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Banche e crescita

L'analisi
17 maggio 2017

La crisi è finita?

di Paolo Marizza
Qual è lo stato di salute e alla capacità creditizia degli istituti bancari? Abbiamo provato a comprenderne la situazione e, soprattutto, gli scenari futuri
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L'analisi
17 maggio 2017 di Paolo Marizza Image

Per parlare dello stato di salute delle banche italiane bisogna partire dalla crisi finanziaria del 2008. Un evento che ha cambiato il corso della storia per le economie dei Paesi occidentali. Una crisi che ha avuto come epicentro proprio le banche. Il sistema finanziario globale è finito al collasso per colpa dell’eccessivo impiego di strumenti complessi e speculativi come i derivati e l’elevato volume di crediti concessi dalle banche anche a chi non sarebbe stato in grado di rimborsarli in futuro. I famigerati mutui subprime erano infatti concessi per l’acquisto della casa anche a famiglie senza redditi e senza lavoro.

Questo terremoto ha lasciato inizialmente relativamente indenni le banche italiane, tradizionalmente meno speculative. Quando però la crisi si è trasferita ai debiti pubblici, anche loro hanno sofferto. Tra il 2010 e il 2012 il mercato ha iniziato a temere che l’Italia non fosse più capace di rimborsare il suo debito pubblico. Questa crisi di sfiducia ha finito col travolgere anche chi, di questo immenso debito, è il principale acquirente: le banche italiane appunto. L’ Italia non ha sofferto una crisi da mutui subprime come gli USA e in particolare la Spagna: i nostri subprime sono venuti dopo, nella forma di crediti erogati soprattutto a imprese che non ne avevano il merito (creditizio).

Le banche italiane poi non hanno saputo cogliere le opportunità offerte dal programma di acquisto dei Titoli di Stato (cosiddetto quantitative easing) varato dalla BCE (Banca Centrale Europea), ovvero di alleggerirsi di un fardello che le mette a rischio nel caso di una ripresa dell’inflazione e dei tassi di interesse. Forse per reverenzialità nei confronti dello Stato, ma anche per mantenere una fonte di reddito relativamente sicura che compensasse situazioni di bassa redditività.

Le banche hanno contribuito alla crisi?

Il timore che l’Italia e le sue banche fallissero, dato il fardello di un debito pubblico che è il terzo al mondo, aveva fatto schizzare ai massimi i tassi di interesse con cui lo Stato e gli istituti di credito si finanziavano sul mercato. Nei primi anni della crisi questi fattori si sono intrecciati con una profonda recessione dell’economia reale, con un aumento dei profili di rischio creditizio dei finanziamenti a famiglie e imprese. Il meccanismo del credito all’economia reale si è inceppato dando vita a quello che gli addetti ai lavori chiamano un «credit crunch», una stretta creditizia. In un’economia come quella italiana, che è fondata prevalentemente sul credito bancario, ciò ha contribuito ad alimentare la peggiore recessione dal Dopoguerra, ma i suoi prodromi hanno radici lontane, precisamente nella bassa o nulla crescita dell’economia nel decennio pre crisi, che a sua volta deriva dal decremento della produttività totale dei fattori produttivi. Una crisi epocale che ha visto il Pil crollare del 10%, la produzione industriale del 25% e una miriade di imprese andare in fallimento.

I crediti deteriorati: come si sono generati?

Con il crollo del Pil (cioè della ricchezza prodotta ogni anno dall’economia) e l’impennata della disoccupazione sempre più famiglie e imprese in tutta Italia si sono trovate in difficoltà a far fronte ai debiti contratti con le banche. Il problema dei debitori (famiglie e imprese) si è trasformato in un problema dei creditori (cioè le banche) man mano che i prestiti non onorati (i cosiddetti «crediti deteriorati») crescevano nel loro bilancio. Quella dei prestiti malati, ovvero incagliati e in sofferenza, è stata una mina a scoppio ritardato. Non è esplosa negli anni più duri della recessione (2011-2012) ma successivamente, tra il 2013 e il 2015. Nell’anno più critico, il 2015, l’incidenza dei crediti deteriorati sul totale dei prestiti è arrivata fino al 22%. Come dire che un prestito su cinque era «malato» e molto spesso inesigibile.

L’aumento esponenziale dei prestiti inesigibili ha costretto le banche a prendere le adeguate contromisure. Le ha costrette, ad esempio, ad accantonare riserve per far fronte a eventuali perdite. Oppure a fare svalutazioni. Cioè dichiarare a bilancio che dei 100 mila euro prestati alla società X per comprare macchinari e su cui le rate non sono state onorate, si conta di recuperarne 50 mila. Ad esempio pignorando e mettendo all’asta il macchinario. Svalutare significa mettere una pietra sopra quel prestito accettando di andare incontro a una perdita.

Quante perdite hanno accumulato le Banche?

Quando si scrive un bilancio si prendono i ricavi (ciò che la banca incassa sotto forma di servizi, commissioni e margine di interesse sui prestiti) e si sottraggono i costi. Innanzitutto quelli chiamati operativi (come gli stipendi dei dipendenti o l’affitto delle sedi) che in media pesano sui ricavi per il 60%. E poi si aggiunge il tassello delle svalutazioni dei crediti malati. Quelli che non si riscuoteranno o si riscuoteranno con grande ritardo. Prima della crisi questa voce pesava per il 10-20% dei ricavi. Oggi ci sono banche in crisi in cui solo le rettifiche sui prestiti malati erodono tutti i ricavi. Da qui diventa quasi automatico chiudere il bilancio in perdita anziché in utile. E le perdite negli anni hanno eroso il patrimonio delle banche, che è il motore del credito: semplificando, la banca deve disporre in media di 8 euro di patrimonio ogni 100 che presta; se il patrimonio si riduce, ad esempio a 6 euro causa perdite, la banca potrà erogare solo 72 euro. In questo periodo poi le autorità di vigilanza hanno imposto vincoli patrimoniali più elevati in funzione della salute della banca stessa (per erogare 100 euro deve disporre di 10 euro e non più 8, ad esempio).

Il rosso accumulato dagli istituti di credito in questi anni è stato pesante. A fronte di un’esplosione del volume dei crediti deteriorati lordi a oltre 341 miliardi di euro, le banche italiane, dal 2011 a oggi, hanno accumulato oltre 62 miliardi di euro di perdite.

Come si è visto le perdite che si accumulano anno dopo anno finiscono per portare il patrimonio a livelli da non garantire più la solidità della banca. Per rimediare, occorre riportare il patrimonio sopra determinati parametri indicati  dalle autorità. Per fare questo si fa un aumento di capitale. Cioè si chiede soldi al mercato emettendo nuove azioni. A oggi sono stati fatti aumenti di capitale per oltre 45 miliardi di euro.

Cosa si è fatto per rimediare alle perdite?

Non sempre questi aumenti sono stati sufficienti anche perché è capitato che per diverse banche in crisi il mercato non abbia dato la propria disponibilità a finanziarle. È capitato più di una volta: l’anno scorso con il fallimento degli aumenti di capitale della Banca Popolare di Vicenza, di Veneto Banca e del Monte dei Paschi di Siena.

Nei primi due casi è intervenuto il Fondo Atlante, un fondo finanziato anche dalle banche italiane più solide, con il quale si intendeva supplire al cosiddetto “fallimento del mercato”, in questo caso dei capitali, ma che si è rivelato quanto meno velleitario. Le banche più solide che hanno finanziato tale fondo stanno considerando quei finanziamenti come “sofferenze”, nel senso che le probabilità di recuperarli dalla ristrutturazione delle banche salvate sono molto basse o nulle.

Quando una banca è a rischio?

In generale i crediti malati non dovrebbero mai superare come valore a bilancio il livello del capitale. Più è alto questo rapporto, cioè le sofferenze superano il capitale, più la banca è a rischio. Ovviamente più il rapporto tra sofferenze e capitale si riduce sotto il 100%, più la banca è da considerarsi solida. Avere sofferenze che non superano il patrimonio è importante, anche in prospettiva.

Il peso delle svalutazioni impatterà sul conto economico producendo quelle perdite di cui abbiamo parlato che di riflesso riducono mano a mano il capitale. È quindi evidente che una banca che ha sofferenze molto alte, andrà incontro a perdite sostanziose. Come abbiamo visto si dovrà ripristinare il capitale chiedendo ai soci di iniettare nuovo denaro nella propria banca. Ma se le sofferenze continuano ad aumentare come è accaduto negli ultimi anni, quello sforzo di aggiungere nuovo capitale rischia di essere vanifi cato già l’anno successivo.

Quali sono i rischi per il risparmiatore se una banca fallisce o fallisce l’aumento di capitale?

Con l’entrata in vigore della direttiva comunitaria BRRD (Bank recovery and resolution directive) si è introdotto il principio che lo Stato non debba farsi più carico del salvataggio di un istituto di credito in crisi pagando con i soldi dei contribuenti gli errori dei banchieri. Se una banca fallisce, a essere chiamati in causa sono in primo luogo gli azionisti e in secondo luogo i creditori a seconda del privilegio. Prima i possessori di titoli di debito subordinati, poi quelli che hanno bond senior e così via fi no ad arrivare ai correntisti con depositi superiori ai 100 mila euro. Al «bail-out» (salvataggio dall’esterno) si è contrapposto il «bailin» (salvataggio dall’interno). Tra il bianco e il nero ci sono  comunque molte sfumature di grigio e il fallimento di un aumento di capitale non significa automaticamente che debitori e correntisti debbano intervenire per salvare la banca.

Finora non c’è stata alcuna crisi talmente grave da coinvolgere l’anello più debole della catena: i correntisti. I depositi (sia quelli degli istituti più solidi, sia quelli degli istituti più fragili) sono tutti coperti dalla garanzia del fondo interbancario che tutela le somme depositate fi no all’ammontare di 100 mila euro. Chi pensasse di spostare il conto da una banca a un’altra deve fare un’attenta analisi rischio-rendimento, tenendo conto del fatto che un istituto in difficoltà ha maggiore interesse a tenersi i clienti offrendo loro ad esempio remunerazioni più interessanti su prodotti come i conti di deposito. Se si ha un conto in una banca «a rischio» non basta accertarsi che questo rischio sia ben remunerato, come accaduto in alcuni deprecabili casi (obbligazioni bancarie subordinate). Tra il «bail-out» e il «bail-in» la normativa prevede una terza via: la ricapitalizzazione precauzionale a opera dello Stato. Di fatto una nazionalizzazione che può essere fatta solo se alcune condizioni sono rispettate: ad esempio se l’istituto è solvibile (cioè è in grado di affrontare situazioni di stress) o se c’è un rischio per la stabilità finanziaria del Paese…

Lo Stato italiano, che negli ultimi giorni del 2016 ha stanziato 20 miliardi di euro per decreto, è entrato nel capitale del Monte dei Paschi di Siena e potrebbe entrare in Veneto e Vicenza. Questa operazione prevede comunque una parte di condivisione del rischio da parte dei creditori dell’istituto attraverso, per esempio, la conversione in azioni del debito subordinato. Nel caso in cui questo debito sia stato venduto in maniera non trasparente è possibile una forma di rimborso che varia da caso a caso.

Da cosa dipende l’uscita dalla crisi?

La buona notizia è che i crediti malati nei bilanci delle banche hanno smesso di crescere. Quella cattiva è che la pulizia dei bilanci di molte banche non è stata ancora conclusa. L’uscita dalla crisi dipende dalla capacità di smaltire in maniera efficace il fardello dei crediti a rischio favorendo le operazioni di cessione da parte delle banche. Il mercato dei crediti malati è condizionato da un forte divario tra domanda e offerta. Da una parte ci sono le banche che, pressate dalle autorità di vigilanza, hanno fretta di vendere. Dall’altra gli operatori specializzati che sono disposti a comprare, ma solo a prezzi adeguati al livello di rischio.

In ultima analisi si uscirà dalla crisi quando l’Italia riprenderà a crescere in modo sostenibile, perché le banche riflettono nei loro bilanci la solidità delle economie che sostengono. 

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