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Rodolfo Lepre

Cultura e Spettacolo
26 marzo 2018

Il codice della materia

di Andrea Doncovio
La scintilla per l’arte scocca alla scuola elementare della sua Aquileia. Poi l’avvio di un percorso, fino alla scoperta della potenza dell’astrazione. Capace di unire i ruoli di architetto e artista
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Rodolfo Lepre (ph. Claudio Pizzin)
Cultura e Spettacolo
26 marzo 2018 di Andrea Doncovio Image

Architetto Rodolfo Lepre, quando è sbocciata la sua passione per l’arte?

«I primi approcci all’arte e alle tecniche di rappresentazione risalgono al periodo delle scuole elementari. Una passione nata grazie alla tenacia e capacità di coinvolgere e trasmettere l’interesse per l’arte da parte del mio insegnante di allora, il maestro Corsini. Ai tempi partecipammo come scuola elementare di Aquileia a numerosi concorsi d’arte: a 10 anni vinsi il primo riconoscimento in una rassegna nazionale. Desidero però ricordare un caro amico che nel 2005 mi ha spinto, quasi costretto, a riprendere la via dell’arte in modo costante: Claudio Zampar, che ci ha lasciati prematuramente qualche anno fa; serbo di lui un ricordo vivo e indelebile».

Che genere di artista è Rodolfo Lepre?

«Faccio quello che mi piace e che sento necessario. Sono sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo che segua però il filo conduttore della mia vicenda artistica. Nasco come artista figurativo; essendo anche un cultore della storia dell’arte e delle avanguardie artistiche del primo novecento fino agli anni ‘80, mi avvicino all’astrazione e all’informale come necessità e ricerca di una nuova espressione».

La sua arte e le sue opere come si sono evolute nel tempo?

«Ero attratto dalle nature morte, ma i soggetti erano anche animali, paesaggi, persone e oggetti nello spazio. A un certo punto con la pratica figurativa non riuscivo più a tradurre l’emotività nel colore. L’astrazione invece è riuscita a farmi reinventare un nuovo vocabolario in cui forme, segni, accumulazioni di materia e campiture di colore sono riuscite a dare vita alle necessità espressive più intime».

Nella sua arte la materia ricopre un ruolo molto importante: come mai?

«La materia è fondamentale e senza di essa non ci sarebbe il mio lavoro. Utilizzo e ricerco i materiali tipici del cantiere: sabbie, colle, cementi, pigmenti colorati e quant’altro, materiali legati alla mia professione, dalla quale la mia arte non vuole discostarsi e probabilmente non potrà separarsi mai. Lo spirito dell’architetto, nelle mie opere, emerge nella ricerca di un ordine-disordine geometrico, campiture che si stagliano su fondi neutri per esaltarne il contrasto. Rettangoli, quadrati, tracciati curvilinei danno vita a composizioni che si collocano in un’idea rappresentativa a metà fra linguaggio informale e astrazione geometrica. Architetto e artista non sono in contraddizione tra loro, anzi, nel passato e anche attualmente queste due figure si sono unite con ottimi risultati. Il mio intento è di far parte, a pieno titolo, di questa squadra».

Quali sono i messaggi che vuole trasmettere attraverso le sue opere?

«Cerco di soddisfare, innanzitutto, le mie necessità espressive; le opere sono una liberazione della creatività, tramite l’uso della materia e del colore, con la celata ambizione che la mia arte possa essere apprezzata e magari anche capita. Desidero solamente tramettere emozioni, enigmi, domande, ma anche sensazioni piacevoli di condivisione».

Il percorso di studi prima e lavorativo poi hanno influito sul suo modo di essere artista?

«Lo studio e il lavoro hanno avuto sempre la priorità perché fondamentali per la sopravvivenza. La mia passione è stata coltivata nel tempo, cercando di conciliare prima gli studi poi la vita professionale e di seguito l’attività artistica. Una giornata è fatta di 24 ore, per riposarci ne bastano 5-6, il resto è dedicato a studio, lavoro e attività artistica».

Tra quelle realizzate, quali sono le opere a cui è particolarmente legato?

«È difficile individuarne qualcuna nello specifico, perché ogni opera è una parte di te, di un tratto di strada, di un periodo particolare. Ci sono però opere alle quali sono legato maggiormente di altre, soprattutto a quelle che hanno segnato una svolta nel mio percorso e nel modo di rappresentare, che hanno significato la scoperta di nuove tecniche e modalità operative».

Ha mai pensato di “vivere” solo di arte?

«Il mio essere artista è legato a una condizione ideologica, propria di una necessità interiore. Non posso pensare di non poter  più creare le mie opere, di inventare, di sperimentare, di realizzare, e il tutto, non presuppone il fatto di vivere di questo. La mia professione mi consente di vivere, con molta sobrietà; spero che il futuro possa darmi soddisfazioni anche da questo lato».

Solitamente quando trova il tempo per realizzare le sue opere?

«Non ho un tempo per l’arte e per il lavoro, quando sento la necessità di dedicarmi all’arte lo faccio. Può essere durante la giornata, la sera, la notte. Sono stati d’animo e sensazioni che non obbediscono a comandi o orari, rispondono a un meccanismo di cui non conosci l’origine, ma senti urgente il bisogno di sporcarti le mani di colore. Trascorro dei periodi anche lunghi di distacco e periodi di intensità quasi insopportabile. Lavoro in uno spazio dedicato nell’ambito della mia abitazione».

In questi anni qual è il complimento che le ha fatto più piacere ricevere?

«In generale il mio lavoro viene apprezzato e gradito, pur essendo anche difficile ed ermetico. Ricordo con grande gioia la visita di uno dei maggiori artisti contemporanei di livello internazionale, il Maestro Michelangelo Pistoletto, il quale ospite nel mio studio ha apprezzato il mio lavoro. Questo ricordo è gratificante, naturalmente assieme a quello delle persone che hanno appeso in casa propria un mio lavoro».

Lei vive e lavora ad Aquileia: come definirebbe il suo rapporto con la città e il territorio?

«Ho amato e amo molto questa città, la sua storia e i suoi monumenti, ho rinunciato ad andarmene, in età giovanile, pur avendo avuto diverse opportunità, ma che comportavano un trasferimento. Ho in genere buoni rapporti con i miei concittadini, coltivo belle amicizie con le quali periodicamente mi confronto. Ho vivo il ricordo della esposizione personale, tenutasi a palazzo Meizlik nel 2016, dove ho ottenuto un significativo riscontro di pubblico, realizzata con il fondamentale sostegno del Club per l’Unesco di Aquileia, degli Imprenditori Aquileiesi e della Cassa Rurale del FVG».

I luoghi della sua quotidianità in che maniera hanno influito sulla produzione artistica di Rodolfo Lepre?

«Aquileia e il suo territorio presentano delle peculiarità importanti; pensiamo a una giornata d’autunno o di primavera a osservare in silenzio le vestigia di Aquileia antica, ove i pensieri vagano alla ricerca di una risposta, di una storia da farsi raccontare, di una domanda sul futuro, di un perché; le sensazioni che provo sono indescrivibili e influiscono fortemente sul  mio modo di fare arte. Luoghi mistici come la stupenda Basilica, la sensazione magica che provo ogni volta che vi entro, spesso in solitudine. La mia produzione artistica è condizionata in parte anche dalle tracce che scopro in questi luoghi, dall’eredità del passato custodita nella contemporaneità, traducendo tutto in forme modulate secondo rilievi, asperità, scavi e graffi».

Come valuta lo stato di salute del mondo dell’arte e degli artisti in Friuli Venezia Giulia?

«Al contrario di quanto succedeva al tempo delle avanguardie novecentesche, sino agli anni ‘80, oggi gli artisti, in genere, sono molto indipendenti, tendenti quasi all’isolamento. Credo che noi tutti abbiamo la necessità del confronto, della discussione, per capire noi stessi e il nostro lavoro. Il FVG ha avuto e ha artisti straordinari, molti non hanno, e non hanno avuto, il successo meritato, sia di critica che commerciale. Il livello qualitativo dell’arte nella nostra regione, comunque, è alto».

Attualmente sta lavorando a nuove opere?

«Sto lavorando sul filone che mi è consueto, sempre con la materia protagonista. Ultimamente prediligo il nero e il bianco di fondo con campiture colorate. Trovo questi abbinamenti molto interessanti e appropriati, anche se non esaustivi. Riescono a darmi gli elementi per lavorare in modo soddisfacente ed emozionante. Sto cercando di togliere e non di aggiungere, una  pratica che richiede complessità. La via non è semplice ma è essenziale per il mio percorso. Attualmente ho dei contatti e delle proposte per mostre personali da tenersi fuori regione. Ricerco solo la qualità espositiva: sto valutando e vedremo nei prossimi mesi cosa farò. Sicuramente continuerò a lavorare e a ricercare per le mie opere il “nuovo possibile”».

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