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Relazioni e comunicazione

Psicologia
30 ottobre 2013

"Sei tu che hai capito male!"

di Giuliana De Stefani
Spesso le nostre affermazioni feriscono gli altri. Ma chiedere scusa ci risulta difficile.
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Psicologia
30 ottobre 2013 di Giuliana De Stefani

Dalle chiacchiere tra conoscenti, dai dialoghi tra amici e nelle discussioni sui posti di lavoro o tra inquilini del condominio, emerge spesso il fenomeno del malinteso. C’è chi fa un’affermazione verbale critica, corredata da un involontario tono di voce e da un’inconsapevole espressione facciale, e c’è chi resta interdetto, ci rimane male, si sente ferito o peggio offeso.

Fin qui nulla di inconsueto. Ma tutto diventa più interessante quando, alle rimostranze della persona lesa nella sua sensibilità, viene data una risposta totalmente inadeguata alla situazione che si è creata: “... Ma cosa dici, hai capito male, … io non intendevo…”

Vediamo nel dettaglio quale dinamica può essersi sviluppata. È bene premettere che tutti siamo  inconsapevolmente molto concentrati a mantenere un assetto difensivo della nostra identità: intimamente crediamo di essere assolutamente corretti, equi, molto sensibili e disponibili. O meglio, vogliamo credere in questa icona di giustezza più ideale che reale. Se, più o meno volontariamente, con le nostre affermazioni abbiamo ferito una persona, e questo fatto viene chiaramente denunciato, abbiamo essenzialmente tre possibilità:

• prendiamo seriamente in considerazione il fatto di aver potuto causare un disagio a qualcuno;

• neghiamo di aver fatto l’affermazione;

• neghiamo che questa persona possa provare disagio per ciò che abbiamo affermato.

Credo che vi venga facilmente alla mente qualche episodio in cui eravate “la parte lesa” e il vostro interlocutore si trincerava in una delle due ultime posizioni.

In parte ciò deriva da aspetti “educativi”: è importante mantenere una facciata integerrima, anche a costo di negare due realtà:

• una frase è stata pronunciata;

• la mia frase ha causato un disagio.

Proprio a questo punto, quando si negano realtà fenomeniche, si apre la strada alle cosiddette dinamiche relazionali. Da questo momento inizia un tira e molla tra i due interlocutori, dove uno cerca di affermare la realtà di un fatto e l’altro la nega.

Il bisogno a conservare una buona immagine di sé è chiaro, ma la situazione di chi c’è rimasto male dall’affermazione è molto più complessa. In questo caso il bisogno prevalente non è, come si potrebbe pensare, ribattere e rigettare eventuali accuse o critiche, cioè entrare nel merito delle affermazioni iniziali.

Non è nemmeno prioritario il bisogno di “leccarsi le ferite” dell’orgoglio offeso o di trovare comprensione e consolazione.

Entrambi questi aspetti potrebbero subentrare solo dopo che si fosse ristabilita la sintonia tra i due attori su un punto basilare: è accaduto un fatto comunicativo critico nel quale un individuo ha attaccato una persona causandogli una qualche reazione emotiva e cognitiva. In sostanza, il bisogno prioritario di chi viene attaccato è, come sempre, quello di venir riconosciuto.

È paradossale provare un disagio più o meno intenso a causa di un attacco subito e verificare come l’autore neghi che le sue azioni portino conseguenze relazionali: è quasi una negazione di esistenza! Da un punto di vista psicodinamico una situazione di questo tipo si può schematizzare come relazione nevrotica Persecutore – Vittima

P ←→ V

Con relazione nevrotica intendiamo che non si tratta di una relazione reale in cui si vuole primariamente risolvere un contenzioso o un problema (questa sarebbe una relazione tra adulti in cui non si ferisce nessuno, dove si affrontano delle criticità in vista di un nuovo assetto equilibrato tra i due attori in merito al fatto critico).

Viceversa, la relazione Persecutore – Vittima non mira affatto alla soluzione di un eventuale problema, bensì si concentra sulla svalutazione della persona attaccata.

Lo scopo ultimo di questa tipologia di relazione è realizzare una gerarchia tra persone: io sopra e tu sotto. La conseguenza? Un’assoluta instabilità del rapporto: a nessuno piace essere vittima e patire frustrazioni, quindi a breve chi sta sotto, ripresosi dallo shock dell’attacco, potrebbe ricambiare il favore…

Ecco spiegato il concetto di nevrosi: un circolo vizioso di alternanti posizioni up e down che sfibrano e non portano mai a un dialogo davvero risolutivo su problemi reali.

Se vi sentirete feriti da affermazioni di qualcuno nei vostri confronti, provate a dirlo subito, senza entrare nel merito del problema. Definite la situazione immediatamente: mi stai attaccando, svalutando, colpendo.

Guardate e ascoltate la risposta. Spesso non sarà l’unica che vi servirebbe: le cinque parole magiche “scusa, mi dispiace, ho sbagliato”, che vi risarcirebbero davvero di ciò che nessuno merita, la svalutazione personale. Le parole magiche che vanno intese come “ho sbagliato e ti ho ferito per inconsapevolezza del modo di comunicare, per mancata valutazione della tua sensibilità, per mia frustrazione”. Ma scusa lo dicono i grandi, gli altri si arrampicano sugli specchi.

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