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Sangalli a Udine per il Future Forum

Società
24 ottobre 2013

"Nessuna svolta se non si abbassano tasse e spesa pubblica"

a cura della redazione
Il presidente nazionale di Confcommercio non fa giri di parole: "Senza quella fiscale non ci saranno altre riforme"
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Da sinistra, Giovanni Da Pozzo e Carlo Sangalli
Società
24 ottobre 2013 della redazione

L’Italia ha bisogno di riforme serie e deve partire dalla riforma  fiscale, con una profonda «operazione di sottrazione: meno spesa pubblica e meno tasse, per cercare di far ripartire anche quella domanda interna che realizza l’80% del Pil e degli investimenti».

Un’esortazione al Governo a mettere in campo una svolta vera, «se non vogliamo che il Paese imbocchi definitivamente il binario morto del declino», è arrivata stamattina dal presidente nazionale di Confcommercio Carlo Sangalli in conclusione del quarto Laboratorio del credito per le imprese, organizzato al Castello di Villalta, con la collaborazione della Cciaa di Udine, dal Consorzio Camerale per il credito e la finanza, di cui Sangalli è anche presidente. «Dopo il gravissimo errore di non opposi all’aumento dell’Iva, il Governo ora deve affrontare senza tentennamenti le riforme – ha rimarcato –. E la madre di tutte le riforme è quella fiscale, con due obiettivi: ridurre le tasse, ormai non più sopportabili per imprese e famiglie e che impediscono qualsiasi forma di ripresa e sviluppo, e semplificare un sistema di adempimenti e pagamenti che è barocco e sta strozzando soprattutto le Pmi».

Sangalli ha evidenziato come «oltre alla disoccupazione, in Italia stia aumentando in modo preoccupante l’area dell’assoluta povertà, in cui si trovano oggi più di 4 milioni di persone», ha detto, sottolineando che i «primi timidi segnali di ripresa che stavamo intravvedendo nei mesi scorsi si stanno oggi sgretolando. Ciò significa che si sta mettendo a rischio la coesione sociale del Paese, bene primario». Assumono dunque ancor più importanza in questo momento «i corpi intermedi, una diga che sta contenendo la disaffezione e la rabbia delle imprese nei confronti di una politica che non fa riforme strutturali.

Da qui il giudizio critico su una legge di stabilità che avrebbe invece dovuto segnare forte discontinuità con il passato. E invece, lo sottolineo con profondo rammarico, non vediamo ancora la svolta tanto attesa e così urgente». In tutta questa situazione si inserisce il problema del credito. «Assumono sempre più rilevanza le forme alternative al credito bancario. Il Consorzio camerale sta operando bene, da tempo, su questi argomenti,  e può svilupparsi ancora, sia facendo formazione e informazione alle imprese, che vanno accompagnante e aiutate nel capire e nell’utilizzare queste forme alternative di credito, dal crowdfunding ai minibond all’equity, sia creando a livello camerale dei fondi di garanzia e promuovendo la creazione di fondi di investimento per l’acquisto di minibond. Tutti percorsi importanti, che hanno certamente complessità, ma che possono essere perciò realizzati solo grazie ad azioni congiunte». 

Azioni congiunte che sono le uniche in grado di stimolare un vero e proprio cambio di mentalità, una nuova cultura del sistema imprenditoriale e dei risparmiatori, in un sistema che per oltre il 90% delle aziende si basa ancora pressoché esclusivamente sul credito bancario, ha rimarcato il presidente della Cciaa di Udine e Unioncamere Fvg Giovanni Da Pozzo aprendo il confronto. Confronto che mirava proprio ad approfondire nello specifico strumenti con il crowdfunding e i minibond, grazie agli interventi di Roberto Cappelletto dell’Università di Udine, Francesca Fiamma di ConsobGiancarlo Giudici del Politecnico di MilanoSergio Arzeni, capo del dipartimento delle Pmi dell’Ocse e alle “esperienze sul campo” portate da Antonio Verga Falzacappa, membro del Comitato Tecnico del Fondo “Blue Lake - Italian Mini Bond”, e Umberto Piattelli, partner Osborne Clarke, moderati dal dirigente della Camera di Commercio di Milano, Roberto Calugi

«Il tema è interessante e quanto mai attuale – ha esordito Da Pozzo – e non lo vogliamo affrontarlo sotto un aspetto di contrapposizione tra banche e imprese. Sappiamo infatti che la situazione è molto complicata anche per il sistema bancario, che ha visto aumentare esponenzialmente le proprie sofferenze a causa della crisi, e che deve rispettare i dettami di Basilea 3, con nuovi indici e parametri di patrimonializzazone. Un dato preoccupante però è che tuttora oltre il 92% delle fonti di finanziamento delle imprese è bancario, un’anomalia tipicamente italiana che si è consolidata dopo gli anni ‘60-‘70. Ora ci troviamo improvvisamente costretti a innovare il nostro sistema, la nostra società, ed è chiaro che innovando bisogna guardare oltre il sistema bancario. Dobbiamo accelerare questo processo di ristrutturazione del modo di finanziare le nostre imprese: ma questi nuovi strumenti richiedono un cambio culturale – ha concluso Da Pozzo –, è questa la difficoltà maggiore. E su questo, come istituzioni, dobbiamo impegnarci». 

Tesi confermate dagli interventi di tutti gli ospiti. Cappelletto ha ricordato che bisogna aumentare l’efficienza delle imprese e diminuirne il coefficiente di indebitamento, senza scorciatoie, Fiamma di Consob ha presentato la normativa soffermandosi soprattutto sui nuovi strumenti di crowdfunding, evidenziandone la portata e il respiro di prospettiva – siamo il primo Paese a essersi dotato di una regolamentazione in materia –, anche se può essere utilizzata da una nicchia di imprese, le start up innovative come disciplinate dalla legge, che sono poco più di mille sui 3,8 milioni di Pmi italiane. «Dunque di tratta davvero una sorta di “esperimento in vitro” per un primo gruppo di imprese», ha chiarito, pur confermando che la disciplina punta a utilizzare l’innovazione come una leva, con la speranza che ci possa essere un effetto di trascinamento positivo per rilanciare l’intera economia. Non sono invece una nicchia, ma devono ancora aumentare il loro valore gli strumenti come i minibond, su cui Giudici si è concentrato. Ne ha inquadrato dapprima la portata: sono escluse dalla normativa le imprese che fatturano meno di 2 milioni di euro; considerando dunque quelle fra i 2 e 50 milioni dei settori manifatturiero, servizi, commercio, si tratta di 90-100 mila imprese, di cui manifatturiero e costruzioni sono circa la metà. Si tratta dunque di una buona platea dal punto di vista numerico, ma il valore si stima ancora “solo” fra 30 e 40 miliardi di euro di euro, anche se, ha detto Giudici, «ci aspettiamo delle novità a breve, già dal prossimo Consiglio dei Ministri».

Arzeni ha poi sparigliato le carte, evidenziando che se l’Italia deve superare un gap culturale è anche colpa di impianti normativi eccessivamente contorti, complessi e lontani dalla realtà delle imprese e dalle loro esigenze di snellezza e operatività immediata. In conclusione, Falzacappa e Piattelli hanno portato le testimonianze dirette di professionisti e rappresentanti di categorie economiche che già stanno lavorando su questi strumenti. 

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