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Turismo
30 maggio 2018

Dove finisce la logica inizia Cuba

di Claudio Pizzin
Finita l’era dei Castro, l’isola continua a vivere nelle sue contraddizioni. Tra spiagge affascinanti, natura rigogliosa e rassegnato spirito di adattamento. Ma anche una povertà crescente
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L'Avana, auto d'epoca in centro (ph. C. Pizzin)
Turismo
30 maggio 2018 di Claudio Pizzin Image

Un mondo fatto di suoni e di canti, una realtà “altra” in cui è possibile entrarci solo abbandonando il proprio stile di vita e la propria visione del mondo. Mentre usciamo dell’aeroporto di L’Avana a notte inoltrata dopo un viaggio aereo con diversi ritardi lungo la rotta Francoforte-Toronto-Cuba, ancora non sappiamo quanta verità racchiuda la frase che un giovane del posto ci riferirà: “Dove finisce la logica, inizia Cuba”.

Iniziamo a scoprirlo già l’indomani mattina, quando il risveglio avviene accompagnato da un sole splendente. Dopo un’ottima colazione con molta frutta, ci facciamo accompagnare alla città vecchia dove ci immergiamo in una miriade di rumori, talvolta accompagnati dalla suadente musica cubana e da sapori invitanti. Il tempo trascorre veloce fino all’ora di pranzo, che consumiamo in un locale consigliato da un ragazzo del luogo. Terminato il pasto ci rechiamo prima alla Cattedrale poi nei  numerosi locali di souvenir e nella piazza su cui si specchia il teatro.

Improvvisamente veniamo colpiti da un vociare concitato: sembra un rissa. Alcuni energumeni stanno discutendo  vivacemente. Chiedo lumi sulla situazione ma vengo rassicurato: stanno discutendo di sport e mettono tutta la loro passione e voce per sopraffare l’avversario. Ogni giorno è così. Lungo le strade si possono ammirare le variopinte auto d’epoca, ora adibite a taxi per la gioia dei turisti. Spiccano curatissime Pontiac, Dodge, Chrysler, Plymounth e altre vetture risalenti agli anni ’50. La sera ci sorprende mentre stiamo ancora gironzolando per L’Avana: stanchi ma felici non ci resta che salire su una moto-taxi per fare rientro alla casa particular dove siamo ospitati. L’indomani abbandoneremo la capitale per raggiungere Viñales, la nostra base per i prossimi giorni.

Il primo approccio con la nuova destinazione ha il sapore del tabacco. Quello del campo in cui un anziano sta raccogliendo le foglie della pianta, mentre una giovane guida ci racconta l’importanza e la tradizione della coltivazione del tabacco per questi territori.

Nemmeno il tempo di sentirne il gusto, che ci ritroviamo in sella a cavalli stupendi. Con loro raggiungiamo il Parco nazionale di Viñales, trascorrendo tre ore di rara intensità. La prima tappa la facciamo in un’azienda dove si coltiva caffè. Anche qui ci vengono spiegate le varie tipologie di lavorazione dei chicchi prima che la bevanda raggiunga le nostre tavole. L’ultima tappa, invece, ci conduce al mirador da cui ammiriamo la bellezza del lago naturale. Piano piano, stanchi per la lunga cavalcata, raggiungiamo il taxi che ci aveva accompagnato e facciamo ritorno in paese, dove saliamo subito sul bus con destinazione Cueva dell’Indio. Qui ci addentriamo in una caverna per un suggestivo tour in barca. All’uscita ci attende nuovamente il bus che, dopo una sosta al Mirador del Cuajani, ci conduce ai “Murales Preistoricos”: qualcosa di unico. Incomincia a scendere la sera e facciamo rientro per il meritato riposo. L’indomani raggiungiamo Cayo Jutias, lunghissima spiaggia a 65 chilometri da Viñales. Il tragitto è un’autentica gimcana tra strade dissestate con profonde buche e con lunghi tratti di sterrato. Siamo a bordo di una vecchia jeep, ma fanno parte del convoglio anche una Pontiac, una Plymount e una Chrysler degli anni ’50. Al nostro passaggio si sollevano grandi polveroni che alla fine si disperdono lasciandoci davanti agli occhi la magia della spiaggia deserta. Impossibile non crogiolarsi al sole e concedersi dei bagni ristoratori.

Dopo il rientro lungo lo stesso avventuroso percorso, consumiamo la cena al ristorante “El Olivo”, degustando la specialità della casa: coniglio alle erbe aromatiche con salsa di cioccolato amaro. Una vera delizia per il palato. Il giorno seguente inizia con una levataccia per prendere l’autobus che ci porterà a Cienfuegos. Nella notte è entrata in vigore l’ora legale e dobbiamo svegliarci un’ora prima dell’orario preventivato. Per raggiungere la destinazione impieghiamo circa sette ore e mezza. Lungo il tragitto soste preventivate consentono di accedere ai servizi e di rifocillarsi.

Percorriamo la Strada Nazionale al ritmo della musica cubana in mezzo a grandi distese di canna da zucchero dove il nostro sguardo si perde a vista d’occhio. L’incedere viene sovente rallentato dai camion stracarichi di canna che escono dai campi.

Finalmente arriviamo a Cienfuegos. La città pare addormentata e le poche persone che incontriamo sembrano non avere una meta precisa. È una giornata festiva, tutto è chiuso e solo un piccolo mercatino sembra ravvivare il contesto con i suoi colori.

La prima destinazione dell’indomani è la riserva Laguna Guanaroca. Dopo un breve tratto a piedi ammirando la fauna del luogo, saliamo su un’imbarcazione leggera azionata a remi per non recare disturbo agli animali. Durante il tragitto ammiriamo garzette, aironi e cormorani. Dopo un breve tratto ci ritroviamo di fronte una moltitudine di fenicotteri rosa che pasteggiano tranquillamente. D’improvviso iniziano a muoversi, raggruppandosi per spiccare il volo: uno spettacolo emozionante. Terminata la visita raggiungiamo la spiaggia di Rancho Luna, abbandonandoci ai piaceri del sole e del mare.

Rientrati a Cienfuegos, visitiamo le botteghe artigianali lungo la via principale, tutte con gli stessi prodotti: quadretti, portachiavi, soprammobili in legno. La destinazione del giorno successivo è Trinidad. Lungo il percorso sostiamo alle  cascate di El Nicho, che raggiungiamo a piedi dopo un continuo saliscendi lungo un sentiero scivoloso, attraversando precari ponticelli che sembrano cedere al passaggio delle persone. Un sacrificio ripagato dalla maestosità della cascata principale che, con un salto di 100 metri, emoziona tutti i presenti. Da lì raggiungiamo in un paio d’ore Trinidad, dove ci avventuriamo per il centro storico. Incrociamo un signore distinto con tanto di sigaro in bocca. Chiedo se posso scattargli una foto pattuendo la ricompensa di un cuc. Scatto e, prima che me ne vada, mi porge il suo biglietto da visita, su cui leggo Jose Luis Garcia Rusindo - “El Caballero Trinitario”, con tanto di indirizzo e numero di telefono. Lo guardo e abbozzo un sorriso: che fantasia. A due passi visitiamo il mercato artigianale prima di concederci una cena gustosa al ristorante “La Guitara Mia”.

La prossima tappa è Camagüey che raggiungiamo a bordo di un taxi collettivo. Siamo in sei su una macchina americana degli anni ’50. Con noi ci sono tre ragazzi maltesi con i quali facciamo subito amicizia. Dopo quattro ore stretti sui sedili, all’arrivo a Camagüey le gambe devono essere massaggiate per far ripartire la circolazione del sangue. Poco dopo Reyes e Carolina, due persone splendide, ci danno ospitalità nella loro casa particular.

L’indomani visitiamo la città, Patrimonio dell’Umanità e anima cattolica di Cuba. Vicino alla chiesa di San Giovanni di Dio, con l’annessa piazza dove si svolge il mercatino artigianale, entriamo nello studio di un giovane pittore che ha esposto anche in Italia.

È di nuovo tempo di mettersi in marcia: in cinque ore percorriamo la strada che da Camagüey ci porta a Santiago de Cuba. Il tragitto è costellato da vaste coltivazioni di canna da zucchero. Attraversiamo svariate cittadine dove la gente del posto si affanna a vendere i pochi prodotti che possiede. Calessi trainati da cavalli stanchi, biciclette e vecchi camion che sbuffano grandi quantità di gas di scarico rallentano spesso il nostro incedere.

Giunti a Santiago ci dirigiamo al cimitero di Santa Ifigenia per visitare la tomba di Fidel Castro e quella di Compay Segundo. Uscendo assistiamo al cambio della guardia, prima di dirigerci in centro per visitare la cattedrale. Il giorno seguente è domenica e raggiungiamo il Santuario di Nuestra Señora del Cobre, dedicato a la Virgen de la Caridad, che dista 25 chilometri da Santiago. Il luogo è affollato, segno di devozione alla Madonna, a cui molte persone portano fiori e piccole ghirlande in omaggio o per chiedere delle grazie.

Sulla via del ritorno sostiamo al Quartel Moncada, dove ci fu un’eroica insurrezione nel 1953. Le pareti esterne portano ancora i segni di quel tentativo fallito. Quindi saliamo al Morro, importante fortezza di epoca spagnola. L’indomani arriviamo a Baracoa: qui ci attendono Lourdes e Arturo, che ci ospitano nella loro casa particular. Saranno i nostri angeli custodi per il prosieguo del viaggio. La cittadina si affaccia sull’Atlantico e si sviluppa lungo la via principale dove il passaggio di molti automezzi rende l’aria irrespirabile. Il centro invece segue tutto un altro ritmo con i venditori di cioccolato e di altri prodotti commestibili e dai nomi impronunziabili. Gironzolando ci imbattiamo spesso in venditori di platano (piccole banane). Sul tardi apre la chiesa che, al suo interno, conserva la Cruz de la Parra, che il 1 dicembre 1492 venne eretta in queste terre da Cristoforo Colombo, unica di 29 a essere giunta fino ai giorni nostri. La sera, dopo cena, camminando verso casa assistiamo in un teatro a un matrimonio di fedeli alla Chiesa Pentecostale. Giusto il tempo per scattare alcune foto per poi andare a riposare.

Il giorno successivo, dopo aver visitato un’azienda che produce cacao, ci dirigiamo alla riserva di Yumuri. In barca raggiungiamo un isolotto dove la nostra guida ci fa conoscere diverse varietà di piante e le loro proprietà medicinali. Per completare la visita, pranziamo in un “ristorante” di gente del luogo: oltre a un ottimo pranzo, ci divertiamo discutendo con loro.

Nel frattempo la nostra guida, una ragazza molto giovane, si apre con noi chiedendoci qualcosa da darle per la sua famiglia: magliette, scarpe, sapone. Il ciclone Irma le ha distrutto la casa e non ha i soldi per ricostruirla. Insiste per accompagnarci a vedere dove vive assieme al marito disoccupato e alla bambina di 4 anni. La seguiamo fino a una baracca in lamiera in un’unica stanza, dove alcune tende separano il piccolo letto dei genitori e la culla della bambina. All’esterno quattro pali, un tetto in lamiera e un focolare improvvisato con pentole annerite dal fumo. Rimaniamo allibiti e senza parole.

La tappa successiva è Guardalavaca. Nella casa che ci ospita la sera si riunisce una moltitudine di persone per festeggiare un compleanno. Il profumo del cerdo asado (maiale alla brace) è invitante e anche noi ci uniamo all’allegra compagnia. Ci sono inglesi, francesi, canadesi e locali. La birra scorre a fiumi e prima di cena molti mostrano i primi segni di cedimento… Il maiale e le cosce di pollo sono deliziose. Si balla al ritmo di musica cubana e, per digerire, cola con dell’ottimo ruhm. L’indomani la sveglia suona all’alba: un taxi ci aspetta per portarci a Holguin, da lì in autobus raggiungiamo prima Avila e quindi Moron. Successivamente raggiungiamo Santa Clara e per andare a visitare il monumento in onore di Che Guevara. La città appare stanca anche nel suo cuore: il Parque Vidal.

Di diverso tenore la scena che viviamo il giorno seguente al terminal dei bus. I conducenti dei collectivos ci comunicano che il nostro mezzo per Varadero è al completo e non ci sono posti per noi. Iniziamo una frenetica trattativa con loro nella quale iniziano a sparare cifre spropositate che ci rifiutiamo di pagare. Mentre iniziano a deriderci, dopo aver fatto colazione con calma l’autista del bus ci comunica che sono disponibili nove posti. Ci contiamo: siamo in nove. Dopo aver fatto il biglietto, mi avvicino a quello che sembra essere il capo. Gli do una pacca sulla spalla e, sorridendo, gli dico “Adios, amigo”. Dopo tre ore di autobus pressati come sardine raggiungiamo Varadero. Qui trascorriamo gli ultimi giorni in una spiaggia magnifica, tuffandoci in un mare che assume tonalità verde smeraldo e azzurro intenso.

L’ultima giornata a Cuba la trascorriamo nuovamente a L’Avana, ascoltando la musica dei locali del centro e acquistando gli ultimi souvenir al Mercado Artesanal. Il viaggio è alla fine, ci aspetta il ritorno a un’altra realtà. Consapevoli di aver vissuto un’esperienza al di fuori di ogni logica.

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