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Debra Mountford e le politiche urbane del domani

Società
13 novembre 2013

"Le città come centri di sviluppo per il futuro"

a cura della redazione
L'analista Ocse: "La loro crescita porterà benessere ai territori circostanti". Ma tra i centri studiati non c'è nessuno italiano.
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Debra Muntford
Società
13 novembre 2013 della redazione

Con una crisi che segna un calo sempre maggiore delle risorse pubbliche a sostegno dei territori, sono le città – ma anche i centri urbani decentrati – i nuovi laboratori su cui il futuro gioca il suo sviluppo. L’ha spiegato questa mattina a Udine Debra Mountford, senior policy analist di Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), all’incontro che ha aperto la quarta "settimana tematica" del Future Forum, ossia quella dedicata alla riflessione sul futuro delle città e delle politiche urbane.

A introdurla, un’imprenditrice che ha ottenuto successo internazionale partendo proprio da un “centro urbano decentrato” come Udine. La titolare di Gazel, Alessandra Verona, che ha eletto proprio il capoluogo friulano a sede della sua impresa, in cui si pensa, si progetta, si presenta il suo marchio d’abbigliamento, che ha conquistato passerelle e boutique di tutto il mondo. «Siamo partiti da Udine – ha detto – e proprio in un anno durissimo per la crisi economica, il 2010, noi abbiamo fatto invece un salto di qualità, spostandoci nella nuova sede, sempre nel territorio udinese, e totalizzando un + 41%, in un settore come l’abbigliamento, che in generale ha risentito moltissimo della situazione economica avversa. La sede è ora uno spazio più grande, distribuito su tre piani aperti, interessante anche perché ci permette di sperimentare un modo di lavorare diverso: magazzino, parte espositiva e commerciale, laboratorio, tutto comunica e si influenza positivamente e cambia le nostre abitudini di lavoro, rendendo ogni fase più completa e integrata. Contemporaneamente ci stiamo muovendo sempre di più sul digitale, tra sito e canali social, che perfezionano la nostra caratteristica di saper essere  piccoli e flessibili, ma di pensare in grande e di avere il coraggio di proporci sul mercato internazionale». 

Un esempio calzante per l’analisi della Mountford, che ha spiegato il progetto dell’Ocse, da decenni impegnata a creare un legame tra realtà locali ed economie nazionali. «In questo momento, in cui sempre meno risorse arrivano dai governi e gli investitori pongono condizioni sempre più stringenti, noi ci siamo concentrati su 12 “medie” città del mondo e abbiamo guardato, studiato e accompagnato le loro strategie di crescita come città».

Centri come Amsterdam, Barcellona, Boston, Brisbane, Cape Town, Amburgo, ma anche Manchester, Lione, Nanjing, Oslo, Shenzhen, Zurigo, ciascuna delle quali ha cominciato a interpretare in modo diverso e innovativo il suo ruolo per definire un nuovo ambiente per la crescita sociale ed economica delle sue comunità. Chi puntando sull’istruzione e sull’attrazione (e il mantenimento in loco) di giovani talenti, formando gli studenti in modo più aderente alla realtà e alle necessità effettive di sviluppo, chi puntando a disegnare una città in cui fare impresa sia la priorità e sia più facile, chi garantendo sostegno alla creazione di posti di lavoro e allo sviluppo del settore privato, chi ancora utilizzando grandi eventi come occasione di sviluppo delle aree marginali del contesto urbano. Per tutti, lo sviluppo parte da un «auto-riconoscimento, dal rendersi conto di quale è il proprio Dna di città. E per tutti – spiega Montford – si parte dal prendere coscienza della propria “wishlist”, un vero e proprio elenco di progetti, idee, linee guida e di sogni, da poter realizzare sul proprio territorio».

È così che le città agiscono in modo positivo e propulsivo, non tanto “bypassando” i governi nazionali, ma in realtà spingendo per un nuovo modo di relazionarsi fra istituzioni, influenzando un nuovo modo di lavorare del settore pubblico, individuando nuove forme di leadership e cooperazione, fondando quella «leadership collaborativa» che coinvolge pubblico e privato, dando responsabilità a chi sa e può agire meglio e con più competenza. Non è una questione di «potere», ma di «compiti»: il privato si sente più responsabile nell’impegnarsi direttamente nella sua città.

Le città aperte a questo processo sono più inclusive e più di successo. Dove l’apertura è una priorità, si può vedere il beneficio su tutta la città.  Il dialogo, per la Mountford, sta emergendo, «ma ci deve essere un desiderio delle istituzioni di voler cambiare, con la consapevolezza che dare nuova forma a un’economia è un processo che richiede tempo, ma contemporaneamente è destinato a produrre benefici a lungo termine». 

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