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Valore e amicizia

Società
25 maggio 2017

Gli amici nel tempo dei Social

di Manuel Millo
Nell’antichità si esisteva in quanto esseri pensanti. Oggi sembriamo esistere solo in base a quante persone ci conoscono. In una relazione individualistica basata sul possesso
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Cosa ci spinge oggi a parlare di amicizia? Forse il fatto che mentre in un tempo non troppo lontano si collezionavano le figurine oggi nell’era dei social network si collezionano amici, fans o followers? Ma cosa sta

succedendo veramente? Ai rapporti umani? Alle persone? Quale valore ha la telefonata o la visita di un amico nel nostro quotidiano rispetto a un messaggio o una chat? Di cosa abbiamo veramente bisogno a livello

relazionale? Quali sono le scelte che si celano dietro a questo innumerevole seguito di contatti che chiamiamo amici?

Aprendo il dizionario alla voce amicizia noteremo alcuni spunti essenziali per la condivisione attiva di questo articolo: “Amicizia è reciproco affetto, costante e operoso, tra persona e persona, nato da una scelta che tiene conto della conformità dei voleri o dei caratteri e da una prolungata consuetudine”. C’è una parola che non solo identifica questo legame ma che prende parte al connubio dei termini posti a titolo del nostro saggio. Valore e Amicizia si uniscono al tema del reciproco affetto. Alcune volte infatti il rischio nella collezione dei volti sui social è proprio questo: confondere il termine valore del reciproco affetto sul piano morale e sensibile con quello di un valore legato alla logica del numero, del contatto. Esisto non in quanto penso, come direbbe Cartesio nella sua trattazione filosofico-scientifica (Il Metodo - Cogito ergo Sum), ma in base a quante persone mi conoscono, addirittura a quanti contatti possiedo. Un Valore che non si stabilisce dunque su una relazione bidirezionale e attiva ma su una terminologia individualistica del possesso. Arriviamo qui con uno spiccato interesse a cogliere cosa ci sia effettivamente nascosto dietro a tutto ciò. Vogliamo togliere il velo di Maya, come direbbe il filosofo Schopenauer. Indagare la realtà che si cela dietro all’apparenza.

Noi vediamo persone che collezionano altre persone. Ma con rapida indagine etimologica abbiamo colto che dietro a questa collezione si cela in verità un desiderio di possesso che nutre uno dei bisogni essenziali dell’uomo: definire la sua esistenza. Sapere che ci sei attraverso il riconoscimento dell’altro. E più “altri” ci sono a riconoscerti, più senso e valore assume la tua esistenza.

A tal merito esiste un testo illuminante sul senso dell’esserci e dell’altro; si chiama Totalità e Infinito di Emanuel Levinas. Per produrvi una rapida anche se parziale sintesi, il noto studioso ci indirizza a un senso profondo del legame tra l’io e l’altro. Perché nel momento in cui io comprendo l’altro come soggetto, nell’altro trovo senso e significato per la mia esistenza. Perché non solo mi rendo conto di non essere al centro del mondo e quindi ridimensiono un potenziale atto di vanagloria nei confronti dell’universo ma in modo particolare mi rendo conto che l’altro parla dello stesso universo completando quello che è il mio punto di vista e quelli che sono gli

interrogativi più profondi dentro l’animo di ciascuno di noi. Senza la condivisione la vita stessa non avrebbe senso. Il fulcro di questo è la comprensione dell’eccezionalità valoriale dell’altro come soggetto per comprendere la verità esistenziale che è riposta nel cuore di chi la sta cercando. Cercherò di essere più rapido e intuitivo con una citazione dello scrittore italico Tito Maccio Plauto: “Dove sono amici, là sono ricchezze”. Amicizia è ricchezza per la vita. È amore che placa le pulsioni più istintuali.

La cosa stupefacente è che non c’è nulla di nuovo. In ogni epoca storica le persone non solo hanno vissuto alti e

bassi come noi, ma proprio come noi hanno costruito legami di amicizia e di amore, vincoli indissolubili che li hanno sostenuti in ogni condizione che la natura stessa avesse posto loro davanti. Pensiamo all’esempio di Cicerone. Nel suo testo Lelius de amicitia del 44 a.C., dedicato ad Attico, si disquisisce in merito a questo tema da un punto di vista molto originale per l’epoca e che richiama la ciclicità di una storia comune. Infatti al tempo dei romani l’amicizia significava creare legami personali a scopo di sostegno politico. Cicerone invece fa dialogare i

suoi interlocutori verso il senso di questo legame, da dove nasca e a quali fini tenda. Si percepisce l’orientamento Platonico.

La vera amicizia, ci dice Cicerone, è un sentimento del tutto disinteressato, un rapporto insostituibile, quasi indissolubile, che dopo la sapienza, rappresenta il massimo bene cui l’uomo possa aspirare.

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