosa faceva Dio prima che cominciasse il mondo?»: è questa la domanda più difficile a cui, nel III secolo, deve rispondere un pensatore cristiano, costretto a confrontarsi con una tradizione filosofica pagana molto più antica e prestigiosa, sostanzialmente concorde nel ritenere l’universo eterno e ingenerato. Il cristianesimo, invece, si rapporta con la Genesi, dove a essere eterno e ingenerato è solo Dio: quello stesso Dio che ha creato l’universo, dandogli quindi un inizio. Su questi problemi si trova a meditare Origene, rimasto orfano di padre (colpito dalle persecuzioni) nel 202, a soli sedici anni, eppure talmente precoce da succedere a Clemente Alessandrino, nel 203, al vertice della scuola teologica di Alessandria d’Egitto, frequentata anche da pensatori pagani.

Origene stesso, del resto, è aperto a varie influenze: pur fervente cristiano, non esita a imparare l’ebraico e a frequentare la scuola filosofica del neoplatonico Ammonio Sacca, fra i cui banchi siederà pochi anni dopo un altro gigante come Plotino. Ed è proprio in questo straordinario laboratorio culturale che egli matura la risposta alla fatidica domanda, dandone conto nel trattato Sui princìpi. Secondo Origene, prima di questo mondo c’è stato un altro mondo (tesi della ‘preesistenza’), nel quale Dio aveva creato un numero finito di creature spirituali (le ‘anime’) lasciate libere di agire; in seguito a una colpevole ‘caduta’ di una larga parte di esse, allontanatesi da Dio al punto da fondare il Male e il Peccato, il Signore avrebbe proceduto a una seconda creazione (quella narrata dalla Genesi), con l’intento di fornire alle anime un contenitore materiale (il corpo) attraverso cui espiare e purificarsi. La diversità degli uomini e delle loro condizioni è dunque conseguenza del comportamento tenuto dalle anime nel mondo precedente, ma alla fi ne dei tempi ogni creatura ritornerà a Dio (tesi della ‘apocatastasi’): ne consegue che le stesse pene infernali, per quanto lunghe, devono essere temporanee.

La scuola di Cesarea

Il trattato Sui princìpi scatena da subito un dibattito ferocissimo; così, quando Origene viene consacrato sacerdote a Cesarea Marittima (odierno Israele) nel 230, il vescovo di Alessandria d’Egitto si cela dietro a un formalismo (solo lui avrebbe l’autorità di nominare prete un proprio diocesano!) per liberarsi di quel predicatore in odore di eresia. Nel 232 il filosofo ripara dunque a Cesarea; qui fonda una nuova scuola teologica, creando la più ricca biblioteca della cristianità e portando a compimento una impresa monumentale: la trascrizione su sei colonne (da cui il nome greco Hexapla) di altrettante versioni dell’Antico Testamento, rispettivamente il testo ebraico (1), l’ebraico traslitterato in caratteri greci (2) e le traduzioni greche di Aquila (3), Simmaco l’Ebionita (4), Settanta (5) e Teodozione (6). L’idea è tanto semplice quanto geniale: mettere a confronto le diverse redazioni della Bibbia che circolavano nel mondo ellenistico per avere un testo affidabile e porre fine, una volta per tutte, alle controversie fra giudei e cristiani sull’interpretazione dell’Antico Testamento. La quinta colonna, in particolare, è un distillato di tecnica editoriale: la versione greca dei Settanta (traduzione dall’ebraico risalente al III sec. a.C.) è infatti sottoposta a revisione attraverso i cosiddetti ‘segni diacritici’, a indicare passi dubbi, brani da eliminare e correzioni da apportare al testo. Dell’Hexapla, oggi, non rimangono che frammenti, tuttavia siamo in grado di ricostruirla parzialmente attraverso le citazioni di autori successivi.

Di eresia in eresia

Nel 254, dopo essere stato torturato durante la persecuzione bandita dall’imperatore Decio, Origene muore accompagnato da un’ondata di commozione, ma anche di odio da parte di coloro che lo ritengono un eretico. Nel 313 il nuovo imperatore Costantino promulga un editto di libertà religiosa per tutte le fedi professate nell’Impero: i cristiani, finalmente salvi, iniziano a riorganizzarsi, ma si rendono conto di essere profondamente divisi. Perché si fa presto a dire che Cristo è «figlio di Dio», ma cosa significa veramente? Ario, che in quegli anni è predicatore ad Alessandria d’Egitto, non ha dubbi: se è vero che Dio è ingenerato ed eterno, fuori dallo spazio e dal tempo, è altrettanto vero che Cristo è nato, vissuto e morto sulla croce. Il Figlio, in quanto tale, è creato dal Padre: per quanto partecipe della natura di Dio, non può essere propriamente Dio. Analogamente, se è vero che lo Spirito Santo è stato inviato dal Padre per far comprendere le verità rivelate di Gesù, significa che anch’esso detiene parte della natura di Dio, ma non è Dio.

Questa dottrina, fi glia della stessa cultura neoplatonica in cui si era formato Origene, ‘abbassa’ la fi gura di Cristo a un rango inferiore rispetto a Dio: una posizione inaccettabile per il vescovo di Alessandria, che nel 318 scomunica Ario, costretto a riparare in varie località del Medio Oriente. La soluzione, però, si rivela peggiore del male: ovunque vada, il predicatore raccoglie seguaci. Al suo fi anco si schiera addirittura Eusebio di Cesarea, allievo della scuola teologica origeniana e autore della prima storia della Chiesa mai scritta (la Ecclesiastikè historía); la sua vicinanza ad Ario gli costa la scomunica dal Concilio di Antiochia, ma la condanna non ha alcun effetto: Costantino, suo amico personale, ha in mente altri piani. Il 20 maggio del 325, vestito di porpora e ricoperto d’oro, dinanzi allo sguardo stupefatto di quei vescovi che ancora portano i segni delle torture subite sotto Diocleziano, l’imperatore in persona apre infatti il concilio di Nicea. Obiettivo: risolvere la questione sulla natura di Cristo per riportare stabilità in un impero lacerato dalle lotte religiose. Incaricato di redigere la formula finale, Eusebio cambia rotta e presenta un testo chiaramente antiariano: Cristo viene definito «Dio da Dio, Luce da Luce, Vita da Vita», formule a cui saranno aggiunte in un secondo momento le definizioni «Dio vero da Dio vero, generato, non creato, della stessa sostanza del Padre». Il cattolicesimo, dunque, esce trionfatore: Ario è costretto all’esilio. Ma la questione è ben lontana dall’essere risolta: la dottrina che ormai viene definita arianesimo si propaga dappertutto, anche grazie a figure come il vescovo goto Ulfila, che converte al cristianesimo ariano moltissimi suoi connazionali.

Lotta senza quartiere

L’eresia penetra anche ad Aquileia, accolta con ambigua disponibilità dal vescovo Fortunaziano, ma è solo una parentesi: il successore Valeriano (369) restaura immediatamente il credo niceno. Assieme a lui operano in città due giovani intellettuali che si sono conosciuti pochi anni prima nelle scuole di Roma: l’uno, aquileiese, si chiama Rufino; l’altro, di origine dalmata, è il futuro san Gerolamo. Qualcosa, però, si rompe: nel 373, per dissidi insanabili, entrambi decidono di andarsene. Rufino sceglie l’Egitto, dove entra in contatto con i monaci del deserto; Gerolamo, invece, si reca prima in Siria e poi, nel 378, a Costantinopoli. Per quanto divisi, entrambi sono accomunati da una passione: le opere filosofiche di Origene.

Tutto cambia nel 380, quando l’imperatore Teodosio decide di passare alle maniere forti e nel suo editto di Tessalonica dichiara come unica religione dell’Impero il cristianesimo niceno. Il testimone passa quindi ai vescovi, che il 3 settembre 381, su iniziativa del milanese Ambrogio, si riuniscono nel concilio di Aquileia. Chiuso il sinodo con la scontata condanna dell’arianesimo, Gerolamo capisce che anche il controverso Origene va lasciato perdere: abbandonata Costantinopoli, nel 382 lo troviamo a Roma, segretario di papa Damaso I e suo alleato nella lotta contro le eresie. Rufino, invece, guarda gli eventi da lontano: ha appena fondato un monastero a Gerusalemme, sul Monte degli Ulivi, e sta continuando a propagandare il pensiero di Origene. Gerolamo non lo può tollerare: morto Damaso (384) e sfumate tutte le possibilità di succedergli al soglio di Pietro, nel 386 si ritira a Betlemme per fondare a sua volta un monastero, in aperta concorrenza con quello dell’aquileiese. Lo scontro esplode prima nel 393 e poi, dopo una finta riappacificazione, nel 397, quando Rufino, tornato a Roma, traduce l’opera più scandalosa di Origene: quel Sui princìpi che oggi possiamo leggere proprio grazie alla sua versione latina (De principiis), poiché tutte le copie greche circolanti in Oriente verranno sistematicamente eliminate.

Il sovversivo timido

Lasciata Roma nel 400 per contrasti con il clero locale, l’aquileiese decide di non rispondere ai tre libri Contro Rufino appena pubblicati da Gerolamo e di dedicarsi, tornato nella sua città, a ciò che più ama: leggere e tradurre in latino i classici del cristianesimo greco. Origene in primis, ma anche Basilio, Gregorio di Nazianzo, Evagrio Pontico, nonché la Ecclesiastikè historía di Eusebio di Cesarea (Historia ecclesiastica), ampliata con tutti gli avvenimenti dal 325 al 395: è proprio Rufino a raccontarci il concilio di Nicea, la diffusione dell’arianesimo e l’editto di Teodosio. Dal 400 al 406 lo schivo Rufino dà quindi vita a una ribellione, in punta di penna, nei confronti di una fede ‘ufficiale’ che ha smarrito la sua capacità di dialogare. Finché nel 408, di fronte all’avanzata dei Goti di Alarico, è costretto a rifugiarsi prima nel monastero di Pineto, vicino Terracina, e poi in Sicilia nel 410: fughe durante le quali continua a scrivere e a tradurre. La morte lo coglie nel 411, dopo aver tradotto parte delle Omelie sul Cantico dei Cantici di Origene: l’ultimo inno d’amore ai cristianesimi perduti di un formidabile sovversivo timido.

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