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Ivanhoe Lo Bello al Future Forum

Società
12 novembre 2013

"Italia? Futuro impossibile senza il rilancio della scuola"

a cura della redazione
"Per anni si è valorizzata la rendita di posizione alla rendita di produzione. Per tutelare l'interesse di pochi".
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Da sinistra: Ivanhoe Lo Bello, Giovanni Da Pozzo, Alberto Abruzzese
Società
12 novembre 2013 della redazione

Mettere in campo una rivoluzione degli strumenti del sapere e della didattica in particolare. Innanzitutto, facendo leva su un mix fra cultura scientifica e cultura umanistica, non eccedendo nell’iper-specializzazione ma invece mescolando queste due grandi tradizioni che si sono invece avversate o comunque hanno proceduto su binari paralleli per decenni. Ma anche considerando la struttura scolastica come un sistema unitario, che va innovato non solo in campo universitario, bensì in tutto il suo percorso, per creare nuovo sviluppo e maggiore aderenza a una realtà in continua trasformazione.

Il sociologo e saggista Alberto Abruzzese, con il vicepresidente per l’Education di Confindustria nazionale Ivanhoe Lo Bello, hanno portato questa riflessione all’appuntamento odierno del Future Forum, presso la Sala Economia della Camera di Commercio di Udine, introdotti dal presidente della Cciaa Giovanni Da Pozzo, che ha ricordato come «la rassegna si innesti nel percorso che la Regione aveva intrapreso con Innovaction, individuando Udine come città dell’innovazione: abbiamo voluto riproporre il contesto, ampliandolo, passando dal futuro inteso come tecnologia a futuro inteso in senso ampio, innovazione necessaria in tutti gli aspetti del vivere, nella società e nell’economia». Anche nella formazione, dunque, com’è stato evidenziato in questa “settimana lunga” della rassegna dedicata ai saperi, che domani, con un ultimo appuntamento organizzato al Liceo Percoto, cederà il testimone a un’altra tematica settimanale, quella legata al futuro delle città.

Come ha evidenziato Lo Bello, introdotto dal Multimedia Manager di Friuli Future Forum Daniele Pitteri, «in Italia abbiamo un sistema scolastico che non funziona e si sta cioè creando una rottura molto forte tra due porzioni di società: chi ritiene che l’incertezza sia un gioco favoloso di apertura all’innovazione e al cambiamento e chi invece sta mettendo in campo la società del “rancore sociale” ed è impaurito di fronte al cambiamento. Il compito della politica – che purtroppo tuttora non si assume –  è determinante in questo contesto, per porre tutti nelle condizioni di essere dentro il cambiamento».

Lo Bello ha anche rimarcato come il Paese «viva un eterno presente, perciò ci sono grosse difficoltà ad accettare il cambiamento. Tutto ciò che succede oggi, legato al sapere – ha detto –, è frutto di scelte che hanno influito sulle imprese e sul sistema scolastico dagli anni '70. Il Paese da allora ha spostato l’attenzione dalla posizione della produzione a quella della rendita. È questa la vera malattia del nostro Paese. La rendita determina culturalmente l’importanza di un interesse individuale rispetto all’interesse collettivo. Questo Paese ha coltivato le rendita in maniera irresponsabile, perciò tendiamo a resistere di fronte alla necessità di fare riforme strategiche, perché si difendono posizioni di rendita individuale. Dunque anche l’approccio all’innovazione del sistema scolastico deve tenere conto di fortissime resistenze».

Per Lo Bello, «il futuro non si può analizzare con le categorie di valori del ‘900. Tutto il rinnovamento tecnologico, bene o male, fino a non molti anni fa, poteva essere interpretato in modo comprensibile, accessibile da tutti. Quello che succede oggi è invece che la realtà taglia fuori alcune generazioni: il paradigma dell’innovazione è comprensibile solo da chi sta dentro al futuro e considera il futuro un’occasione. La scuola invece è ancora parametrata al modello fordista del ‘900, non può dunque funzionare, così, oggi».

Abruzzese lo sa bene, essendo stato il primo preside di una facoltà di comunicazione e di una facoltà di turismo in Italia: ha perciò tentato da subito di innovare i modelli formativi. «Questi ultimi 40 anni – ha evidenziato Abruzzese – potevano fruttare decisamente meglio per innovazione. L’imprenditore, rispetto agli uomini “qualunque”, ha un aspetto straordinario: il coraggio di investire sulla sua pelle. Questa è una cosa fondamentale che il pensiero umanistico tratta poco, e da molti decenni siamo via via arrivati a una crisi radicale di contenuti per la formazione dell’individuo, a partire dalla scuola. Noi abbiamo tradotto il triennio universitario, quanto meno in campo umanistico, in un’accozzaglia di discipline che non formano al lavoro, e ciò è andato di passo con modelli culturali e politici in forte crisi».

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