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Luoghi ed educazione

Società
24 marzo 2017

Curare lo spazio per curare se stessi

di Cristian Vecchiet
Una stanza disordinata, una piena di giochi, un’altra sobria e con pochi oggetti. Ecco cosa gli ambienti in cui viviamo raccontano di noi. Sia in ambito privato che pubblico
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Educare vuol dire curare non solo la relazione con la persona che si educa ma altresì il contesto in cui il rapporto educativo si sviluppa. Il contesto relazionale in primis, ma in secundis anche il contesto fisico, lo spazio. È su quest’ultimo che vorremmo soffermarci: la cura dello spazio quale asse di uno stile educativo.

Come sappiamo, l’uomo non può prescindere dal rapporto con lo spazio e col tempo. Il rapporto che l’uomo instaura con l’altro e con se stesso avviene attraverso la corporeità e la fisicità nella dimensione dello spazio. Parimenti l’uomo entra in rapporto con sé e con l’altro nella dimensione interna del tempo. Tuttavia, questa volta ci soffermiamo sullo spazio.

Qual è la valenza educativa dello spazio? Lo spazio costituisce il contesto fisico in cui una persona si trova a vivere e, in quanto ambiente di vita, esprime sotto il profilo simbolico il modo in cui riconosco il valore e la dignità della persona che vi abita. Di più la simbolica dello spazio esprime quanto e come interpreto il valore del vivere.

Non solo: dagli oggetti che occupano lo spazio e dal loro ordine si può dedurre una simbolica dei valori che costellano l’esistenza. La stanza di un bambino piena di giocattoli e di regali può indicargli quanto tutto sia a sua disposizione. Se in una casa mancano totalmente i libri, questo può indicare il valore attribuito alla lettura. Un ambiente disordinato può trasmettere l’idea che non sia importante dedicare energia a un riconoscimento anche simbolico degli altri. Uno spazio ordinato, al contrario, può sollecitare a credere che nella vita ci sia un ordine da rispettare. Curare l’estetica dello spazio è riconoscere il ruolo della bellezza e della gratuità nella vita di tutti i giorni.

Offrire uno spazio, nella misura del possibile, ai bambini e ai ragazzi, e dare a tale spazio una forma a loro adatta, è un modo di riconoscerli e di valorizzarli. Se in una casa manca del tutto uno spazio per un bambino, questo può significare che lui in fondo conta poco o che l’età adulta ha un valore aggiunto rispetto all’età dell’infanzia o dell’adolescenza. Certo, è bene evitare il rischio di facili determinismi.

Non si può assolutamente sostenere che a un determinato ordine corrisponde una determinata visione del mondo e che un determinato modo di curare lo spazio suggerisca direttamente una specifica scala valoriale. La realtà è sempre ambivalente – quando non proprio ambigua – e i significati dei simboli vanno sempre interpretati grazie alla relazione tra le persone che li pongono in essere e al loro stile di vita, nonché alle loro possibilità reali. E poi i simboli molto dipendono dal contesto culturale e antropologico. Ad esempio, una stanza povera di oggetti può simboleggiare disinteresse per chi vi abita ma anche sobrietà o povertà economica. Questa premessa ci pare non vada mai dimenticata. Tuttavia, detto questo, rimane il lato simbolico della cura dello spazio. La cura dello spazio costituisce una opportunità educativa anche perché rappresenta una possibilità di scambio relazionale.

Se un ragazzo lascia uno spazio in disordine quando esce di casa e lo trova ordinato quando vi rientra, questo può indicargli il legame di cura rappresentato da un gesto gratuito. Se un genitore trova di continuo la stanza in confusione, può cogliere l’occasione per sistemarla assieme al figlio. Mettere in ordine assieme al figlio una stanza richiede che si discuta, che si decida assieme. Fare le cose assieme è un modo concreto e simbolico per costruire assieme dei significati condivisi. La simbolica relazionale di chi, come, quando e perché riordina la camera è molto interessante, perché può indicare il rapporto tra le persone.

Proviamo a fare qualche esempio. Se è sempre l’adulto a sistemare la camera senza mai spiegarne le ragioni, il ragazzo può interiorizzare l’idea che il mondo è sempre a sua disposizione e giri attorno a lui. Se l’adulto non ha la forza di imporre con la propria autorevolezza il dovere di sistemare la camera, questo può voler dire che l’asimmetria tra genitore e figlio è ormai saltata.

Dire al ragazzo che è suo dovere sistemare il proprio spazio e farglielo fare, è un modo per ristabilire il giusto ordine delle relazioni e delle responsabilità. Dirgli che almeno questa piccola fatica la deve fare per dare una mano a casa è un modo semplice per fargli capire che anche lui deve rimboccarsi le maniche e dare un contributo a casa sua. Certo, anche in questo caso bisogna evitare determinismi. Tuttavia, al di là della necessità di contestualizzare i significati, rimane il valore simbolico e relazionale del dare ordine all’ambiente fisico.

La cura dello spazio come attenzione educativa e formativa non riguarda solo i genitori o il piano dei rapporti individuali. Anche l’allenatore o il parroco possono fare dell’ambiente fisico uno spazio simbolico e relazionale. Non solo. C’è anche una cura educativa dello spazio pubblico e collettivo. La cura dello spazio per i ragazzi in un paese e in una città ha il valore del riconoscimento pubblico e della giusta valorizzazione politica di chi è in fase di crescita e può apportare novità e cambiamento.

Curare l’ambiente fisico ha una valenza educativa perché cela in sé dei significati antropologici. Con questo non si vuol dire che i genitori e gli educatori debbano centrare la loro attenzione educativa prioritariamente sullo spazio. Si vuole indicare piuttosto come anche lo spazio abbia una sua simbolica da cui non sia possibile comunque prescindere. Dare ad essa la giusta attenzione è un modo per riconoscere il valore degli altri e la bellezza dello stare al mondo.

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