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Stefano Pitton e i Sentinels Isonzo

Figli di uno sport minore
23 maggio 2017

A guardia della lealtà

di Michele D'Urso
Con il football americano è stato amore a prima vista: "In questo sport ho trovato grande lealtà"
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Figli di uno sport minore
23 maggio 2017 di Michele D'Urso Image

Non ci capisco niente di Football Americano, o quasi. Quel quasi poggia sulla striminzita base di sapere chi è Joe Montana e che la gara più importante al mondo di questo sport è il Super Bowl. Però a me piacciono tutti gli sport e perciò chiedo lumi a Stefano Pitton, giocatore fra i più rappresentativi di una squadra che spesso coglie menzione in articoli della stampa sportiva locale, stiamo parlando dei ‘Sentinels Isonzo’, di Fogliano Redipuglia.

Stefano, un nome impegnativo il vostro, copia forse quello di una squadra americana?

«In realtà no, perché i Sentinels come squadra sono esistiti solo nella finzione del film Le Riserve».

Perciò avete portato un sogno nella realtà…

«Onore al merito, a realizzarlo sono stati i due fondatori del club: Marco Frizzi e Mauro Bais; quest’ultimo è attualmente il nostro presidente».

E lei come è arrivato al Football?

«Ci fu una specie di ‘reclutamento’; venni invitato a partecipare e fu amore a prima vista con casco e spalliere».

Come siete riusciti a sostenere l’attività?

«È una storia di passione per lo sport; qualcosa ci hanno dato i ‘Draghi’ di Udine, formazione storica della regione, qualcosa è arrivato dalla Federazione, qualcosa di nostro… Le mie spalliere sono state usate in un campionato americano di qualche anno fa e hanno anche partecipato a un film!»

Materiali robusti allora… Come funziona il vostro gioco?

«In sostanza l’obiettivo è la conquista del territorio, in modo da riuscire a portare la palla oltre la linea di meta per realizzare lo scopo della giocata che è il ‘Touch down’. La squadra che parte all’attacco deve conquistare una fetta minima di territorio, consistente in un certo numero di ‘Yards’; se riesce nell’intento ha diritto a continuare l’azione di attacco, in caso contrario l’attacco passa alla squadra avversaria».

A parole sembra semplice.

«Mica tanto, perché ci sono formazioni di attaccanti e di difensori, nel senso che gli atleti usati nella fase di attacco hanno certe caratteristiche che i difensori non hanno, per cui si hanno due formazioni che si alternano a seconda della fase di gioco e dello statistico di ognuno».

In quanti siete a giocare?

«Noi abbiamo oltre quaranta atleti e partecipiamo al campionato di terza divisione dove si gioca in nove per fase, mentre in prima e seconda divisione si gioca in undici per fase».

Una curiosità: cos’è lo ‘statistico’?

«È un componente della squadra che annota tutte le azioni e ne ricava tabelle statistiche che sono utilizzate nello sviluppo del gioco».

Quindi se salite di categoria dovrete giocare in undici?

«La terza divisione è un campionato a sé stante, una specie di categoria di ‘accesso’; chi la vince conquista il titolo di Divisione e basta, non sale di categoria né ci sono sbocchi internazionali. Per le divisioni maggiori è diverso; lì si sale e si retrocede e chi vince il titolo della massima serie conquista, come anche nella nostra divisione, il ‘Super Bowl’».

Perché questa partita è così importante?

«Perché per parteciparvi bisogna già aver vinto la proprio ‘League’, il proprio girone. Nelle serie maggiori ce ne sono due: uno Nord e uno Sud. Perciò il ‘Super Bowl’ non può mai essere giocato fra due squadre della stessa città o dello stesso girone. Per la cronaca, l’anno scorso in Italia si sono affrontate Palermo e Bologna, e l’hanno  spuntata i siciliani. In più, come nel baseball abbiamo lo ‘All Star Game’, un evento di fine campionato dove vengono scelti i migliori di ogni squadra e si compongono due formazioni che si affrontano in una specie di ‘Gran galà’».

Esiste anche da voi il ‘terzo tempo’?

«Sì, abbiamo anche noi qualcosa di simile. In realtà far parte di una squadra è molto coinvolgente, perché in campo ci si deve aiutare, proteggere e sostenere».

Allude alla violenza dei contatti?

«Vi è un alto impatto, devi essere preparato fisicamente e stare bene sempre, altrimenti sono guai, però c’è una lealtà che non so se altri sport hanno. E questo è bellissimo».

Dicono che lei sia una specie di ‘Anima’ dei Sentinels...

«Nulla di tale, mi metto solo d’impegno, sono uno dei ‘capitani’ e gioco come ‘Line Backer’, ruolo che possiamo indicare come ‘il regista della difesa’, mentre il ‘Quarter back’, il ruolo di Joe Montana, è il regista dell’attacco; diciamo che me la cavo abbastanza bene e questo è stato notato, fruttandomi un paio di convocazioni per lo ‘All Star Game’».

Lei è classe 1989: per ora il suo ricordo più bello qual è?

«Quando sono riuscito a strappare la palla all’attacco avversario, seminare tutti e fare ‘Touch down’; cose che riescono di rado, e a pochi».

Siamo agli sgoccioli: a proposito, quanto tempo dura una partita?

«Quella delle serie maggiori è costituita in quattro tempi da 15’, e si riposa fra il secondo e il terzo. Per noi l’unica differenza è che i tempi sono da 12’. Però di tempo quasi effettivo, quindi certe partite durano oltre le due ore».

Bisognerebbe essere professionisti…

«Lavoro a giornata, anche se con orari variabili, e sono già contento, visto che prima lavoravo a turno, almeno adesso riesco a fare tutti gli allenamenti. Però si sappia che, stanchi dal lavoro o no, i ‘Sentinels Isonzo’ puntano in alto».

E chi lo aveva mai messo in dubbio. Olè Sentinels!

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