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Velocità e lentezza

Psicologia
26 maggio 2017

Che valore ha il tempo?

di Cristian Vecchiet
La società contemporanea ci impone di fare sempre più cose in un arco temporale ristretto. Col rischio di non accorgerci che anche la nostra vita scorre più rapida di quanto crediamo…
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Psicologia
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La dimensione del tempo, come quella dello spazio, struttura la nostra vita e il nostro essere. Viviamo nel tempo e nello spazio. Tra il tempo e lo spazio, tuttavia, ad avere una specificità antropologica, è il tempo. Il tempo è la “distensio animi” (S. Agostino, Le confessioni), una estensione dell’anima, una dimensione interna dell’uomo che lo coinvolge integralmente. È la dimensione verticale, trascendente, dell’uomo. Il tempo quindi non è solo cronologia ma qualcosa di essenzialmente più grande e profondo. Il tempo non è solo consequenzialità ma intimità di rapporto con l’altro, con sé, con la natura, col mondo.

Il rapporto col tempo delinea il rapporto che ciascuno di noi vive con gli altri, con se stesso, con le cose. Infatti si tratta di una dimensione interna della persona che rinvia al senso che la persona attribuisce alla vita e al mondo.

La percezione e il rapporto col tempo sono intimamente legati alla visione del mondo che maturiamo e che di fatto viviamo. Basti pensare al tempo presente, fatto in buona parte per molti di noi da frenesia e fugacità. Bisogna fare tutto velocemente per fare molto e guadagnare il più possibile. Vivere il tempo con frenesia vuol dire però   guardare solo alla superficie delle cose della vita e questo induce a tastare solo l’epidermide della realtà.

Due simboli interessanti del nostro modo contemporaneo di vivere il tempo sono il fast food e il multitasking. Il fast food è il mangiare veloce, per non perdere tempo, per potersi dedicare ad altro, possibilmente al lavoro. Il multitasking è l’utilizzo in contemporanea di più strumenti comunicativi (tablet, cellulare, PC…), sempre al fine di fare il più possibile nel minor tempo possibile.

Si è tutti in qualche misura spinti a fare molte cose, possibilmente in contemporanea e possibilmente con risparmio di risorse, ma quello che rischia di rimanere impoverito è il rapporto con la realtà, il contatto con lo spessore della vita e quindi anche il cambiamento della realtà e di noi stessi. E tutto questo col risultato - per un incrocio forse solo all’apparenza contraddittorio - che la frenesia del fare si allea o comunque pare contribuisca a ingenerare la poca voglia di fare, il perdere tempo semplicemente perché manca la percezione dell’importanza dell’investire opportunamente il tempo. Si pensi che molti giovani vivono la giornata all’insegna del non fare niente.

Segnali in senso contrario di certo non mancano. Indice questo della percezione della necessità di una inversione di rotta. Pensiamo al fenomeno dello slow food, sorto con l’intento di rilanciare una alimentazione lenta, che educhi a gustare i sapori e riscoprire i cibi, soprattutto locali. Non manca chi lancia il progetto politico della cittaslow, una rete di comuni sotto i 50.000 abitanti che mirano alla qualità della vita. E neppure chi propone la slow school (M. Holt, 2002).

La cura del tempo costituisce un versante importante dell’attenzione educativa. Bisogna riportare l’arte dell’educazione a uno stile di vita capace di riscoprire la lentezza, di concedere tempo al tempo per renderlo qualitativo. La quantità non è la qualità, ma senza la quantità anche la qualità viene meno. Sulla linea de L’elogio della lentezza di Maffei possiamo ritenere che si debba reintegrare lentezza e velocità (Maffei L., 2014).

Bisogna quindi riscoprire l’educazione a un tempo che sappia arricchirsi di esplorazioni, di sperimentazioni, di approfondimenti e riflessioni. La fretta di fronte a un tramonto, nella lettura di una poesia, ma anche nell’esercizio del proprio corpo o nell’apprendimento di un mestiere o nello studio, è semplicemente incompatibile sia con la bellezza e la profondità di quanto si sta facendo, sia con i processi di apprendimento, interiorizzazione, integrazione.

Cosa fare, dunque? Innanzitutto seguire l’indicazione che J. J. Rousseau ci offre nell’Emilio: «L’educazione dei fanciulli è un mestiere in cui bisogna saper perdere tempo per guadagnarne». Gli adulti devono assumersi la responsabilità di dedicare tempo ed energie all’educazione e questa sarebbe una testimonianza incisiva del buon investimento del tempo. È opportuno inoltre sempre testimoniare un modo di vivere che sappia stare nel tempo anche con lentezza, dedicandosi a qualunque cosa di positivo ci aiuti a scalfire la superficie delle cose e a cogliere, assaporare e avvicinarci alla profondità della realtà, a una dimensione più verticale e non solo orizzontale dell’esistenza.

È opportuno poi offrire ai ragazzi delle indicazioni e delle regole, per non vivere nella sola fretta, per non buttare via il tempo e per usarlo al meglio, dando a esso contenuti che sappiano riempire di senso, prospettiva e bellezza l’esistenza. Senza dimenticare che certe cose le si fanno perlopiù in determinati periodi della vita. Certe cose non  vanno fatte con la fretta; il tempo, una volta perso, è difficile da recuperare. Le regole non sono un mantra e non hanno l’ultima parola sulla realtà, ma educano a sperimentare un modo diverso di fare le cose e di stare al mondo.

Ad esempio, per studiare e fare i compiti, c’è bisogno di un tempo esclusivo dedicato. Un tempo dedicato senza l’interferenza del cellulare o altro. Ma anche lo stare a tavola ha bisogno di un tempo dedicato, perché non è mera alimentazione ma anche un atto simbolico di relazione. Persino il dormire necessita di un tempo esclusivo. A maggior ragione ha bisogno di un tempo dedicato la relazione umana. E, ovviamente, la riflessione.

Per concludere, vengono in mente le parole di Branduardi: “No, non perdetelo il tempo ragazzi, non è poi tanto quanto si crede; date anche molto a chi ve lo chiede, dopo domenica è lunedì. […] Camminano le ore, non si fermano i minuti; se ne va, è la vita che se ne va; se ne va, dura solo il tempo di un gioco; se ne va, non sprecatela in sogni da poco; […] No, non perdetelo il tempo ragazzi, non è poi quanto si crede; non è da tutti catturare la vita, non disprezzate chi non ce la fa. Vanno le nuvole coi giorni di ieri, guardale bene e saprai chi eri; è così fragile la giovinezza, non consumatela nella tristezza. Dopo domenica è lunedì” (Branduardi A., Domenica e lunedì).

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