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Massimo Alvaro e il Lloyd’s Register

Società
24 gennaio 2018

Nulla è impossibile

di Andrea Doncovio
È friulano l’unico italiano all’interno del gruppo di ispezione del management della multinazionale inglese che oltre 150 anni fa fondò a Trieste la sua prima sede italiana
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Massimo Alvaro
Società
24 gennaio 2018 di Andrea Doncovio Image

Nel mondo globalizzato di oggi l’inglese oltre che lingua franca internazionale è anche la lingua degli affari. Ci scusiamo allora subito con i lettori se questa intervista riporterà inevitabilmente alcune terminologie British, ormai sdoganate nel mondo del business. Un mondo nel quale Massimo Alvaro, cervignanese di nascita e triestino di adozione, ha imparato a muoversi tra viaggi intercontinentali e incontri con delegazioni di tutti i Paesi, grazie alla sua carriera in ascesa all’interno di Lloyd’s Register.

Massimo, partiamo proprio da qui: che cos’è Lloyd’s Register?

«Lloyd’s Register è una multinazionale inglese nata nel 1760. Per ragioni “anagrafiche” può considerarsi il primo registro navale di classifica. Lloyd’s Register è suddivisa in tre unità di business e oltre alla sua chiara connotazione marina opera in svariati settori tra cui gas, energia, nucleare e rinnovabili, erogando certificazioni e servizi tecnici di vario tipo. Lloyd’s Register è di proprietà della Lloyd’s Register Foundation, ente caritativo britannico dedito alla ricerca e all’educazione delle scienze e dell’ingegneria. La società prende il nome dalla coffee house londinese - Lloyd’s Coffee House, in Lombard Street, dove nel Settecento si riunivano commercianti, armatori, assicuratori e da cui è nato il Registro di Lloyd».

Quante sono le sedi nel mondo?

«Il nostro quartier generale è a Londra, non più nella famosa coffee house ma a Fenchurch Street e operiamo su 78 Paesi con 9.000 dipendenti. In Italia abbiamo sede a Trieste (primo ufficio sorto sul suolo nazionale oltre 150 anni fa) e poi Milano, Mestre, Genova e Viareggio».

Dallo scorso novembre lei è stato nominato Vice President Supply Chain Assurance: in cosa consiste questo ruolo?

«Il mio nuovo ruolo prevede due cappelli che sono il coordinamento e lo sviluppo dei Corporate Accounts (i primi clienti della business line di cui faccio parte) nonché lo sviluppo di una partnership con una start-up denominata SupplHI. La combinazione delle due attività consente a Lloyd’s Register di fornire ai suoi clienti soluzioni a 360 gradi. Con questo nuovo ruolo sono anche l’unico italiano a far parte del gruppo di ispezione del management (Inspection Management Team)».

Il suo lavoro la obbliga a continui viaggi internazionali: con quante e quali realtà ha avuto modo di confrontarsi finora?

«Più che obbliga direi necessita. In realtà meno viaggio meno costo, per cui nessuno me lo impone. Tuttavia ritengo che per guadagnare fiducia e rendere più efficaci le relazioni con clienti e colleghi, sia ancora fondamentale vedersi di persona. È curioso perché da un lato questo nuovo mondo digitale permette di essere reperibili ovunque e a qualsiasi ora mentre dall’altro sedersi attorno a un tavolo per ragionare su soluzioni e opportunità facilita e velocizza il tutto. Negli ultimi quattro anni ho prevalentemente viaggiato in Europa con saltuarie “escursioni” negli Emirati Arabi. Nelle precedenti aziende ho avuto la fortuna di viaggiare con una certa frequenza in Stati Uniti, Giappone e Cina».

La sua avventura nel Lloyd’s Register, invece, come è iniziata?

«Il primo contatto avvenne nel 2010 con Diego Apicella, tuttora Capo del Personale Italia-Croazia-Malta, che mi chiamò nell’ufficio di Trieste per un colloquio. Al tempo la posizione era tecnica/operativa. Premetto che amo questa azienda, per cui nonostante la posizione fosse al tempo sottodimensionata sono andato volentieri al colloquio. Fu più rapida un’altra azienda che mi propose poi una posizione più centrata. Nei successivi tre anni mantenni però il contatto con Diego, finché nella primavera del 2013 si presentò la possibilità di gestire il Sud Europa e Diego mi mise in contatto con il mio futuro capo. Ho iniziato a settembre dello stesso anno gestendo un Sud Europa un po’ particolare che includeva UK (casa madre) e Cuba. Ho ricoperto questo ruolo sino allo scorso ottobre con piena soddisfazione».

Nel progetto che sta seguendo attualmente è coinvolta anche una start up: com’è nata questa collaborazione?

«supplhi.com è una piattaforma digitale innovativa ideata e sviluppata da Giacomo Franchini, che ne è anche il proprietario e amministratore delegato. Ho avuto la fortuna di incontrare Giacomo al convegno annuale della sezione componentistica di ANIMP (Associazione Nazionale di Impiantistica Industriale) a Milano nel 2015 mentre presentava questa sua idea. Nel vedere la presentazione ho pensato che il nostro brand, l’autorevolezza, l’integrità e indipendenza che ci caratterizzano potessero essere l’elemento mancante. Ho così invitato Giacomo a Londra pochi mesi dopo e da lì abbiamo lavorato per i successivi due anni sviluppando una partnership che riteniamo possa fornire soluzioni mirate per la qualifica dei fornitori nell’industria».

Il progetto avrà anche ricadute occupazionali?

«Al momento abbiamo appena finalizzato una assunzione e stiamo cercando un Sales Manager Global per sviluppare il progetto. Se manterremo il piano di sviluppo programmato ci saranno altri innesti sia a livello tecnico e di pianificazione, sia alle vendite. Non vanno escluse anche possibili posizioni in altri Paesi perché il progetto è di scala globale».

Nel suo percorso lavorativo qual è stato il segreto per raggiungere questi traguardi?

«Non mi considero nessuno di speciale, semplicemente la consapevolezza di essere una persona normale e che dunque ha bisogno di lavorare molto e sodo. Due cose mi caratterizzano: non accettare mai un “non si può fare” a prescindere (se mi si dice “questa cosa è impossibile” è forse il miglior modo per farmi ragionare come si possa fare); la resilienza e la  determinazione di non mollare mai di fronte alle difficoltà».

Girando il mondo per lavoro quali sono le principali differenze che riscontra negli altri Paesi rispetto al “sistema Italia”?

«Noi siamo molto bravi e lo siamo altrettanto nell’autoflagellarci. Agli italiani piace molto dire che all’estero sono tutti più bravi e che da noi non funziona niente. Io credo che al nostro Paese manchino principalmente infrastrutture contemporanee e maggiori incentivi alle imprese. Oggi fare impresa e industria è da eroi e tra i nostri clienti vedo realtà fenomenali che per amore del Belpaese mettono radici qui. Non nego, e dico una banalità, che in Paesi più “snelli” e “agili” volerebbero. Siamo poco orgogliosi del “sistema Italia” a ragione forse, ma dirlo a gran voce e con il megafono non ci aiuta a fare più business all’estero».

Dal punto di vista professionale, quali sono gli obiettivi futuri di Massimo Alvaro?

«Per ora voglio fare bene e consolidarmi qui. Vedere le idee proposte realizzarsi. Poi si vedrà».

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