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Antonello Dose

Società
18 settembre 2017

La rivoluzione del coniglio

di Andrea Doncovio
Dalla fede buddista all’omosessualità, dal futuro della radio a quello dell’Italia: il conduttore di Radio2 Rai ripercorre la propria carriera. Senza scordare il “suo” Friuli
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Antonello Dose (a sinistra) assieme a Marco Presta, con cui conduce la trasmissione radiofonica "Il ruggito del coniglio"
Società
18 settembre 2017 di Andrea Doncovio Image

Ogni mattina la sua voce, assieme a quella del collega di una vita professionale Marco Presta, accompagna l’inizio di giornata di oltre un milione di italiani, sintonizzati su Radio2 Rai per il quotidiano appuntamento con Il ruggito del coniglio (in onda dalle 7.50 alle 10 dal lunedì al venerdì), trasmissione di intrattenimento che Antonello Dose, friulano di Gonars, conduce ininterrottamente dall’ottobre del 1995.

Da questa esperienza ultraventennale ma, soprattutto, dalle tappe salienti della sua vita, ha preso invece forma il suo primo libro – La rivoluzione del coniglio, edito da Mondadori – che dopo la tappa di Grado in luglio, è stato presentato nuovamente in regione nell’ambito di Pordenonelegge.

Antonello Dose, partiamo dall’ultima fatica: come sono i riscontri del pubblico in merito al suo libro?

«Sono sinceramente sorpreso per l’attenzione che ha suscitato. Al momento La rivoluzione del coniglio è arrivato alla settima ristampa e la casa editrice non mi ha nascosto di essere sorpresa e molto contenta. Ho registrato anche un audiolibro che uscirà nelle prossime settimane. Sono impressionato dalle centinaia di persone che vengono ad assistere alle presentazioni e dai messaggi che continuo a ricevere sui social, da conigli, compagni di fede buddista o da semplici lettori».

Cosa ha significato per lei scriverlo?

«Era qualche anno che desideravo mettere a disposizione la mia esperienza di fede a un pubblico più ampio di quello degli amici e degli affetti più cari. Quando Beppe Cottafavi, editor di Mondadori, mi ha proposto di scrivere un libro sulla mia esperienza buddista, ho pensato di non esserne capace. Ha dovuto insistere mesi per farmi accettare la sfida».

Nel testo riporta particolari molto intimi: come mai questa scelta?

«In realtà mi sono trovato con le spalle al muro. Ho pensato che non avrebbe avuto senso scrivere un manualetto divertente di Buddismo sullo stile del “Ruggito” come si aspettava l’editore da me. Per far sorridere c’è già la radio tutte le mattine. Per provare a fare qualcosa di utile mi sono sentito in dovere di spiegare perché ho dedicato tanto tempo a pregare e ad  approfondire il Buddismo di Nichiren Daishonin, senza nascondere niente».

Lei è nato a Palmanova il 2 luglio 1962, da una famiglia originaria di Gonars. Da piccolissimo si è subito trasferito a Roma: che rapporto ha mantenuto con il Friuli?

«Si dice che quando sei stato Carabiniere lo sarai per tutta la vita. Così è un po’ per la friulanità. Il Buddismo afferma che ognuno di noi ha scelto di nascere con particolari caratteristiche. Si può dire quindi che non si nasce friulani per caso. Anche se sono cresciuto altrove e ho vissuto poco nella mia regione, ho ereditato il carattere e la sensibilità della mia gente. C’è chi preferisce ereditare case e terreni, “le robe”. A me basta questo. In Friuli mi sento a casa, mi emoziona il profumo dell’erba medica appena tagliata. Questa Terra mi ha insegnato a coltivare cuore, determinazione e fede, tre requisiti fondamentali per far funzionare l’insegnamento buddista. Il Friuli non lo sa, ma è naturalmente predisposto per gli insegnamenti del Budda».

Poter crescere e vivere a Roma cosa ha significato per lei?

«La grande città ti offre più punti di vista. Se osservi il fenomeno vita da una parte sola rischi di fartene un’idea sbagliata. Prima la grande città, e poi i viaggi per l’Europa con il Teatro di ricerca di Pontedera, mi hanno aperto la mente a una visione più ampia, internazionale, globale della realtà, e questo 20 anni prima di Internet. Sono stato molto curioso ma anche molto fortunato».

Antonello Dose è conosciuto dal grande pubblico come conduttore radiofonico. Ora anche come scrittore. Gli esordi però furono in veste di attore: cosa ricorda di allora?

«Ricordo con nostalgia lo spirito di avventura della gioventù. Ricordo che a 20 anni desideravo cambiare il mondo e volevo farlo con la cultura, con l’arte del teatro. Quando si è giovani e idealisti tutto sembra possibile. L’energia della gioventù è inesauribile. Una cosa che mi rattrista molto è quando chiedo a un adolescente “cosa vuoi fare da grande?” e questi mi risponde “non so, niente, in Italia ormai non si può fare niente”. Come esseri umani abbiamo bisogno di seguire i nostri sogni. Se non tiri fuori i sogni dal cassetto e non provi a metterti in gioco per realizzarli non succede niente. Se non hai uno scopo nella vita diventa più difficile tutto, anche affrontare una malattia. Avere un ideale è come possedere una tavola da surf. Hai uno strumento in più per affrontare le onde della vita».

A metà anni ’80 il via alla collaborazione con Marco Presta, con il quale ancora oggi conduce Il ruggito del coniglio. Un rapporto professionale indissolubile…

«In realtà io e Marco eravamo amici già da una decina di anni prima. Ci siamo conosciuti da ragazzi in una parrocchia di Roma Sud dove le nostre sorelle maggiori facevano le catechiste. Alcune volte penso che abbiamo una relazione karmica, spirituale. Altre volte, invece, penso che siamo un caso clinico da manuale di psicologia. Siamo davvero molto diversi uno dall’altro. In qualche modo come coppia dimostriamo che la diversità è sempre una ricchezza. Certo, Marco sta dimostrando una grande pazienza nel sopportarmi da tutto questo tempo».

Prima della radio insieme avete scritto testi teatrali e televisivi, anche per il Festival di Sanremo. La scrittura quindi Antonello Dose l’ha sempre avuta nel sangue?

«No. Al contrario ho sempre sofferto di “sindrome da pagina bianca”, come tutti gli insicuri. Inoltre vengo da studi scientifici. A questo punto credo che non sia un caso che La rivoluzione del coniglio sia entrato nelle prime settimane in classifica nella sezione saggistica. Certo, come autore scrivo tutto il giorno. Ma fino ad ora era solo un lavoro. In futuro non so».

Davanti al microfono invece ha conquistato il grande pubblico. Cosa significa per lei condurre una trasmissione radiofonica dal successo ultraventennale?

«Confesso che è una bella soddisfazione lavorare in Rai da tanti anni senza aver mai posseduto la tessera di un partito. In un Paese come il nostro lo considero un piccolo miracolo. Certo la vita è strana. Studio per tanti anni come si costruisce la presenza fisica di un attore in scena, divento buddista e svolto come voce radiofonica… Essere tutte le mattine ai microfoni di Radio2 della Rai, oltre a essere una fortuna, è anche una grossa responsabilità».

Qual è il segreto per durare nel tempo rimanendo sempre sulla cresta dell’onda?

«Siamo costretti a informarci e aggiornarci continuamente per mantenere uno standard alto. Si tratta della guerra degli ascolti del primetime radiofonico per la raccolta pubblicitaria. Il segreto è cercare di migliorarsi quotidianamente. Ogni giorno  continuiamo a lavorare a oltranza e non lasciamo la redazione fino a che non ci sentiamo soddisfatti del risultato. Perché nel lavoro come nella vita bisogna combattere nel momento presente, adesso».

Come scrive nel libro, lei è omosessuale: in questi anni di carriera si è mai sentito discriminato per questo?

«No, anche perché non mi sono mai espresso molto. Agli inizi della mia avventura in Rai ricordo che mi fu consigliato di tenermelo per me perché qualcuno in passato aveva avuto dei problemi rivelando i propri gusti sessuali. Nei Paesi occidentali funziona così: se ti nascondi, gli altri pensano che ci sia qualcosa di male e ti prendono in giro. Se te ne freghi del giudizio e ti esprimi, con “libertà coraggiosa”, come suggerisce il mio maestro buddista Daisaku Ikeda, l’ambiente si inchina e ti rispetta».

Nelle pagine de La rivoluzione del coniglio racconta anche della sua sieropositività al virus Hiv. Come ci convive?

«Sono positivo da 23 anni e la cosa davvero non rappresenta più un problema. Una persona come me, in terapia antiretrovirale, teoricamente non è più contagiosa. La situazione era molto diversa tanti anni fa, quando non esistevano medicine e lo stigma sociale spesso faceva più danni della malattia stessa. In occasione dell’uscita del libro ho scelto per twitter l’ashtag #viverefeliciconhiv».

A proposito di rivoluzioni: quella decisiva per lei è stata l’avvicinamento alla fede buddista. Come avvenne e come le ha cambiato la vita?

«Nel libro racconto che ho iniziato a praticare il buddismo perché il primo amore della mia vita, Piero, si era ammalato di  Aids e non potevo fare niente per aiutarlo. Pensavo fosse una tecnica da imparare, tipo lo yoga, non immaginavo che fosse una religione vera e propria e che fosse così efficace nella vita di tutti i giorni. Non esiste una vita senza problemi. Il buddismo mi ha insegnato che i problemi non sono “una croce da sopportare” ma un’occasione per migliorarsi, per creare valore per sé e per gli altri. È stata questa, in fondo, la mia rivoluzione. Una rivoluzione interiore che mi ha permesso di ruggire anche se credevo di non esserne capace. Vorrei che tanti giovani sfiduciati possano provare questo potere incommensurabile. La vita è così bella e preziosa, perché sprecarla?»

La sua trasmissione radiofonica continua ad avere milioni di ascoltatori ogni giorno: qual è a suo avviso il segreto di questo successo?

«Forse perché nessuno si è ancora accorto che siamo un manipolo di cialtroni. Speriamo che non se ne accorgano mai».

Lei è una voce di Radio2 da oltre vent’anni: com’è cambiata la radio di Stato in questo arco temporale?

«I tempi cambiano, cambiano i valori, crollano le ideologie e anche le stagioni non sono più quelle di una volta. Talvolta ci troviamo a rimpiangere un’Italia che non esiste più. È così difficile trovare un bravo falegname… In tutto questo ritengo che la Rai sia rimasta comunque, proprio per il ruolo pubblico che è chiamata a svolgere, uno degli ultimi baluardi del Paese. La nostalgia è inutile. È inutile restare ancorati al passato, bisogna prendere atto dei cambiamenti e, se possibile, lavorare per un miglioramento continuo, nel momento presente, con lo sguardo rivolto al futuro».

Nell’era del digitale e dei social network, un mezzo di comunicazione “antico” come la radio non sembra conoscere crisi: a suo avviso come mai?

«“Antico” non significa necessariamente “superato”. Proprio per la sua essenzialità universale, il mezzo radiofonico manifesta una modernità classica in costante evoluzione. Pensiamo soltanto al fenomeno delle radio universitarie o delle web radio fra i giovanissimi. Quando abbiamo iniziato con il “Ruggito” poche persone in Italia possedevano un cellulare. Ora si può chiamare in trasmissione, spedire mail o trasmettere dallo studio in tutto il mondo con una diretta Facebook con un semplice click. Chissà quante altre novità ci aspettano nel prossimo decennio».

Dal passato al futuro: quali sono i prossimi obiettivi che Antonello Dose desidera raggiungere?

«A questo punto sarebbe davvero divertente vincere una superlotteria e campare di rendita magari dedicandomi ai meno fortunati o a ispirare i giovani. Leggendo le notizie che arrivano dal Paese e dal Pianeta intero, credo però che nessuno avrà da annoiarsi nei prossimi lustri».

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